La casa per bambini speciali evabbe
Partiamo dalla premessa fondamentale e imprescindibile che io sono una grande sostenitrice della cosiddetta willing suspension of disbelief, all’italiana: sospensione dell’incredulità. Proprio ci credo fermamente e non potrebbe essere altrimenti, essente io una grande estimatrice (e pure a tempo perso scrittrice) di libri fantasy; fantasy per davvero alla Tolkien, Rothfuss, Sanderson, Martin ecc ecc, ci siamo capiti. Quindi mi sono approcciata a questo libretto con mente aperta e, come sempre quando inizio un nuovo libro, la speranza di trovare un mondo in cui immergermi e perdermi almeno per un po’.
Avevo letto belle cose su questo titolo e la notizia che Tim Burton ne stava per trarre un film, l’aveva un po’ consacrato a caso letterario YA del momento, trovandolo quindi in sconto da Feltrinelli, ne ho approfittato e gli ho dato una chance. Il protagonista, di cui il nome nemmeno mi sovviene al momento tanto rimane impresso, è un ragazzetto viziato del midwest, cresciuto dal nonno con cui ha un rapporto speciale e tutto quanto potete attingere dai topos sul genere, sulla qualcosa, per carità, non ho niente da eccepire se non il fatto che il protagonista risulta da subito odioso e, poiché il libro intero è narrato in prima persona, si genera una situazione di schizofrenia acuta tra il lettore e l’io narrante. Ma passiamoci sopra.
Il libro è corredato da delle foto stile circo Barnum molto ben fatte, anticate in modo da apparire del XIX secolo e raffiguranti dei bambini speciali (quelli del titolo, eh eh), ognuno dei quali con una singolare abilità, chi levita, chi mangia dalla nuca (sic!), chi fa il fuoco con le mani… Il nostro odioso protagonista riceve queste foto da principio dal nonno e poi quando (spoiler) il nonno muore, ne trova un mazzetto nella sua casa e noi ce li ritroveremo piazzate in tutto il libro, pronte a saltar fuori quando uno meno se lo aspetta, come i capperi nell’insalata.
La trama è presto detta: il ragazzo cresce con il nonno che gli racconta dei bambini speciali di cui sopra e di mostri che danno loro la caccia, il nostro ci crede per un po’ poi smette di crederci, il nonno muore, il nostro vede il mostro che l’ha ucciso, finisce in analisi, trova la cassetta con le foto e l’indirizzo della casa dove sono ospitati questi bambini e parte alla volta dell’isola gallese dove essa si trova, accompagnato dal padre. Qui, dopo (poche e rapide) vicissitudini, trova il (spoiler!) loop temporale dove i bambini vivono beatamente, ripetendo un singolo giorno per sempre. Dopo aver rapidamente stretto amicizia con tutti, il nostro scopre che, come suo nonno, è in grado di vedere i mostri e, presto detto (con un colpo di scena che uno proprio mai si sarebbe aspettato) i mostri iniziano ad attaccare. In tutta questa trama, va inserito anche il sottotesto romance tra il nostro e la fidanzatina del fu nonno, che però è molto (how conveniente) rimasta adolescente. Ora, già a questo punto del testo (circa metà del libro), le immagini che venivano fuori parevano un tantino forzate e avevano già perso la loro spinta di interesse (insomma, viste una decina, viste poi tutte) e mi toglievano anche il gusto di immaginare; sorvolando che poi foto che dovrebbero rappresentare la stessa persona, ritraggono invece soggetti piuttosto diversi tra loro. La perdita di spinta delle foto, toglie già il 90% della forza di questo libro. Il restante 10%, composto dal piattume della trama, dall’odiosità del personaggio principale e dalla mancata profondità dei personaggi secondari, semplicemente non sta in piedi e non è abbastanza per tenere su un libro. Volete dirmi che degli ottantenni in corpi di eterni bambini, destinati a ripetere un giorno solo della loro vita all’infinito ma conservando costante memoria dei giorni passati, non hanno nemmeno un briciolo di scompenso mentale? Non credo. Rimanendo nel genere, Anne Rice in Intervista con il vampiro ci ha mostrato tramite il personaggio di Claudia quale sofferenza può essere generata dal paradosso della mente che invecchia e del corpo che rimane giovane. In secondo luogo, questi bambini dai poteri speciali e la loro tutrice, questa dottor Xavier in gonnella, che ruolo hanno? Qual è lo scopo che li governa? Mi direte che uno scopo non sempre è necessario, ma in narrativa non funziona così. Una delle regole auree è individuare desideri e paure dei protagonisti, Qui non ne abbiamo o se ci sono, non si capiscono (magari emergono nei seguiti, non saprei e non lo saprò mai dato che non li leggerò). Non si capisce nemmeno cosa voglia il nostro. Scappare da casa? Dalle responsabilità? Per andare a fare cosa? Boh, fate voi, pare dirci Riggs.
Sulla romance tra l’ottantenne che era innamorata del nonno ma che ha ancora le sembianze di una sedicenne e il nostro, non mi esprimo nemmeno. È una cosa talmente tanto senza costrutto e talmente al limite del disgustoso non appena uno si ferma a pensarci, da rivaleggiare a stretto contatto con l’imprinting amoroso del lupo Jacob e la figlia neonata di Bella Swan in Breaking Dawn. E ho detto tutto.
Ah, quasi dimenticavo. Siccome ci mancava qualche banalità storica da inserirci nel frammezzo, ovviamente il giorno che i bambini rivivono all’infinito è anche quello in cui in teoria la loro casa avrebbe dovuto essere distrutta dai bombardamenti nazi. Non so, il nonno esattamente del nostro quanti anni dovrebbe avere, considerato che uscito dal loop si è andato ad arruolare mi viene da dire almeno diciassette. Comunque sia, tutto per dire che non c’è gusto se non ci piazzi anche dei nazi a caso, così, tanto per gradire. Miglioramento dell’efficacia della trama? Zero. Occasione di originalità sprecata? Ho smesso di contarle arrivata a pagina 12.
ps. A chi dice che Burton ha perso il suo tocco, osservando l’inconsistenza del film che ha tratto da questo libro, mi permetto di rispondere (da non fan di Burton, specie negli ultimi film) che era difficile cavare qualcosa di buono da un affair del genere. Anche perché tolte le famigerate foto, rimane solo una storia banalotta e, almeno nella versione italiana, abbastanza malscritta. [poi, oh, rimane ferma la stima per tutti i soldi che ci è riuscito a fare sopra l'autore.]