Per qualche riga...
Sei di nuovo qui.
Rinchiuso in questo circolo vizioso, in questo tumulto di emozioni che non hai mai saputo gestire.
Da quando quell’evento del passato ti ha segnato, non sei mai più stato lo stesso. Non sei mai più riuscito ad aprirti davvero, a condividere senza paura. Sei diventato evasivo, calcoli e pesi ogni parola, costruisci frasi che non ti tradiscano, ma che non ti rappresentano nemmeno.
Eppure, questa volta, per la prima volta dopo anni in cui avevi persino smesso di scrivere, lo stai facendo. Anche se in terza persona. Come se stessi raccontando la storia di qualcun altro, perché guardarti in faccia fa ancora troppo male.
Forse non sei mai cresciuto da quel giorno. Sei rimasto lì, fermo, a osservare la vita accadere mentre ti scivolava tra le mani. Quelle mani che non hanno mai saputo fare davvero del bene, ma che hai imparato a usare per ferirti.
Perché?
Per odio verso te stesso?
Per sentire qualcosa, qualsiasi cosa?
Per attirare attenzioni che non sapevi chiedere?
O era solo il tuo modo silenzioso di vendicarti?
Ancora non lo sai. Non sei mai riuscito a capire davvero te stesso, né chi ti stava accanto. Sei diventato uno specchio: rifletti chi hai davanti, copi emozioni, assumi forme che non sono tue, solo per non sembrare fuori posto. Freddo, vuoto, controllato. Non perché lo sei davvero, ma perché è l’unico modo che conosci per stare in piedi.
È perché in un momento di debolezza ti sei aperto.
Hai dato voce e peso a quegli eventi, li hai resi reali. O forse è solo il senso di colpa di aver scaricato quel fardello su qualcun altro, di aver fatto dono del tuo buio a chi non l’aveva chiesto.
La paura di perderla ti ha spinto così contro il muro che hai fatto l’unica cosa che ti è sempre riuscita bene: manipolare il dolore. Farle provare senso di colpa. Senso di colpa nell’abbandonare una persona così spezzata a se stessa.
E ora quel senso di colpa, diverso ma familiare, ti resta addosso. Perché lo sai: le stai facendo provare qualcosa che assomiglia troppo a ciò che è successo a te.
E non puoi più far finta di niente.
Perché ora qualcuno sa.
Quel mostro non è più solo nella tua testa. Gli hai dato una voce, una forma, delle gambe. È in giro. Respira fuori da te.
E la domanda che ti rimane addosso non è se esiste, ma se riuscirai a guardarla senza vedere lui riflesso nei suoi occhi.
Sei uno schifo.
Sono due settimane che vai a lavoro perfetto: camicia stirata, barba fatta, postura dritta. L’uomo che funziona.
Poi torni a casa e ti chiudi nella tua stanza come un bambino. Chiudi la porta ed entri nel tuo mondo. Non hai sistemato la stanza dall’ultima volta che l’hai vista, come se farlo significasse cancellarla. E allo stesso tempo eviti di guardarti intorno, per non pensarla, per non pensare al tuo errore.
Ora rischi di diventare tu il mostro ai suoi occhi.
Ed è per questo che scrivi. Non per guarire. Non per capire. Ma per lasciare una traccia. Metti tutto su carta in modo confuso perché la confusione ti protegge. Perché finché non dai ordine al caos, non sei costretto a fermarti.
E forse non c’è nemmeno un punto.
Non una svolta. Non una rivelazione.
Hai continuato a scappare.
Lo fai ancora.
Hai cambiato strade, parole, persone. Hai tenuto tutto in movimento per non guardare niente troppo a lungo.
Ma quello non si muove come te. Non ha fretta. Non si perde.
Ti ha seguito senza inseguirti.
È entrato dove lasciavi spazio.
È rimasto dove ti fermavi.
Ora è qui.
Non davanti. Non dietro.
Dentro le stesse cose di sempre.
Questo testo non serve a niente.
Non sistema. Non chiarisce. Non chiude.
È solo quello che resta quando smetti di fingere per qualche riga,
prima di ricominciare a scappare.
















