La parte più viva è quella che non si vede
(ovvero come tutti siamo un po’ Frankenstein)
È da un po’ che non vado al cinema.
Ultimamente guardo i film su Netflix o dove capita. Lo so, i puristi rabbrividiranno, ma vuoi mettere guardare un film in pigiama, sotto le coperte, con una tisana in mano, dopo la giornata più lunga del mondo?
Non ha prezzo.
Continuo comunque ad amare il cinema, solo che invece della poltrona rossa ho scelto quella del divano.
Così, spinta dal clamore e dal cast stellare, ho visto Frankenstein di Guillermo del Toro.
Il messaggio che il regista ha voluto dare — potente, attuale, profondamente umano — mi è sembrato bellissimo. Ma anche un po’ affrettato: alcuni momenti mi sono sembrati forzati, come se mancasse qualche passaggio, qualche respiro.
Eppure, nonostante tutto, mi ha toccata.
Forse per l’interpretazione di Jacob Elordi, che riesce a parlare solo con gli occhi, e dà vita a una creatura più umana degli umani.
Forse anche perché mi ci sono un po’ rivista.
In quella sensazione di essere “cuciti male”, di non sentirsi mai del tutto finiti, definiti, interi.
La parte più viva del film, come spesso succede, è quella che non parla.
Quella che tutti giudicano “mostro”, ma che è solo fragile, sensibile, diversa.
E forse è così anche per noi.
Chi non si allinea alle “regole sociali” finisce spesso per sentirsi fuori posto, troppo, sbagliato.
Io per prima ho sempre cercato di farmi ascoltare, di dire quello che sentivo giusto per me.
E spesso ho trovato davanti il muro del silenzio o del giudizio.
La creatura del film vuole solo questo: il diritto di esistere, di essere vista davvero.
E la sua voce cresce piano piano, fino a diventare più viva, più forte, più umana.
Alla fine, forse siamo tutti un po’ Frankenstein: un miscuglio di pezzi, di errori, di cuciture storte e di occhi che cercano qualcuno che sappia guardarci senza spaventarsi.
Qual è la parte di te che consideri “ingombrante” (ma forse è solo quella più viva)?