Non barattiamo la certezza di non morire di fame, con la certezza di morire di noia!
Vaneigem (via frickhtion)

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Non barattiamo la certezza di non morire di fame, con la certezza di morire di noia!
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La Fossa - Ivan âGoranâ KovaÄiÄ
I. Splendore e tenebra è il mio sangue. Dal profondo degli occhi mi strapparono la luce e la dolce tiepida notte. Ora il lampo del giorno solo dietro la fronte m'accende le sanguinose pupille. Nel cavo della mano si spensero i miei occhi dove ancora palpitava un volo d'uccelli quando vi si specchiò l'ultimo cielo. Nell'azzurro delle pupille sentivo affondare il mio volto rigato di sangue. Sul palmo della mano ormai incapaci di pianto i miei occhi ridevano alla luce e caldo e denso il sangue stillava tra le dita che il carnefice per uno strazio piÚ grande mi conficcò nelle orbite vuote. Poi la dolcezza del sangue m'invase come se mi sciogliessi in lacrime vere. L'ultima luce ch'io vidi prima della notte atroce fu il bagliore del coltello, il grido bianco della mia cecità , fu la bianca pelle dei carnefici nudi fino alla cintola. Fu cosÏ nudi che ci strapparono gli occhi. Mai cosÏ viva, dolorosa luce, mai cosÏ forte tu sorgesti all'alba! Mai cosÏ balenasti nel fulmine o nel fuoco! Mi crepitavano di lacrime ardenti le devastate occhiaie e nel tormento mi giungevano i gridi dei compagni, sentivo esplodere i loro lampi. Non so quanto durò questo fuoco ruggente se già due bulbi induriti e nodosi mi stanno crescendo nelle orbite vuote. Caddi stringendo gli occhi nella mano. O madre, dissi, ora che sono cieco chi potrà ancora piangere per tè? Nella folle memoria sgorgò l'intensa luce come il fragore di cento campane da bianchi campanili. O divina luce di Sion, albero bianco, luna e fiume, o mia luce come latte materno! Quando il carnefice mi costrinse a chiudere gli occhi non m'aspettavo questo estremo dolore. Demente caddi di schianto sui ginocchi e già nel crampo della mano stringevo gli occhi miei. PiÚ nulla intesi, m'inghiottÏ un abisso che su di me si chiuse come tomba. II. Ci risvegliarono con fredda orina e percosse, col fuoco di un tizzone. Ci bucarono i lobi delle orecchie con una punta di ferro scheggiata e un ordine seguÏ quella tortura: Ridete, perchÊ prima dell'ultimo strazio vi metteremo gli orecchini! Un ridere sinistro, disumano, si diffuse tra noi come se a ridere fossero dei morti: un delirio che impaurÏ anche i boia. Allora ci caddero addosso colpi di frusta e noi ciechi, tra quel ridere atroce, rimpiangemmo i dolori di un tempo. Poi diventammo muti, inorriditi d'essere ancora in vita. E in quel prostrato silenzio ci passarono tra i lobi il fildiferro. Nel silenzio mi raggiunse il canto di un uccello dal bosco. Ora ogni gesto provocava un gemito. Vi tormenta, disse il carnefice, ma a questo modo non potrete fuggire. E cosÏ nessuno di noi mosse piÚ il capo per non ferire il compagno vicino. Di una fuga impossibile sicuri, i nostri boia ripararono all'ombra. Sentimmo un forte masticare, un fresco gorgogliar d'acqua nelle gole arse come dopo una dura fatica. Di lÏ a poco si lanciavano lazzi, immondi scherni. Tra sonori sbadigli e flatulenze sembrava che ci avessero scordato. Ehi, che ragazza ho adocchiato quest'oggi! vociò qualcuno, accompagnando con osceno commento il suo ricordo. Al gorgogliare dell'acqua e del vino la nostra colonna si agitò e il fildiferro mi morse. III. Folle, nella mia fila, una donna gridò: "O gente, un incendio divampa! Una casa brucia!" E il fildiferro piÚ furiosamente riprese a lacerarci le tumefatte