Il martirio del lavorare, lettera aperta al sig. Borghese.
Leggo con un po' di ritardo della sua intervista su Cook, rubrica del Corriere della Sera, in cui per l'ennesima volta parla di questi giovani sfaticati, che non vogliono impegnarsi e che rifiutano lavori usuranti.
Mi sento in dovere di parlarle con franchezza perché, mi pare di capire, lei non abbia nessun contatto con il mondo in cui la maggior parte dei lavoratori si trova a vivere.
Io e lei siamo più o meno coetanei, ho tre anni in più di lei, ed entrambi abbiamo scelto due professioni che richiedono impegno e devozione, per quanto totalmente diverse. Lavoro nei trasporti da quando ero poco più che maggiorenne e le garantisco che in quanto a turni massacranti, fatica e sacrifici, la mia professione non è inferiore al lavoro in cucina o in sala. Non potendo più lavorare a causa delle mie condizioni di salute sto lavorando per portare una mia idea di ristorazione a compimento.
Sia io che lei abbiamo passato il nostro bel periodo di gavetta facendo lavori riservati ai novellini, che nel mio caso ha significato svolgere tutti quei trasporti che nessuno voleva fare, vuoi per la distanza, per la pericolosità (sì, su certe tratte era relativamente comune trovarsi una pistola o un fucile puntato addosso) o perché non si veniva pagati il giusto; eppure si è fatto ciò che si doveva fare per arrivare ad un livello di professionalità tale da vedersi riconosciuto tutto un set di abilità e competenze.
Non pensi che il ruolo del trasportatore si limiti a guidare un mezzo da un punto A ad un punto B: è nostra responsabilità la sicurezza del carico in ogni momento da che si inizia a caricare, controllando ogni pacco, busta o bancale per anomalie ed assicurandoci che venga posizionato in modo corretto e sicuro, fino allo scarico che deve sempre essere supervisionato; dobbiamo rispettare una determinata tempistica soprattutto quando dobbiamo varcare una dogana, è quindi nostro compito controllare che tutta la documentazione doganale, i sigilli, le certificazioni di conformità ed ogni altro documento necessario a seconda della tipologia di trasporto e della destinazione finale sia in ordine e correttamente compilato; dobbiamo interagire con più enti di più nazioni e molti di noi devono necessariamente imparare più lingue per meglio risolvere i problemi che si possono creare. Tutte conoscenze che una persona si crea negli anni, con sacrificio e dedizione lavorando anche 13/15 ore al giorno, magari stando lontano dai propri affetti per diverse settimane.
Come vede i nostri due ambiti professionali non sono molto diversi in quanto a sacrifici richiesti. Credo che questo valga per molti ambiti, dalla metalmeccanica all'ingegneria, quando una persona trova la sua vocazione professionale.
Leggo nell'articolo citato precedentemente lei sostiene che, cito testualmente, lavorare per imparare non significa essere per forza pagati. Io prestavo servizio sulle navi da crociera con "soli" vitto e alloggio riconosciuti. In questa frase è racchiusa tutta la differenza tra noi due, o meglio: è racchiusa tutta la differenza tra lei e la maggior parte delle persone.
Lei si dimentica di chi lei è figlio. Lei si dimentica di essere un privilegiato. Lei ha economicamente potuto permettersi un'esperienza non pagata, aggiungerei illegalmente visto che ogni prestazione lavorativa prevede per legge un compenso.
Quando ho iniziato io la mia gavetta nel trasporto non avevo lo scudo di una famiglia altamente benestante, ero un ragazzo con una madre clinicamente depressa che doveva guadagnare abbastanza per mantenere me, mia madre e mia sorella, pagando affitto, bollette e cibarie.
Lei in quella frase scorda o non vuole riconoscere che la stragrande maggioranza dei lavoratori, soprattutto i giovani costretti a trasferirsi per seguire il proprio sogno, hanno delle spese necessarie per poter sopravvivere e non hanno una rete di sicurezza economica come ha avuto lei. Se per seguire un determinato sogno hanno dovuto studiare tot anni, le loro famiglie hanno con ogni probabilità sacrificato molto per permettergli di sognare, non hanno la possibilità di mantenerli anche mentre lavorano.
Sempre testualmente: Preferiscono tenersi stretto il fine settimana per divertirsi con gli amici. E anche: Manca la devozione al lavoro, manca l'attaccamento alla maglia.
Entrambe le sue affermazioni sono figlie di un'epoca ormai andata, lavorativamente e umanamente parlando, denotando una profonda ignoranza dei mutamenti della società negli ultimi trent'anni.
Il concetto di lavoro ed il bilanciamento tra vita privata e lavoro hanno subito enormi cambiamenti anche grazie al benessere raggiunto negli ultimi decenni, benessere che noi figli dell'austerity degli anni 70 non potevamo nemmeno immaginare. Il lavoro non è più una forma di affermazione sociale ma è il mezzo per cui si guadagna il necessario per poterci affermare socialmente. I rapporti interpersonali in questo sono importantissimi in una società "collettivista" come la nostra, formano le nostre ragazze ed i nostri ragazzi come Esseri Umani, permettono loro di sviluppare le capacità necessarie per meglio rispondere alle sfide poste in essere dagli errori nostri e delle generazioni a noi precedenti. Empatia, rispetto, apertura al cambiamento, impegno sociale, senso di collettività, senso di appartenenza all'Umanità; sono tutti valori fondamentali per poter avere un futuro sostenibile e questi valori si possono raggiungere solo coltivando amicizie e connessioni con il più ampio spettro di persone possibile. E' giusto insegnar loro il valore intrinseco della dedizione e del sacrificio, ma bisogna anche ricordare che un certo tipo di sacrificio non è un valore, è schiavitù.
