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@scorcidipoesia
Io ti penso, disegnandoti nei momenti in cui riesco a fermarmi. Come se un focolare si fosse acceso in una casa lontana , un rifugio ai piedi del mondo dove accendere un camino e guardare le stelle . Dove chiudere gli occhi e abbracciare te. Io ti penso e sento il fiume scorrere, gli abeti risvegliarsi a primavera e un canto incessante all’alba , come se tutto non finisse mai e la vita fosse un cerchio perfetto dove nulla ha un termine e noi cominciamo
Vorrei poterti avvolgere come il fiume , il meraviglioso fiume che lancia colori trasparenti ed energia. Vivere in quei Verdi e azzurri , esserti accanto così come lui ti accompagna e ti culla . Questo vorrei , indovinare chi sei e sceglierti , conoscere tutti i segreti di questa terra verde e generosa e sentirmi parte del creato , rinascere , tornare alla vita
Stiamo vivendo nell'epoca dell'elogio al silenzio, citato da chiunque e osannato dai migliori filosofi. Eppure a me sembra la più facile e squallida forma di vigliaccheria. Un tacere scappando dalle proprie responsabilità lasciando all'altro il gravoso compito di interpretare il grande e desolante vuoto senza spiegazione che sancisce miseramente la fine di ogni rapporto, relazione, spiegazione e amicizia. Si tace ovunque ma non per saggezza. Si tace perché non si ha più niente o semplicemente nessuna argomentazione da trasmettere all'altro. Il silenzio è la emoticon senza smorfie di questo tempo afono di sentimenti crudeli e vivi come amore e dolore. Tatiana Andena
Tutto quell’amore dove sarà ora
caduto come l’ultima pioggia dell’inverno e lontano come possono essere i ricordi di un tempo fuggito
Anni mesi e tempo disegnato sul volto e carezze dimenticate
Quell’amore che faceva vivere e poi morire e poi continuare e ancora rinascere
Chissà dove è , chi è stato e perché
Qui nel mare giocano i venti di terre che lascio indietro avanzando verso l'estate ancora accesa nello scirocco che si avviluppa al meltemi si abbracciano i venti qui dove non esiste terra di confine
Non so dove sono non ho bussole o destinazioni aspetto nei capelli le mani salate dei venti che si rincorrono, per morire insieme nell'alba nuova, divorata di rosa e porpora
Alla fine dell'arcobaleno c'è una pentola d'oro che raggiungi solo se credi nella strada che stai percorrendo per arrivarci .. Paolo Sisifo
Ho ricordi di giacinti in fiore. La tua anima ha descritto mondi, terre sconfinate, battiti d’ali. La tua anima rimane immutata a colloquio con la mia, nelle pozzanghere della solitudine, nella distonia di giorni nebulosi dove la primavera fugge in corolle non sbocciate. I silenzi che rincorro sono i pianeti che ancora descrivono congiunzioni che nessuno può tradurre, soltanto il cielo che rimbalza piogge e assenze come una canzone stonata che continua a diffondersi tra terra e coltri opache. Tatiana Andena
Volano i missili
sembrano frecce di luce e armonia
si infrangono nelle lettere che tra le nuvole zuccherine nascondono le parole.
Arrivi, ritorni, vai
sarai forse il proiettile che mi colpirà
troverai sangue rappreso nel mio cuore
o pozzanghere di bellezza dimenticata nel tempo che le mie vene, pulsando, hanno tenuto in serbo per te.
Tatiana Andena 2022
Sapere la verità, anche la più pesante, quella che fa crollare le tegole del tuo mondo di frutta candita è liberatorio. Perché nella vita ci sono i colori, e i colori non vanno messi in abbinamento o accostati tra loro. Voglio un rosso danzare spudorato con il giallo. Il viola andare a braccetto col blu. Non voglio più armonie e simulazioni di perfezione, voglio disordine libero e sincero, pulito. Voglio un arazzo in cui perdermi in tutte le sfumature e arricchirmi dei contrasti, voglio gli schiaffi dei colori che mi accecano gli occhi, voglio l’esaltazione delle sfumature, la rincorsa dei contrasti. Libera dentro da ogni peso, ricordo, immaginazione e speranza. Danzare colorata tra le mie delusioni, saltare leggera sugli errori finiti, sognare ancora sull’azzurro più tenue e impregnarlo delle mie nuvole finalmente pulite e poter dire delle cose sbagliate : tutto qui ? E nella consapevolezza di quello che mi ha fatto piangere costruire ponti multicolori per la mia continua rinascita. Tatiana Andena
Avrei un mondo da scrivere. Una galassia di parole, una punteggiatura che darebbe senso a questo impetuoso fiume inutile che scorre nelle mie vene. Avrei indistintamente gioia e felicità oppure disperazione e impotenza. Potrei trovare tratteggi e andare a cercare parole più sofisticate e meno semplici, potrei dare sfoggio di intelligenza e cultura oppure sedermi serena sulla mia semplicità. Ma mentre questa pioggia incessante scorre per fare in modo che sotto alla terra possano vivere e rinascere i fiori che presto traboccheranno primavera , sento il silenzio farsi spazio e divorarmi viva. Un silenzio che è come un drappeggio funebre o una finestra spalancata di sole e orizzonti, ho mari e ancora azzurri che mi stringono la gola. Ho semi di fiori che fanno fatica a sbocciarmi e tengo stretti nel mio ventre sterile. Ho nervature dolorose come la corteccia di un albero che reclama ossigeno. Ho tutto compresso in una scatola cinese che mi scolora e nel contempo mi dipinge di un rosso che non ha sfumature , è soltanto rosso e la liberazione mia intima è che ognuno può dipingermi o vedere questo rosso come vorrà. Finalmente la mia natura mi fa sentire che a nulla vale intingere il pennello e darsi forma: tutto avviene attraverso la traduzione degli altri e mai nostra. Noi probabilmente dobbiamo essere solo il silenzio che ci ripara.