orecchie. Svenuta a terra s'abbattÊ la donna. Gattacci guerci, teste di morto, musi di gufo, camminate!, urlò ebbro un carnefice. Per ridarvi la vista vi riempiremo le occhiaie di brace. E con un colpo di coltello sfregiò il volto di un vecchio, gli troncò un orecchio che restò appeso oscillante al fildiferro: un acuto lamento e nella notte l'incespicante correre di un cieco inseguito e raggiunto, il tonfo sordo dell'accoltellato. CosÏ almeno sei salvo, io dissi nel mio buio, ignorando che ci portavano alla fossa. Il cuore mi batteva dentro il petto e attraverso il filo di ferro sentivo il batticuore dei compagni mentre la fila avanzava. Oh, come battevano gemendo i nostri cuori nella notte funesta! In quel battito vidi i miei pensieri come al centro di una grande luce. CosÏ di nuovo come in quel mattino riconobbi la fossa già scavata e cupamente v'intesi cadere la prima delle vittime. Mentalmente decisi di contare: nella colonna ero il cinquantesimo. Allora attesi, registrando dati precisi: chi già cadeva nella buca, chi stava per cadervi. Addizionavo e sottraevo i colpi, le cadute, con ogni forza della mente tesa nella coscienza, perchÊ nessun dettaglio mi sfuggisse. Una cicala cantò, sulla pianura una nuvola stese la sua ombra. Accanto a me un carnefice si svuotò la vescica mentre un altro sgozzava i prigionieri. Ogni cosa brillò dentro il mio udito come negli occhi il balenare al sole di una lama. IV. Ad un colpo attutito seguiva un singulto strozzato, poi il cadere, il rotolare lento di un corpo inerte: mi rendevo conto che alla gola andava il primo colpo, il secondo alla schiena. Con gli altri a imputridire la vittima era spinta nella fossa. Davanti a me cadeva un compagno morente, alle spalle ne urlava un altro di paura. Nella mia mente addizionavo i colpi, sottraevo i caduti, ma lo stesso ogni grido, ogni singulto mi feriva nel cuore come un morso. Un uomo che gemeva con angoscia infantile, scannato gettò un rantolo agghiacciante. Tremavo pensando che il mio calcolo fosse sbagliato e a un tratto una granata esplose nella buca. La terra sussultò, uno sgomento smisurato m'invase stroncando ogni illusione di salvezza. Ma la coscienza restò sveglia: i nervi, il sangue, la carne, la pelle mi si fusero insieme nell'udito. Contai trentuna vittima e sessantadue colpi di coltello. Mi parvero vibrati con minore energia e in me rinacque una speranza. A ogni grido dal fondo della fossa altre granate esplodevano e i morti ora cadevan giÚ in un lago bollente di sangue. In terrore sull'orlo della buca su quel sangue mi sentii scivolare. V. Vedevo, sÏ, io vedevo come se avessi nuovi occhi. Vedevo la pelle bianca e il coltello assassino, le vittime davanti ai carnefici come gli agnelli riluttanti e tuttavia mansueti che muovono incontro alla lama che li deve sgozzare. Avanzavamo come a una fila per il pane. Non piÚ gesti di strazio, non piÚ lacrime e gridi. Sotto il sole feroce ci falciavano come spighe fruscianti: con suono uguale ci sgorgava il sangue dalle gole recise. E la fila avanzava, si fermava. Un rantolo, una spinta, una caduta, un passo ancora. Sgorgava a fiotti il sangue. Ne sentii il gusto amaro sulla bocca: il sangue di un compagno che mi stava davanti con un altro sull'orlo della fossa. E piÚ atroce della mia cecità il buio mi sconvolse, dominò i miei sensi. Poi, come un fitto improvviso gridare, la luce sfolgorò. O fiamma, o vampa, o fulmine e neve! O irresistibile luce senza ombra, pungente trafittura delle mie pupille! Davanti a me un compagno come aggredito da un crampo barcollò, gettò un grido, esitando si sporse, il suo sospiro si spense in un rantolo, di colpo sprofondò. Ogni cosa ricordo: già oscillavo privo d'equilibrio, già ero preso da quel vuoto angosciante mentre dietro di me s'apriva un altro baratro. Nel mio petto balenò una freccia bianca, un'altra nera mi ferÏ alla schiena: e caddi. VI.  