Sono stato aggredito dalla polizia
Sono A.M. e sono stato aggredito e insultato dalla polizia di Mantova.
Sono A. M. e ho vissuto gli anni della mia adolescenza a Pulsano in provincia di Taranto la stessa città sotto cui si trova un pesino qualunque: Lizzano.
A Lizzano, la parrocchia locale ha organizzato un incontro di preghiera contro le “insidie che minacciano la famiglia tra cui, prima tra tutte, la legge contro l’omotransfobia”.
A Mantova, allo stesso modo in cui avviene a Lizzano, le cosiddette “sentinelle in piedi” organizzano un evento contro “il pensiero unico dell’omosessualità, contro chi vorrebbe che la scuola organizzasse lezioni di sessualità ai propri figli, contro chi vorrebbe mettere un bavaglio alle opinioni” o meglio, alle loro ingerenze.
Succede però che in entrambe le località, dei gruppi di persone abbiano il coraggio di organizzarsi pacificamente andando gli uni davanti alla chiesa e gli altri, compreso me medesimo, davanti alla pizza principale di Mantova, davanti cioè alle sentinelle, credendo di esercitare un sacrosanto diritto.
Però il sacrosanto diritto di esercitare il libero pensiero spaventa gli organizzatori di ambedue gli eventi. “Qualcuno” infatti avvisa le forze dell’ordine le quali accorrono in entrambi in posti con gran velocità, fretta, emergenza, pericolo.
Tuttavia le storie qui si dividono. Da una parte, a Lizzano, l’abuso di potere esercitato pericolosamente, goliardicamente, spavaldamente, pulsionalmente, inconsapevolmente e inconsciamente viene bloccato dal sindaco del paese che alle identificazioni che le forze dell’ordine sta effettuando pone uno stop informandoli che “manifestare è un diritto dei cittadini e che non esiste giustificazione all’identificazione“.
A Mantova però le cose invece vanno ben diversamente.
A Mantova succede che chi grida contro il pensiero unico avvisi che i sei manifestanti, (io un mio amico e altre quattro ragazze), vengano identificati.
Succede cosi che sotto una pioggia torrenziale arrivino senza distintivo ne divisa degli uomini a cui non piace la nostra presenza tanto silenziosa e rispettosa quanto probabilmente fastidiosa.
Io però non ci sto a tutto questo. Io però, contro questa ingerenza, non ho avuto alcun timore, motivo per cui vengo portato nella vicina questura chiedendo per più di mezz’ora che mi sia data una motivazione valida per quell’identificazione, quel controllo, quella rabbia che monta, poco alla volta, in tutti gli addetti dell’ordine che mi parlano, che esigono che gli dia i miei documenti. Succede allora che due di questi inizino a spintonarmi, a prendermi in giro facendo una ridicola imitazione tra loro delle parole che dico io. Succede che mi portino di forza per l’avambraccio contro un l’angolo di un muro per dirmi, a due centimetri dalla mia faccia, “coglione, tu di qui non esci” quasi sperassero che aggredendoli barbaramente, come loro stanno facendo con me, le loro frustrazioni avessero dei motivi, delle ragioni per essere così brutali, vergognose, bestiali. Succede allora che con tutta la forza politica, civile e morale di cui dispongono mi denuncino penalmente per minaccia e resistenza al pubblico ufficiale, rifiuto di indicazioni sulla propria identità, protesta non organizzata in luogo pubblico.
A Lizzano le forze dell’ordine vengono mandate via, senza che queste abbiano modo di fiatare. A Mantova invece lo stesso silenzio è stato usato come risposta della complicità tra chi mi ha offeso e aggredito, chi non teme alcun tipo di ritorsione.

