Tatiana Andena
Io ti seguirò,
onda dopo onda,
goccia dopo goccia,
mare dopo mare,
fino a perdermi in te,
nelle tue distese assolate,
nei tuoi ritmi
cangianti e insaziabili.
Un’eruzione cosmica
della primavera pagana,
dove natura e carne
si fondono
in estasi senza confini.
Portale dionisiaco –
rose
e labbra tumide,
grilli che sussurrano,
corpi
in amplesso perenne.
Io il braciere acceso,
tu la coppa traboccante;
la sera
avrà la veste aperta,
i gelsomini
esploderanno
nel profumo
di vite bagnata.
Il mare chiamerà
per un’ultima danza
di labbra e maree;
la carne
si farà pietra calda,
vena che pulsa,
drappo rosso
tra respiro e febbre.
Sulla spiaggia,
nudi
come la prima volta;
morderò il bordo
per sentirti vibrare:
non c’è altro
che questa fame
senza nome,
questa fame
che non si placa.
E dentro l’onda
ci saremo noi,
lucidi,
feroci,
vivi.
Solo carne
che trema,
che invoca,
che replica.
Sandro Pinelli
Al primo alito del mattino,
tra le parole del silenzio
e i cori del mattino.
Tra i fulcri del cielo
e i sontuosi amori del mare.
Ti sarò accanto
quando la notte corre
sui pentagrammi del verso,
sulle celesti messi
del giaciglio della musica.
E giù
verso il mare dei coralli,
verso le note del vento,
verso le caverne
che non ricordi.
Tra il bianco del cielo
e lo smeraldo dei tuoi occhi,
Tra le stagioni delle caverne
e il liutato riposo.
Tra dittonghi e primule.
Nelle distonie leggere
che descrivono
le strenne del cielo...
Tra le tue mani
scivoleranno
i fiumi chiari dell’aurora,
e sulle tue labbra
si poseranno
uccelli d’argento,
piume d’oca
e aliti di vento.
Ti seguirò
tra i porti di sale,
dove l’eco del mare
accende
conchiglie dormienti
e gli abissi cantano
la loro nenia d’opale.
Ti sarò accanto
quando il sole
cadrà sui tuoi capelli
come una pioggia
di spighe mature,
quando il silenzio
si farà tamburo
e le voci della notte
saranno vele tese
nel respiro dei tuoi sogni.
E ancora,
tra i grappoli rossi delle vigne
e il profumo dei cedri,
tra le cave lucenti
delle tue pupille di fuoco
e le fenditure della terra,
troveremo il passo,
l’accordo
che non muore,
la parola
che si fonde in luce.
E nelle stanze del vento
dove i giorni riposano
come tende spiegate sull’erba,
accenderemo
fuochi di resina
per nutrire i nostri silenzi.
Ti sarò accanto
quando la pioggia
scenderà in perle
sui rami degli ulivi
e la sera
ci vestirà di viola,
mentre le stelle,
come mandorle spezzate,
si offriranno
al nostro sguardo.
E saremo
respiro e onda,
volo di gabbiani
e lieve brezza mattutina.
E scendendo
tra le gole di pietra
riconosceremo
la voce antica dei torrenti,
il battito secolare
che custodisce
la vita nel muschio.
Così,
tra odori di ginepri
e il bagliore
degli astri bassi,
il nostro canto
si stenderà
sulle sabbie notturne
come un ponte invisibile
tra la carne
e il respiro del cielo.
E sulle rive
dove il corallo
custodisce
le sue fiamme sommerse,
ci ritroveremo
nudi.
soltanto pelle e respiro
tra le arcate marmoree dell’acqua.
Ti sarò accanto
quando il vento
disegnerà
spirali d’ambra sulla sabbia.
E allora
parleranno le conchiglie,
di lontananze,
di approdi,
e in quel fruscio d’eternità
si scioglierà
il peso delle ore.
E ancora,
tra le radici spezzate dei pini
e i voli bassi dei gabbiani,
scopriremo
che l’amore
è solo un arco teso
tra la parola e la musica,
una corda che vibra
fino a spegnere il silenzio.