Dalle tenebre mi destò un brivido: addosso mi pesava il freddo corpo di un compagno. Il gelo della morte m'invase, mi penetrò il terrore. Accanto a me una donna gemeva. Io ero nella fossa fra gelide carni straziate, giacevo sopra un cadavere di viscido sangue. Ma poi da quel gelo mi nacque un tremito di speranza, il lamento di una donna svegliò la mia ragione. Mi voltai e ansiosamente verso la voce tesi la mano toccando una ferita. Per la prima volta ogni mia energia ebbe cosÏ il sopravvento sulla morte. Poi a un nuovo lamento ritrassi la mano che affondò in un cranio spezzato. Fu come se tutti quei corpi urlassero insieme e nel buio l'inferno rispondesse con eco sinistra. Cadde un'altra granata: fui sconvolto Cercando un appoggio con sforzo supremo allungai ancora la mano che incontrò una gola squarciata. Il corpo morto scivolò su di me con un flusso di sangue dall'aperta ferita. Venne dall'alto un rumore di passi, un suono di voci. Dio mio! Ora la donna mi abbracciava col gelido abbraccio della seconda morte. Come era rugosa la pelle del suo volto! Era un volto senile come il volto della madre di mia madre. CosÏ mi parve che anche mia madre per colpa mia fosse morta. Continuando il lamento la donna spirava e io volevo che ciò non accadesse. Chiesi allora perdono a tutti i morti. Sentii contrarsi le sue dure labbra e svenni. Quando tornai in me piangevo ancora. VII.  Solo tra quei gelidi corpi, tacqui. Già sentivo il freddo mortale tra le spalle, nelle gambe, nei piedi, ma in quel gelo avevo sete: nella bocca riarsa la gola ardeva, la lingua era di fuoco. E a tale ardore anche il gelo di morte si ritrasse. Non un grido rompeva ora il silenzio. Il terribile peso che opprimeva il mio corpo col gelo della morte non dava refrigerio alla mia gola: cresceva solo di peso. Ma ecco, e quasi gridavo: un'acqua cade! Dall'alto la sentivo cadere sopra i corpi, ma quel getto glaciale scorreva come incendio e bruciava, bruciava, bruciava. Sopra la pelle nuda, sul petto, sul ventre, sui fianchi, sulle spalle uno scroscio nevoso accende un fuoco ardente e scava nelle carni atroci solchi. Quando mi tocca il labbro quel getto bruciante s'infuoca anche la lingua: calce viva! La fossa è colma, la calce è gettata sui corpi perchÊ i morti non appestino l'aria. E la fiamma della loro carità che riscalda i defunti! Sento i cadaveri che si contraggono come pesci morti cosparsi di sale. La contrazione dei nervi, il trasalire dei corpi sotto il mio corpo mi fa quasi benedire il colpevole di tanto orrore: vicino a me col corpo ancora vivo la vecchia donna mi accarezza sapendo che le mie pene non sono finite. VIII.  Quando si placò quel morto sussulto di vita, udii i passi di qualcuno che ancora veniva a ispezionare la fossa. Poi la pace regnò come un secolo spento. Districai un piede e strinsi i gomiti come un becchino per uscir dalla tomba. I corpi si smuovevano, mi slittavano sopra, lentamente franavano e quei morti ridevano, piangevano, gridavano e invocavano, furiosamente tendevano le braccia cercando d'afferrarmi... Sentivo l'unghie, le ginocchia, i fianchi, le bocche inquiete su di me. M'arrestai impietrito e anche i morti s'arrestarono immobili: diminuÏ il loro peso. Un piede mi crollò sulla spalla. Ora nessuno m'opprimeva piÚ. Mentre salgo, pensavo, i morti cadono in basso. Lunghi capelli femminili m'allacciarono il collo. E a un tratto m'arrivò sulle