Kent Haruf, Le nostre anime di notte
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Kent Haruf, Le nostre anime di notte
" Quando sono andata a vivere in Giappone, qualche anno dopo aver sposato a Parigi il suo secondogenito, Misa ha avuto la pazienza, durante gli otto mesi in cui ho abitato in casa sua, di passare ore a parlare con me, che mi esprimevo in un giapponese rudimentale imparato su un paio di testi. Se ho potuto fare rapidi progressi in questa lingua e arrivare a sostenere una semplice conversazione nel giro di qualche settimana, lo devo a lei. In nessun posto al mondo sono mai stata accolta con tanta benevolenza, con tanta sollecitudine, come in quella vecchia casa di legno e di carta intorno alla quale, in autunno, una siepe dalle bacche gialle emanava un profumo intenso, simile a quello dei fiori d’arancio, che ancor oggi, per me, è l’odore stesso della serenità. "
Antonietta Pastore, Nel Giappone delle donne, Giulio Einaudi, 2004. [Libro elettronico]
Periferia. I nostalgici.
Con la cornicetta perché è "più fico". O meglio, la cornicetta è il passe-partout, appunto, per pubblicare mezze merdate ma con l'illusione che siano qualcosa di ricercato.
A Pasqua mia figlia mi aveva invitata solo per il caffè del pomeriggio. È stato lì che ho capito quanto si può sparire piano dalla propria famiglia.
Mi chiamo Elena, ho settantaquattro anni e da qualche mese vivo da sola in un piccolo appartamento nel nord Italia.
Prima abitavo in una casa. Quarant’anni nella stessa casa. Lì sono cresciuti i miei figli. Lì abbiamo festeggiato compleanni, Natali, pranzi della domenica, Pasque rumorose e piene di voci, con i cappotti buttati sulle sedie e le briciole ovunque.
Mio marito è morto tre anni fa.
Dopo, ho dovuto vendere la casa. Troppo grande. Troppo costosa. Ma soprattutto troppo vuota.
Tutti mi dicevano che questo appartamento sarebbe stato più comodo. Più pratico. Più adatto alla mia età. E magari avevano anche ragione.
Ma ci sono cose che un ascensore e un bagno nuovo non riescono a sostituire.
Quello che mi manca di più non è il giardino. Non è la vecchia credenza in cucina. Non è neppure il rumore dei passi di mio marito nel corridoio la mattina presto.
Quello che mi manca di più è sentirmi ancora necessaria.
Prima, a Pasqua, tutto cominciava da me.
Preparavo il pranzo, le uova sode, la torta salata, il dolce. Tiravo fuori la tovaglia bella. Nascondevo le uova di cioccolato quando arrivavano i bambini. Sapevo chi non mangiava i carciofi, chi voleva più sugo, chi diceva di non avere fame e poi faceva sempre il bis.
Non preparavo soltanto il pranzo.
Tenevo insieme la giornata.
Quest’anno ho scritto io a mia figlia, Emilia.
Solo una frase semplice: “A che ora vuoi che arrivi domenica?”
La risposta è arrivata quasi subito.
“Vieni nel pomeriggio per caffè e dolce. A pranzo sarà un po’ pieno.”
Un po’ pieno.
Ho riletto quella frase più volte.
Non c’era cattiveria. Non c’era freddezza. Nessun litigio. Nessuna parola dura.
E proprio per questo mi ha fatto male.
Per anni ero stata l’inizio di quella festa.
Adesso ero diventata la parte che viene dopo.
Il caffè. Il dolce. Il momento tranquillo, quando la parte importante è già passata.
Le ho risposto: “Va bene, cara.”
Non sapevo che altro dire.
La sera prima ho preparato lo stesso una piccola ciambella. Per abitudine. Come se le mie mani continuassero una vita che il mio cuore non riusciva ancora a lasciare andare.
La mattina di Pasqua mi sono svegliata presto. Troppo presto per una persona che non era attesa da nessuna parte.
Per qualche secondo ho creduto di avere ancora qualcosa da mettere in forno, una tavola da sistemare, i tovaglioli da piegare.
Poi ho visto il silenzio intorno a me.