Sandro Pinelli
Io ti seguirò,
onda dopo onda,
goccia dopo goccia,
mare dopo mare,
fino a perdermi in te,
nelle tue distese assolate,
nei tuoi ritmi
cangianti e insaziabili.
Un’eruzione cosmica
della primavera pagana,
dove natura e carne
si fondono
in estasi senza confini.
Portale dionisiaco –
rose
e labbra tumide,
grilli che sussurrano,
corpi
in amplesso perenne.
Io il braciere acceso,
tu la coppa traboccante;
la sera
avrà la veste aperta,
i gelsomini
esploderanno
nel profumo
di vite bagnata.
Il mare chiamerà
per un’ultima danza
di labbra e maree;
la carne
si farà pietra calda,
vena che pulsa,
drappo rosso
tra respiro e febbre.
Sulla spiaggia,
nudi
come la prima volta;
morderò il bordo
per sentirti vibrare:
non c’è altro
che questa fame
senza nome,
questa fame
che non si placa.
E dentro l’onda
ci saremo noi,
lucidi,
feroci,
vivi.
Solo carne
che trema,
che invoca,
che replica
Sandro Pinelli
Anafora
del mio desiderio
dove,
goccia a goccia,
il mio cuore
depose il verso.
Ne custodì l’essenza,
il canto ardimentoso
e seppe
di glorie imperiture,
di venti celesti.
Lì,
dove il cuore
si perde
e l’anima
dipinge paesaggi,
dove scolpisco
allegorie e metafore;
dove,
nota dopo nota,
nel tuo gesto
mi perdo.
Nel respiro
che incendia
le cortecce dei larici
e scioglie la brina
sui narcisi all’alba.
Scivolo
nella tua scia
come fa
il sale sulle labbra,
e lascio
che il mio desiderio
si faccia argilla,
che prenda forma
nelle tue dita,
che s’incurvi
come vite selvatica.
E affido
alle tue mani
il sussulto
che conservo,
la gioia
che mi resta,
l’ultimo chiarore
tra le radici dei castagni
e il profumo aspro
dei ribes maturi.
Tra i filari dell’anelito,
dove il vento
frantuma ogni distanza
e il desiderio
diventa brace
che non vuol morire,
ascolto il tuo respiro
farsi lampo:
tocco
che frulla le cicale,
che inclina le spighe,
che scioglie
ogni mia frontiera
e che pretende
tutta la mia sete.
Ti seguo
mentre i tuoi capelli
incrinano
l’ombra dei tigli
e distillano
resina calda,
aroma
che si attacca
alla pelle e al fiato.
Sotto le rocce
dove i ruscelli
affilano la corsa,
sento il tuo gesto
farsi corrente,
forza che trascina,
che tracima,
che incide,
che si piega solo
per rinascere ancora.
Mi lascio andare
come ramo tra i flutti;
mi stendo
sulle tue orbite ardenti,
tra il pettine del maestrale
e l’attimo
in cui le messi
s’inchinano
al passaggio della sera.
E lì,
riconosco
la mia febbre:
un battito smosso
dei tuoi fianchi,
un grumo di luce
che si spezza e ricompone
nella tua impronta,
un tumulto
che cresce e pulsa
finché ogni fibra
si tende
verso il tuo corpo
come una sinfonia ostinata.
Lì,
affonda la mia sete,
la forza
ostinata del mare.
E dentro quel
che inclina la sera,
io divento roccia,
vento,
fiato incendiato;
divento ciò
che preme,
ciò che ti insegue
tra il muschio
e le zolle scure,
ciò che s’incastra
nel tuo passo
per non perdere
nemmeno un frammento
del tuo calore,
per essere,
in te,
finalmente,
colore.
Sandro Pinelli
Tu sei
il mio giaciglio consumato,
ciò che resta del vento,
tra sole e sale,
tra fuoco e mare
e ti distendi
come una vela sfibrata
che odora di salsedine,
come un lenzuolo
che ha visto
i corpi sbattere
contro la notte.
Lasci
impronte di brace
sul bordo delle mie ore,
e ti consumi nel fruscio
che rimane
quando il mare arretra,
nel grumo di luce
che sopravvive all’arsura,
nel tepore feroce
della pelle
che non ha più paura
di bruciare.
Sei il letto disfatto
delle stagioni,
la cucitura rotta
dove passa il respiro,
la voce
che si incaglia
tra rame e sabbia,
il silenzio
che schiocca
come un nervo teso.
Sei il fuoco
quando prende forma,
mi addenti
con la calma brutale
di chi sa
d’essere necessaria,
e lasci una riga rossa
sulla gola del giorno.
Resti,
come resta la brace,
un sapore ferroso sul labbro,
la sabbia nei capelli
quando il vento riposa.
E io ti accolgo
nella parte più viva
del mio fianco,
dove il calore
non arretra,
non si arresta,
non tace.
Lasci
un odore d’agrumi secchi
che si apre
sulle pieghe della sera.
Un’impronta
sulla creta fresca,
un gesto inciso di netto.
E io resto,
qui con te,
con tutta la mia fame.
Sandro Pinelli