labbra la freschezza dell'aria. Ero giunto vicino all'orlo della buca. Bevvi quell'aria avidamente e un denso sangue mi sgorgò dalle nari nella gola. Ridevo, ma chi avesse visto quel mio ridere orrendo avrebbe pianto o sarebbe ammutolito. Chi mai riuscirà piÚ a consolare la mia miseria? Ormai la gente penserà ch'io rida quando piango o che pianga quando io riderò. Le mie orbite vuote, nidi d'inferno, ricorderanno per sempre il dramma della fossa. In me sentii l'angoscia d'abbandonare i morti nella buca perchÊ l'aria era viva e io piÚ non vivevo. Aspettavo che ancora venissero a buttarmi nella fossa. Ma le ferite gridavano: sei vivo! SÏ, sono vivo. Cadeva la rugiada, discendeva la sera. IX.  Mai con piÚ desiderio avevo atteso la notte. Ecco, mi dissi, lungo i corpi morti la rugiada sino a me discende E la mia lingua ardente già lambiva le gocce stillanti dalle membra irrigidite. M'arrampicavo con selvaggia rabbia premendo su quei corpi, sui ventri, sui petti, e se ne sprigionavo un rantolo, un gorgoglio, ormai non ne avevo spavento. Risalivo afferrandomi agli arti e ai capelli sospinto da una sete furibonda. Come sulla terra friabile di un campo avanzavo tormentando quei corpi, lasciando forse un'impronta su mia sorella, sul mio vicino di casa, sulla dolce carne della mia ragazza. Folle forza m'infondeva la sete. E uscito dalla fossa dimenticai la prudenza. Era questa la notte? Mi trascinai bocconi sino all'erba, ferocemente la succhiai, la strappai coi denti per divorarla, mi ci immersi come dentro l'acqua di un lago. Rinvenni con la bocca piena d'erba. Ardevo e avevo freddo. Ero salvo, ma dove nascondermi? Tremavo. Da lontano mi giungeva il canto dei carnefici irridenti alle nostre torture. Una vampa d'odio mi prese e il dolore finÏ. X.  Di colpo il vento mi portò dal villaggio l'odore dell'incendio e in quell'odore rivissi ogni ricordo: le vendemmie e le nozze, e le danze, le veglie, i funerali, i lamenti: ciò che la vita semina e la morte raccoglie. Ma dove sono le brevi gioie d'un tempo: il riverbero dei vetri, il nido della rondine, lo stridere di una chiave dentro la serratura, un raggio di sole che indora la porta di casa? Dove sono le finestre e l'azzurro quadrato del ciclo, la porta che si apre sul focolare benedetto? Dove sono i sonagli della stalla che attraverso le mura, come da arcane distanze, filtrano nei nostri sogni? E le stelle che sopra i nostri rifugi accendono secoli di pace? NÊ pianti, nÊ risa, ne lamenti, ne canti. Errabonda la luna splende sulle rovine, il singhiozzo remoto delle fontane tace, la carogna di un cane giace in mezzo alla strada. Ma c'è ancora un paese dove un uomo può vivere la sua aspra esistenza, dove può anche colpire una mano amica, dove può stare sereno anche vicino al malvagio? C'è ancora un luogo dove i bambini piangono, dove un padre ha una figlia e la madre un figlio, dove se muore la sorella il fratello le infiora il petto di gigli? C'è ancora un luogo dove sul balcone i fiori danno gioia e consolano il dolore e dove il piÚ gran bene è una madia, una tavola, un bicchiere di vino? Tuonò dal bosco un'esplosione, generando subito dopo un disperso fischiare di proiettili. Il sibilo alto e sperduto passò su di me. Una battaglia! Il castigo s'annuncia. Illuminante provai dentro di me una gioia vitale, nel mio cuore s'accesero tutti i focolari, ogni vena del sangue fiammeggiò di vendetta e giunto a mezzo il cielo, come una freccia balenante, il sole della libertà frantumò la mia notte. CosÏ, guidato dal fumo, corsi, quasi volai incontro ai vostri spari. E qui, fratelli, sconosciuti eroi, qui mi avete trovato, coricato su un