Per restare lontani
C'è una calma, tra le quattro e le cinque di notte, che sa di campo di neve o di papaveri. Di strade a fondovalle dove le auto e i camion passano di rado e sono a malapena udibili. Di mare in un mercoledì di marzo. Di tazza fumante di tè sopra un grande tavolo lindo in una casa luminosa e vuota. Di lettino da bambini con le sponde abbassate e il profilo di una guancia rossa che sbuca da un lenzuolino di cotone con una fantasia di gabbiani blu stilizzati. Una calma che sa di notte pigolante e stellata d'estate nonostante sia novembre.
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Povero chi divide gli esseri umani in razze o altre categorie, proiettando su questo o quell'insieme di identità tutto il peso delle proprie miserie, angosce, turbe mentali. Io, ammesso sia cattivo, lo sono perlomeno in modo equo e trasversale. E penso che l'unica cosa che davvero mi preoccupa sia che su questo pianeta siamo troppi. Ci penso ogni volta che mi ritrovo in mezzo a una folla. Ogni volta che resto incolonnato lungo un'autostrada. Ogni volta che leggo quanti esemplari si sono venduti di questo o quel nuovo bene di consumo. Ogni volta che finisco col sentirmi troppo lento, inadeguato e fuori dal tempo. Ogni volta che guardo un documentario naturalistico e mi assale la sensazione che gli spazi liberi e incontaminati, su questo pianeta, siano sempre più rari e ristretti, fragili, assediati: a partire anche dai bravi documentaristi, tra l'altro.
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Se c'è un luogo per restare un poco lontano dagli uomini, a questo mondo, è sicuramente un luogo indicibilmente lontano. O così vicino da essere impensabile. Oppure, - come volevo già dire molte righe fa - non è collocabile nello spazio, perché è semplicemente un luogo nel tempo.











