Mi piace fare un gioco, non l'ho sempre fatto, però è una cosa che mi viene in mente di fare da un bel po’ di anni a questa parte.
Ogni volta che mi ritrovo in un posto nuovo o anche solamente se me ne vago in giro mi metto a scrutare i luoghi e immagino come sarebbe vivere lì da barbone. Quindi cerco angoli per ripararmi, dove potrei scampare alle intemperie, modi per potermi procurare da mangiare, soldi o vestiti, possibili compagnie e analizzo, soppeso quanto possa essere dura, studio i movimenti di chi già fa questa vita.
Ho vissuto a Roma per gran parte della mia vita, è una città colma di gente, soleggiata per la maggior parte dell'anno, una delle città più calpestate da turisti al mondo, perfetta per la vita da randagio. E di vagabondi (non è una battuta sarcastica) ne è piena.
Ho vissuto per un bel po’ di tempo dietro la stazione termini, quindi ne ho visti davvero molti, moltissimi, ognuno ha il suo stile, ognuno ha le sue abitudini, ognuno la sua dignità e persino l'animale domestico può variare, a Milano, zona Cenisio un vagabondo aveva come animale di compagnia un bellissimo gallo, tenuto in modo invidiabile, ben nutrito, bello lucente, fiero, andavi a fare la spesa e te lo ritrovavi davanti al supermercato che vagava a testa alta.
Vederne alcuni ti faceva piangere il cuore, altri invece, pare brutto dirlo, ti facevano odiare la vita da impiegata 8ore + straordinario, c'erano dei giorni che ne incontravo uno sotto casa, stava sempre sulla panchina e poche volte mi son fermata a scambiare due parole.
Stava bene, calmo, sereno, parlava di matematica e piante e ne sapeva e io andavo al negozio degli etiopi all'angolo e gli compravo un paio di birre.
Una invece era triste, stava sempre a dormire alla stazione, sola, abbacchiata, credo fosse effettivamente una ragazza che avesse perso il lavoro e portava sempre con sé una valigia, con dentro tutto quello che possedeva suppongo. La vedevo ogni mattina e speravo vivamente che passasse le sue notti al caldo.
Io una casa ce l'avevo, anzi una stanza che mi succhiava via più di metà stipendio, un lavoro ce l'avevo pure, che mi succhiava via tutto il tempo, conducevo una vita in cui l'unico momento che aspettavo era la birra al ritorno perché altro non mi potevo permettere. E dire che invidiassi chi mangiava e vestiva alla caritas non è giusto e nemmeno vero, però a volte mi chiedevo come sarebbe stato prendere il coraggio a due mani e smettere la vita che io non avevo mai voluto, nemmeno immaginato e mollare tutto, restare senza niente.
M'era venuta la fissa di immaginarmi come sarei potuta sopravvivere se avessi un giorno mollato tutto, inseguendo il sole? Utilizzando i rudimenti che mi ritrovo di giocoleria? Semplicemente mungendo mucche?
Non lo so, io ho mollato tutto, ma fortunatamente (talmente tanto che non so dire quanto) ho una famiglia solida che mi sostiene e mi offre l'alternativa al fare la vagabonda (purtroppo? per fortuna?) è che fino adesso, non m'ha retto di prendere e andare senza meta.
Ogni tanto, troppo spesso forse, ci penso e non capisco perchè, ho il cruccio di non essermi messa in gioco. Può una persona avere come ossessione e sogno della vita quello di fare la vagabonda in giro per il mondo? Senza casa, senza nulla appresso solo l'essenziale?
E può la stessa persona in modo intermittente avere anche come sogno quello di possedere una casa sua, tutta sua in cui mettere tutte le cose che, sottolineo, non ha? Sognare un orto, una veranda sul mare, un grande divano e un'amaca fuori appesa tra gli alberi? Un posto dove potersi finalmente fermare dove poggiarsi senza dover più ripartire? Il posto definitivo?
In questo dualismo il piatto della bilancia più pesante può solo che esser quello che sopra avrà due cuori anziché uno.
Ho deciso di risolverla così e di non tifare per nessuno dei due.