da piccola c’erano dei giorni che desideravo talmente tanto intensamente qualcosa, che finivo per avere un forte mal di testa,
per distarmi benedicevo giornalini contenenti pubblicità di giocattoli che desideravo tanto ardentemente, ma che non avrei mai ricevuto,
oppure mi sfogavo lanciando un pallina di pelo, in alto, più alto ed eccola toccare il soffitto,
o ancora cantando a squarciagola sotto la pioggia, o facendo giochi ripetitivi e incessanti come pestarsi i piedi, provocandomi talvolta anche del dolore,
non ottenevo mai nulla di quello che volevo, ma quel desiderare così vorace, lo sfamavo sfogandomi su me stessa e su ciò che avevo intorno,
a distanza di quasi quindici anni, ancora questo desiderare si fa sentire,
certo, lo puoi razionalizzare scomponendolo in mille splendidi quesiti esistenziali, ma mastichi mastichi e senti che la materia è fibrosa,
oppure gli dai un sapore filosofico Schopenhaueriano, piuttosto amaro ma almeno ti sei dimenticato della consistenza immangiabile,
ogni giorno mandi giù a fatica quel boccone, ma invano, perché rimane tutto li incastrato, raschiando a poco a poco l’esofago,
fino a che non ti salgono i conati forti, i giramenti di testa, la voglia di vomitare al più presto tutta quell’enorme cosa che non potrai mai avere.
Ma no, io non sono capace di vomitare, né metaforicamente né per davvero.