Inoltre è il concetto stesso di lavoro, inteso nel suo più ampio spettro, che deve cambiare, non le nostre figlie e i nostri figli. Il modello consumistico su cui si basa l'attuale economia ci ha portato ad un collasso sociale ed ecologico sotto gli occhi di chiunque voglia aprirli.
L'accoglienza turistica molto più di altri settori è basata su una concezione obsoleta di cosa sia il lavoro, concezione che nasce dal pensiero "se io ho fatto così è mi è andata bene allora è il metodo giusto". Purtroppo non è mai stato così. E' un settore pervaso da un masochistico attrito al cambiamento.
Lei e molti altri del settore lamentate la difficoltà del trovare personale dando la colpa a chi un lavoro lo vorrebbe anche. La realtà è che non volete dipendenti, volete schiavi. Fortunatamente chi si affaccia al mondo del lavoro oggi non è più sprovveduto come lo eravamo noi negli anni 80 e 90, hanno capito che "il lavoro nobilita l'Uomo" è una bugia vendutaci da chi l'ha usata per arricchirsi sulle spalle di miliardi di persone.
L'Essere Umano è nobilitato dalla sua benevolenza, dalla sua possibilità di interagire in modo positivo con l'ambiente, dalla sua capacità critica nell'interpretare la realtà in cui viviamo e dall'abilità di intervenire in maniera sostenibile nell'ambiente in cui vive, dalla sfera privata a quella lavorativa. Lo scopo dell'imprenditore, in qualsiasi ambito si muova, dovrebbe essere orientato non più al profitto a qualsiasi costo ma al miglioramento della società nel suo insieme.
Questo discorso dovrebbe essere ancora più importante nel settore dell'accoglienza e lo dico da futuro imprenditore del ramo, noi dobbiamo donare a chi si siede al nostro tavolo gioia e piacere, come possiamo farlo se non permettiamo ai nostri dipendenti di essere felici di lavorare per noi? In quanto creatori di posti di lavoro è nostro specifico dovere sia formare il personale in modo professionale, sia far sì che chi lavora per noi riesca a vivere una vita serena. La serenità non la si trova nel lavorare 14/16 ore al giorno, nel perdersi compleanni dei figli, semplicemente per guadagnare soldi. Non possiamo scaricare le nostre responsabilità imprenditoriali verso i dipendenti, l'ambiente e la società sulle spalle dei nostri stessi dipendenti.
Sostiene che non c'è più attaccamento alla maglia, ma di che maglia sta parlando, la sua? Un dipendente produce di più, se ha una vita sociale esterna al lavoro soddisfacente. Un dipendente pagato il giusto a norma di legge e ricompensato quando si prodiga per l'azienda, è un dipendente motivato e fedele.
Non trova dipendenti? Cerchi fra i destinatari del reddito di cittadinanza. Però non lo farà, perché impiegare chi percepisce il rdc vuol dire passare per i canali ufficiali, mettere nero su bianco le modalità di impiego ed essere trasparenti sulle mansioni, cosa che obbligherebbe un imprenditore a pagare il giusto compenso per il ruolo che si va a coprire.
Le porto un esempio di una conoscente che ha da poco iniziato a lavorare in un ristorante in qualità di lavapiatti part time. Questa persona percepisce 500 euro al mese circa per 24 ore a settimana di lavoro, sul contratto. Le ore di lavoro reali non sono mai meno di 12 al giorno, la maggior parte pagata in nero (se mai verrà pagata). Tale ristoratore è alla ricerca anche di uno chef con esperienza ma non riesce a trovarlo, forse perché offre 1400 al mese senza straordinari? Lei, con anche solo una decina d'anni d'esperienza, accetterebbe? O sarebbe conscio del suo valore e rifiuterebbe? Inoltre: se paga 1400 euro uno chef, quanto pagherebbe un apprendista?
Bisogna rendersi conto che la responsabilità di questa situazione è dell'imprenditoria che per anni ha giocato con contratti atipici, orari massacranti, retribuzioni a sentimento, lettere di dimissioni firmate il giorno della firma del contratto, molestie, mobbing. Come possiamo sperare di trovare e trattenere personale qualificato se non dimostriamo noi per primi di essere titolari qualificati e non schiavisti?
Concludo chiedendole, non senza un leggero spirito di polemica, se veramente lei crede in quel che asserisce. Se veramente reputa il lavoro più importante dell'amicizia e degli affetti, se è stato contento di essersi perso importanti momenti con la sua famiglia. Forse il mio lavoro, grazie al quale sono venuto in contatto con tantissime realtà lavorative e molteplici culture dal lato più povero, mi ha dato un punto di vista più ampio rispetto al suo nonostante io sia una persona profondamente ignorante, una visione più rispettosa dell'Essere Umano rispetto alla sua, nata nel privilegio e proseguita in quell'ambito.
Chiedo cortesemente a chi ne abbia voglia se può postare questa mia lettera sui social del sig. Borghese, che non ho intenzione di reiscrivermi a facebook o altri social giusto per questa lettera.