© Marina Ambramović Balkan-Baroque-Film: Dozing Consciousness (Performed for Film) 1997 Photo: Attilio Maranzano
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© Marina Ambramović Balkan-Baroque-Film: Dozing Consciousness (Performed for Film) 1997 Photo: Attilio Maranzano
Marina Abramović & Ulay - Rest Energy (1980) from That Self
“I believe so much in the power of performance I don't want to convince people. I want them to experience it and come away convinced on their own.”—Marina Ambramović
I want to be in New York.
Moralisti all'avanguardia
Pare che Marina Abramovic abbia deciso di regalare ai fortunati avventori del MoMa di New York una nuova geniale performance:
"Ha deciso di sedersi ad un tavolo nell’atrio del museo per ogni singolo giorno fino alla fine della mostra. Il tavolo è corredato da una sedia aggiuntiva, volutamente lasciata vuota ed a disposizione dei visitatori che sono invitati a sedersi su di essa. Questo generoso invito sfida ogni persona, dal rispettoso ammiratore al degenerato mitomane, a dominare la visione, il tempo e la psiche dell’artista." (grassetto dell'autore dell'articolo)
Per carità, non mi intendo abbastanza d'arte per giudicare della validità di questa proposta, anzi chiedo agli eventuali estimatori dell'artista di perdonarmi se proprio non riesco a nascondere un certo scetticismo, proveniente da un profano e quindi meritevole di compassione più che di rancore.
Ad ogni modo, tutto il gran parlare intorno a questo The Artist is present mi ha fatto ricordare di un episodio di qualche anno fa: ero a teatro a vedere uno spettacolo sulla tragedia della Thyssenkrupp di Torino. Non che mi aspettassi Gianni e Pinotto, ovviamente, ma devo dire che la lettura postavanguardista della vicenda è stata davvero insostenibile: quasi due ore di "spettacolo" e nulla che fosse anche solo lontanamente intelligibile (e non mi si tiri in ballo Beckett, che personalmente apprezzo molto). Chi ha assistito a uno spettacolo d'avanguardia (o non so come preferiscano chiamarsi) non farà fatica a immaginare la cosa: coreografie strane, dialoghi insensati, scenografie e vicende completamente arbitrarie, simbolismi assai fantasiosi...
Questa non è una recensione, quindi dico solo che era una bella merda, e vengo al dunque. Ad un certo punto, mi sembra dopo dieci minuti buoni in cui gli attori se ne sono stati impalati sul palco a urlare e prima che una pur brava Giulietta si esibisse in una specie di remix psicadelico della scena del balcone che veramente ti dava voglia di morire, dormire, o almeno sognare, per sfuggire a quella tortura, faceva il suo ingresso sul palco un grassone completamente nudo e con movenze vagamente effeminate il quale, ovviamente, non diceva nulla, e si limitava a ballonzolare in giro per il palco e (inutile dirlo) un po' tra il pubblico, sghignazzando ed ostentando la sua nudità come se fosse (un supponente monologo del capo comico lo faceva chiaramente capire) una grande offesa al politicamente corretto e alla morale comune, come se con il suo lardo oscillante intendesse scuotere in profondità tutte le certezze di un Occidente pavido e apollineo.
Ora, sarò anche borghese o pre-postmoderno, ma a me vedere un ciccione volutamente viscido e schifoso saltellare in giro completamente nudo non piace. Sarà patriarcalismo retrogrado, ma devo ammettere che avrei indubbiamente preferito se al suo posto ci fosse stata Olivia Wilde.
