“Pensare alla spedizione di Garibaldi, a tutte quelle persone provenienti da tante regioni diverse che non si capiscono tra loro, e che in due tre giorni di navigazione diventano un esercito. È un miracolo che ancora oggi mi commuove, più della spedizione in sé. È il miracolo compiuto dal comune ideale, dal comune obiettivo, dell’intesa che c’è tra queste persone. Così vedo la lingua italiana: ciò che ci fa raggiungere degli scopi comuni. Ecco perché tengo sempre a dichiararmi uno scrittore italiano nato in Sicilia, e quando leggo scrittore siciliano mi arrabbio un poco, perché io sono uno scrittore italiano che fa uso di un dialetto che è compreso nella nazione italiana, in dialetto che ha arricchito la nostra lingua. Se l’albero è la lingua, i dialetti sono stati nel tempo la linfa di questo albero. Io ho scelto di ingrossare questa vena del mio albero della lingua italiana col dialetto, e penso che la perdita dei dialetti sia un danno anche per l’albero.” (La lingua batte dove il dente duole) .
Addio maestro e grazie di tutto.