Sul dovere di non dare della puttana alle altre
Stamattina sono andata all'università per un esame di latino. Mentre ero lì, nell'aula, ad aspettare il mio turno (turno che sarebbe arrivato solo dopo innumerevoli ore, ma lasuma perde e andiamo avanti), arriva questa ragazza del mio stesso indirizzo di studi, mai vista prima - d'altronde sono fuoricorso - con cui mi inizio a scambiare quei soliti commentini molto useless su esami, professori, segreteria studenti, tasse e quant'altro. Mi dice che l'indomani avrebbe avuto l'esame di critica artistica. Ora, senza entrare nei dettagli: quanto mi ha fatto penare l'esame di critica artistica (leggi: la docente) il cristo forse è l'unico a saperlo. Inizio quindi a esporle il mio feedback, senza esagerare per non spaventarla e cercando di essere onesta senza generalizzare, perché quello che ho imparato nella vita è che la mia esperienza non è detto che sia valida per altri né quella degli altri deve essere valida per me. Comunque mi rendo conto che i miei scrupoli non servano proprio a nulla dal momento che lei mi risponde con una di quelle frasi in grado di farmi passare da uno stato di relativa tranquillità a quel sentimento di nervoso generalizzato in grado di far vacillare la mia fiducia negli esseri umani:
Ma è proprio una frustrata, vero? Cioè, è insoddisfatta dalla vita. Si vede proprio che è insoddisfatta e deve riversare la sua frustrazione sugli altri.
Ed ecco che l'unica vera frustrata dentro l'aula divento io, scoraggiata da come si possa - con così tanta naturalezza e genuinità! - pronunciare una frase del genere. Sì regà, queste parole per me sono assolutamente inascoltabili. Frustrata… ma frustrata de che? Di essere donna? Di essere una donna che ha fatto carriera? Insoddisfatta de che? Nel 2017, amici, non riesco a sentire questi termini senza che mi vengano in mente tutti gli appellativi e le frasette offensive che nel corso della mia vita ho sentito rivolgere (e ahimè, in passato ho anche rivolto) a donne e donne soltanto: frustrata, frigida, troia, “dovrebbe scopare di più”, zitella, vacca, grassa, “infelice della vita”, brutta, racchia, vecchia. Un capitolo a parte potrebbe essere dedicato a quei nomignoli che in qualche modo richiamano una sfera sessuale assolutamente estranea all'argomento in questione.
Ora, senza stare a dilungarci troppo: questi insulti vengono rivolti anche agli uomini? No. A loro ne vengono rivolti altri? Sì. Specifici per il loro genere? Meh.
Il sessismo linguistico è lo specchio del sessismo della società. Non è un problema della lingua, è un problema nostro. Ricordiamocelo. Qualunque sia la stronza che abbiamo davanti.
Altrimenti mi tocca stare dalla sua parte.