fianco. Cantavate e come un segno di Dio al primo mattino mi bagnò una luce infinita. Domandai: sto sognando? Chi è che canta? E chi ha fasciato le mie ferite? Una dolce mano di donna mi si posò sulla fronte, una voce parlò: "Partigiani siamo. Il tuo martirio è vendicato, riposa amico". E io tesi le mani, toccai il suo viso gentile d'infermiera, i suoi capelli, il fucile. Il mio pianto fu solo un singhiozzo della gola e del cuore: non avevo piÚ occhi, le mie ultime lacrime le avevo versate sul coltello del boia. SÏ, non ho occhi per vedermi, ne forza per venire con voi anche se lo vorrei con ogni forza. Chi siete e da dove venite non so, ma alla vostra luce mi scaldo. Voi cantate e io dalla morte risorgo. La sacra libertà e la vendetta presagisco. Il vostro canto mi restituisce la luce degli occhi: forte come il popolo, alto come il sole.
https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=49013&lang=en
Cruelty consists not only in the intentional infliction of suffering on others but in a deliberate indifference to it
Talal Asad, On Suicide Bombing (2007). p.86
Memory mocks the present
Talal Asad, On Suicide Bombing (2007). p.83
Georges Franju, Le Sang des BĂŞtes (1949)
Asian Women, Industrial Struggles and Activism
and the Iraqi people welcomed the Americans with flowers. I wanted to set a historical event to teach Bush a lesson from the Iraqis, telling him you lied, we did not welcome you with flowers, and instead we are saying goodbye with our shoes.âÂ
Muntaza Al Zaidi, the Iraqi reporter who became known as the guy who threw a shoe at Bush and later ended up in jail for three years because of it.Â
Britainâs Most Notorious Gang - Cecile Emeke Dorothy Groceâ¨â¨ The police shot Dorothy âCherryâ Groce by police, while they sought her son Michael Groce; they believed Michael Groce was hiding in his motherâs home. It is reported that the police did not give the required warning. Michael Groce was not there at the time of the shooting, and Mrs. Groce was paralysed below the waist by the police bullet. The police officer who shot Mrs. Groce, Inspector Douglas Lovelock, was prosecuted but eventually acquitted of malicious wounding. In March 2014, almost 29 years after the events, and almost three years after the death of Mrs. Groce, the Metropolitan Police made a public apology for the shooting.
 Cynthia Jarrett
Forty-nine-year-old Mrs Jarret immediately collapsed and died from a heart attack during a police raid in relation to her son. During the coronerâs inquest into Mrs Jarretâs death, her daughter, Patricia claimed to have seen D.C. Randle push her mother whilst conducting the search inside their house, causing her to fall. Randle denied this allegation. No police officers were charged or disciplined for her death.
Frank Ogboruâ¨â¨
London tourist and Nigerian businessman Frank Ogburu cried out âI canât breatheâ, as four police officers piled on top of him, one standing with his foot on Ogburuâs neck. Speaking from her home in Lagos, Mr Ogboruâs widow, Christy, said: âI am crushed. I put my faith in the British system to give me justice but it has failed me. Frank was not a criminal. He did not deserve to die in the street like an animal.â
Wayne Douglasâ¨â¨
Wayne Douglas, 25, died in Brixton police station after being detained in a stop and search operation. The first inquest into his death found he had been held face-down with his hands cuffed behind his back on four separate occasions. The jury at the inquest found, by an 8-1 verdict, that his death from heart-failure had been an accident, despite acknowledging that it was caused by police methods of restraint.