L'equivoco, però, sta nel fatto che il mio disgusto, e credo quello della maggior parte dei (pur borghesi) presenti, non fosse in alcun modo l'orrore provato dalla brusca caduta delle certezze, l'angoscia derivante dall'improvvisa rimozione di una qualche sacrale foglia di fico, lo spaesamento di chi vede andare in cocci le sue più profonde convinzioni morali. Non trovo niente di inquietante o di destabilizzante in un ciccione nudo, mi fa solo un po' schifo; non è che è contro la morale, è che è brutto da vedere. Devo dire che provai una certa rabbia nei confronti del supponente autore dello "spettacolo", che palesava nel suo intervento la sua grande soddisfazione, convinto di avermi scandalizzato. Avrei voluto urlargli "Non sono scandalizzato, idiota, è che il tuo spettacolo è disgustoso, come un gatto morto spalmato su un'autostrada"
E fu allora che mi venne un dubbio: e se gli artisti d'avanguardia fossero in realtà i primi, e sempre più isolati, bigotti? Se con questa loro ansia di infrangere convenzioni sociali ed etiche che, a ben guardare, sono i primi e spesso gli unici a rivestire di un'aura di sacralità, non dimostrassero nient'altro che un qualche loro irrisolto problema con la morale, con l'ordinario, con il "politicamente corretto"?
Insomma, ben lungi dallo scandalizzarmi, con questa discutibile trovata l'autore non mi ha dimostrato niente altro se non il fatto che lui trovava scandaloso un grassone nudo, e che a causa di questo suo moralismo si aspettava di scandalizzare anche me, convinto chissà perché che i presenti fossero tutti poveri di spirito quanto lui.
Se così fosse, è un ben triste bilancio quello che si delinea per tali esperimenti d'avanguardia: gli artisti che più di tutti si vantano di sconvolgere il convenzionalismo e la morale sarebbero più convenzionali e moralisti del loro stesso pubblico, ed in più profondamente ignoranti proprio circa le convinzioni reali del suddetto pubblico. Pretenderebbero quindi, assai goffamente, di decostruire ciò che non conoscono, e di far progredire l'umanità oltre un anacronistico puritanesimo che sono spesso i primi a conservare attuale, anche decenni dopo il suo reale superamento da parte della società, attraverso l'ingiustificata attenzione che gli consacrano nelle loro "performance".
Quanto tutte queste riflessioni colgano nel segno, e se esse possano valere anche per la sopracitata Marina Abramovic, lo lascio giudicare al lettore.
Se qualche volta viene a sedersi anche in Italia magari vado a chiederle che ne pensa.
Yvonne Rainer's Letter to LA MOCA - calling it like it is.
To Jeffrey Deitch:
I am writing to protest the “entertainment” about to be provided by Marina Abramović at the upcoming donor gala at the Museum of Contemporary Art. It has come to my attention that a number of young people will be ensconced under the diners’ tables on lazy Susans and also be required to display their nude bodies under fake skeletons.
This description is reminiscent of Salo, Pasolini’s controversial film of 1975 that dealt with sadism and sexual abuse of a group of adolescents at the hands of a bunch of post-war fascists. Reluctant as I am to dignify Abramović by mentioning Pasolini in the same breath, the latter at least had a socially credible justification tied to the cause of antifascism. Abramović and MoCA have no such credibility, only a flimsy personal rationale about eye contact. Subjecting her performers to public humiliation at the hands of a bunch of frolicking donors is yet another example of the Museum’s callousness and greed and Ms Abramović’s obliviousness to differences in context and some of the implications of transposing her own powerful performances to the bodies of others. An exhibition is one thing—this is not a critique of Abramović’s work in general—but titillation for wealthy donor/diners as a means of raising money is another.
Abramović is so wedded to her original vision that she—and by extension, the Museum director and curators—doesn’t see the egregious associations for the performers, who, though willing, will be exploited nonetheless. Their desperate voluntarism says something about the generally exploitative conditions of the art world such that people are willing to become decorative table ornaments installed by a celebrity artist in the hopes of somehow breaking into the show biz themselves. And at subminimal wages for the performers, the event is economic exploitation as well, verging on criminality.
This grotesque spectacle promises to be truly embarrassing. We the undersigned wish to express our dismay that an institution that we have supported can stoop to such degrading methods of fund raising. Can other institutions be far behind? Must we rename LA MoCA “MODFR” or the Museum of Degenerate Fund Raising?
Sincerely,
Yvonne Rainer Douglas Crimp Taisha Paggett
My friend showed me this most entertaining game based on Ambramovic's 2010 MoMA exhibit. Just in case you had an extra five hours to spare.