Il soggiorno piccolo. La cucina stretta. Una sola tazza sul piano.
Ho messo a scaldare l’acqua. Ho posato un uovo colorato su un piatto. Uno solo. Ne avevo decorati due la sera prima, senza pensarci. Sono rimasta a guardarlo a lungo mentre il bollitore faceva rumore.
Fuori si sentiva un po’ di vita. Una porta sbattuta. Dei bambini nel cortile. Le campane in lontananza.
Dentro casa mia, niente.
Esiste una solitudine particolare quando si invecchia.
Non è solo l’assenza degli altri.
È il momento in cui capisci che forse sei ancora amata, sì, ma non più davvero aspettata.
Verso le dieci ho tirato fuori una bella camicetta. L’ho guardata. Poi l’ho rimessa nell’armadio.
Ho aperto il contenitore dove avevo messo la ciambella.
Poi l’ho richiuso.
Mi sono detta che Emilia voleva solo farmi stare più comoda. Che forse pensava di evitarmi confusione e stanchezza. Che le famiglie giovani hanno il loro ritmo. Le loro abitudini. La loro organizzazione.
Mi sono ripetuta tutto questo con serietà.
Ma dentro di me girava sempre un’altra frase.
Se mi chiamano solo dopo il momento importante, allora io non faccio più parte della festa. Faccio parte del dopo.
Verso le undici ho appoggiato il telefono a faccia in giù sul tavolo.
E per la prima volta nella mia vita ho deciso che non sarei andata.
Non per punire qualcuno.
Non per fare una scenata.
Solo perché non avevo la forza di sedermi più tardi davanti a una fetta di dolce facendo finta che bastasse.
Mi sono seduta sul divano.
Non so quanto tempo sia passato.
Poi hanno suonato. Una volta. Poi una seconda, più lunga.
Ho pensato a una vicina. O a qualcuno che aveva sbagliato piano.
Quando ho aperto, il primo che ho visto è stato Daniele, mio nipote. Stringeva un cestino di cioccolatini, con il giubbotto aperto e le guance rosse.
Dietro di lui c’era Emilia.
Ma ha parlato per primo lui.
“Nonna, non abbiamo ancora cominciato.”
L’ho guardato senza capire.
“Cominciato cosa?”
Mi ha risposto come se fosse la cosa più ovvia del mondo.
“La Pasqua.”
Poi ha sollevato un poco il cestino.
“Ho detto alla mamma che così non andava bene. Le uova le nascondi sempre tu. E la storia del nonno che aveva mangiato il coniglio di cioccolato prima dei bambini la racconti solo tu.”
Ho sentito gli occhi bruciarmi all’improvviso.
Emilia aveva l’aria stanca. E anche vergognata. Ha parlato piano.
“Mamma, mi dispiace. Pensavo davvero di venirti incontro. Mi sono detta che il pranzo sarebbe stato troppo rumoroso, troppo pesante. Non ho capito cosa significasse per te quel messaggio.”
Avrei voluto rispondere con calma.
Con misura.
Con dignità.
Invece l’unica cosa che sono riuscita a dire è stata: “Non volevo arrivare quando restano solo le briciole.”
Emilia ha abbassato gli occhi e ha annuito subito.
“Lo so. Me l’ha fatto capire Daniele stamattina. Prima di me.”
Daniele era già entrato nell’ingresso, come se fosse tutto risolto.
Mi ha guardata e mi ha chiesto:
“Ti metti la camicetta bella? Ti stiamo aspettando.”
Ti stiamo aspettando.
Non “se ti va, vieni”.
Non “passa più tardi”.
Ti stiamo aspettando.
Mi sono cambiata.
Quando sono arrivata da Emilia, poco dopo, non era ancora cominciato davvero niente. Le uova non erano state nascoste. Il caffè non era pronto. Il dolce era ancora nella scatola.
Daniele mi ha messo il cestino tra le mani con un sorriso.
“Senza di te non si comincia.”
Ed è stato lì che ho capito una cosa.
Gli anziani non hanno bisogno solo di attenzione. Né solo di gentilezza. Né soltanto di buone intenzioni.
Hanno bisogno di sentire che esiste ancora un posto dove la loro presenza cambia davvero qualcosa.