Roger Sylvesterâ¨
Roger Sylvester was a mentally ill man who died after being detained outside his home in Tottenham, London, by eight Metropolitan police officers. He fell into a coma and eventually died while being restrained on the floor of a padded room by six officers while being assessed by medical staff. In 2003, an inquest heard that Sylvester had died of brain damage and cardiac arrest, caused by difficulty breathing because of the position he was held in. A jury returned a verdict of unlawful killing in October 2003. The verdict was overturned in November 2004.
Joy Gardner
Joy Gardner, aged fourty, died after being arrested by âspecialistâ officers from the Extradition Unit of the Met. She was gagged to death with 13 feet of tape. The inquest was adjourned till trial of officers involved, and the officers were later acquitted.
Sean Rigg
Sean Rigg was a 40-year old man who has mental health issue. He died on 21 August 2008 while in police custody at the entrance to Brixton police station, South London, England.
Christopher Adlerâ¨
Christopher Alder was a former British Army paratrooper who died while in police custody, in April 1998. On arrival at the police station he was âpartially dragged and partially carried,â handcuffed and unconscious, from a police van and then placed on the floor of the custody suite while officers chatted between themselves and speculated that he was faking illness. A coronerâs jury in 2000 returned a verdict that Alder was unlawfully killed and in 2002 five police officers went on trial accused of manslaughter and misconduct in public office, but were cleared on the orders of the judge. In November 2011 the government formally apologised to Alderâs family in the European Court of Human Rights, admitting that it had breached its obligations in regard to preserving life and ensuring no one is subjected to inhuman or degrading treatment. They also admitted that they had failed to carry out an effective and independent inquiry into the case.
Derek Bennett Derek Bennett was shot dead in the street by Brixton police who alleged they were called by a member of the public; Derek was carrying a novelty lighter shaped like a gun. Inquest verdict: âLawful killingâ.
Mark DugganÂ
The father of four was shot dead by the Trident unit of the Metropolitan Police. It was concluded a lawful killing despite it being proved he was unarmed and had no gun. The media went on to demonise Duggan by using a âhard-facedâ images of him, which was later found to be a cropped pictures of the Father at his daughterâs graveside.
Martin Scorsese, 'Taxi Driver', 1976
Robert de Niro
Mexico City tonight.
Thousands of people took the streets of the capital tonight to protest about the missing 43 students from Guerrero (later found dead and disfigured). But itâs not just about that anymore, we are tired of this corrupt government, the hundres of thousands dead, the thousands missing. We want the truth to be told, we want justice done.
Weâve been asleep for a long time now, but we are finally waking up as a country. We are finally moving.They have taken so much from us that they finally took away what was stopping us all this time, the fear, the indifference.Â
Somewhere I read this phrase that gave me chills:
"They tried to bury us. They didnât know we were seeds"
Keep an eye on us in this time of need.Â
American demand, Mexican supply. American guns, Mexican bloodbath.
http://www.chicagotribune.com/news/opinion/commentary/ct-mexico-student-murders-perspec-1120-jm-20141119-story.html
"A circle looks at a square and sees a badly made circle.â
- Jeff Vandermeer, Authority
"La tenera fata della stupidità è discreta e s'adatta meravigliosamente al bene e al male, al sapere e all'ignoranza, all'uno e all'altra, a voi come per me...La ragione è in grado di smascherare il male che si cela perfidamente dietro la bella menzogna. Ma di fronte alla stupidità la ragione è impotente. Non ha nulla da smascherare. La stupidità non porta maschere. E' innocente. Sincera. Nuda. E' indefinibile...
MILAN KUNDERA - IL SIPARIO
"BREAD & CIRCUSES"
Knowledge is embedded in different types of discursive constructions and institutional practices, which develop with discontinuity and discrepancy. Language systems generate the meanings that construct social worlds and conceptions of 'reality' - which the majority of people assimilate as natural. These notions of reality are constructed through social and discursive practices, which end up forming, and even speaking through, individuals. These totalising discursive and institutional constructions of reality result in totalitarian political systems as they generate social oppression. To avoid this, we must recognise and accept radical diversity in perspective.
As Europeans celebrate the fall of the Berlin Wall, deaths of undocumented migrants in the Mediterranean dwarf the rest of the world. Combined.