Quel giorno, a Pasqua, non ho ritrovato il mio posto perché qualcuno ha avuto pena di me.
L’ho ritrovato perché un bambino ha visto, prima degli adulti, che una famiglia può sfasciarsi in silenzio quando dimentica la donna che per anni l’ha tenuta insieme.
Come si supera il lutto per un genitore ancora vivo?
Già, perché per sentirsi orfani non serve la morte fisica dei genitori, a volte è sufficiente rendersi conto di quanto siano tossici, di quanto ci abbiano messo i bastoni fra le ruote per tutta la vita invece di sostenerci e amarci, di quanto siamo dovuti crescere senza di loro anche se ci vivevamo insieme.
Mi manca quando pensavo che mia madre fosse solo una cogliona superficiale ma che mi voleva bene, peccato che una manipolatrice seriale patologica non provi affetto per nessuno. Vivevo nell'illusione di avere un genitore, come quando credevo che i dissidi con mio padre dipendessero solo dal più classico dei conflitti generazionali, mentre era solo mancanza di stima nei miei confronti, mancanza di fiducia e giudizio pesantemente negativo su tutta la mia persona. Non faceva l'avvocato del diavolo, quando andavo entusiasta a parlargli di un mio progetto, non mi metteva in guardia sui rischi e le difficoltà facendomi sentire sostenuto e appoggiato, no, stava solo tirando fuori tutta la sfiducia nella mia capacità di fare le cose, soprattutto se le cose non erano quelle che rientravano nel suo stretto strettissimo modo di vedere il mondo, e lo faceva con violenza, in maniera aggressiva, urlandomi contro con il viso deformato dalla rabbia.
Per gaslighting generazionale si intende la retorica dell'anziano come figura angelica, fragile e custode della saggezza; è una narrazione costruita a tavolino che cozza violentemente con la realtà dei fatti, specialmente online.
È una forma di romanticismo forzato che serve a coprire una gerontocrazia che non ha nessuna intenzione di lasciare spazio alle nuove generazioni, né nel mondo reale né in quello digitale.
Chi descrive gli anziani come "fragili e gentili" ignora che, a livello sociale e digitale, sono la categoria più aggressiva. Sono loro a detenere il potere economico, a occupare i posti decisivi e a usare i social per insultare i giovani (il famoso "ai miei tempi" o "voi non volete lavorare").
Definirsi "fragili" è diventata una strategia per rendersi intoccabili. Se un attivista risponde con durezza a un commento reazionario di un settantenne, l'attivista passa per "bullo" e l'anziano per "vittima indifesa". È un trucco retorico per evitare il confronto alla pari.
La realtà che viviamo sui social è l'esatto opposto di quella narrazione: vediamo persone che usano la loro posizione di privilegio per segnalare in massa chi lotta per i propri diritti, facendoli bannare "in due nanosecondi".
Hanno trasformato l'attivismo in una questione di "modi". Se esprimi rabbia o urgenza, vieni bannato perché "non sei gentile". La gentilezza è diventata il paravento dietro cui la gerontocrazia nasconde la propria intolleranza.
I social hanno dato in mano ai reazionari un'arma nucleare. Se un gruppo di persone che non accetta il cambiamento si mette d'accordo, può far sparire mesi di lavoro di un attivista in un pomeriggio, e le piattaforme (che vogliono solo "tranquillità" per i loro inserzionisti) assecondano sempre chi urla alla violazione delle linee guida.
È un momento di stallo totale. La piazza pubblica è diventata tossica e chiusa, e gli spazi alternativi sono spesso troppo frammentati per fare massa critica.
Più invecchio anch’io, più mi accorgo che l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi in cui ci è dato vivere. In essi si rivela la vera essenza di un individuo, prima o dopo gli sforzi, le aspirazioni, le ambizioni della vita. […] Gli occhi del fanciullo e quelli del vecchio guardano con il tranquillo candore di chi non è ancora entrato nel ballo mascherato oppure ne è già uscito. E tutto l’intervallo sembra un vano tumulto, un’agitazione a vuoto, un inutile caos per il quale ci si chiede perchè si è dovuto passare.
Marguerite Yourcenar