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Charles-Amable Lenoir, ‘A Nymph In The Forest’
There is no limit to what we, as women, can accomplish —Michelle Obama
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Ed eccoli qua, gli ultimi tre libri che ho letto. Come vedete sono Caraval di Stephanie Garber (il successo editoriale del momento!), Elantris, prima fatica del grandissimo Brandon Sanderson e infine La corporazione dei maghi di una delle più seguite autrici del fantasy YA, Trudi Canavan. Oltre al sempre efficace "titolo ad una parola" che accomuna i primi due c'è un bellissimo fil rouge che lega tutti e tre questi libri: la loro protagonista è una donna. Non lo stesso tipo di donna, ovviamente. E questa cosa mi ha dato lo spunto per una serie di riflessioni molto interessanti (o almeno spero). Prima di tutto una breve rece dei tre titoli di cui sopra: Caraval è un gran bel libro, forse come fantasy pecca un po' nel worldbuilding nel senso che molte cose rimangono un po' vaghe ma essendo il primo di una serie sono fiduciosa che questo aspetto verrà compensato nei prossimi titoli. La storia affronta in maniera interessante e non convenzionale il rapporto che ci può essere tra due sorelle e poi c'è Venezia (sì perché l'isola dove Caraval ha luogo è Venezia, punto), il gioco, l'amore. Proprio bello, di quei libri che ti portano via e ti mollano solo quando li hai finiti. Elantris è beh... è Sanderson. Chi conosce l'autore sa di cosa parlo e per chi non lo conosce basti dire che là dove Caraval pecca di mancanza di worldbuilding Elantris ne ha persino troppo. Sembra buttare le radici per altri 10 libri a seguire. Ci sono tutti gli elementi che caratterizzeranno i libri di Sanderson, in piccolo, ma ci sono tutti i giusti elementi che lo hanno reso uno dei maggiori esponenti del fantasy moderno (del Rinascimento del Fantasy, come mi piace chiamarlo). E poi La corporazione dei maghi, che forse sbiadisce un po' di fianco agli altri due e che mi ha preso, ma non presissimo. Pecca sia di worldbuilding e ogni tanto mi scivola in cliché un po' meh. Temo un risvolto un po' Harry Potter un po' Twilight (una combinazione che solo a pensarla mi mette i brividi), ma anche qui sono al primo di una serie e mi astengo da un giudizio definitivo. Ora arriviamo alle tre donne che sono al centro delle rispettive storie. Scarlett, Sarene e Sonea (tutte e tre con la S, non avevo notato!). Delle tre quella che ho amato di più è la seconda, per il suo essere sassy, forte e femminile nonostante tutto. Ma tutte e tre sono tre ragazze che prendono in mano il proprio destino e anche se Sonea è un po' un ragazzaccio (uno dei cliché che mi ha fatto storcere un po' il naso), tutte e tre non pagano la loro decisione a discapito del loro essere donne. Perché diciamolo fra noi: sono stanca di queste ragazze che per essere forti devono essere degli scaricatori di porto fino a quando non arriva il belloccio di turno a rimettere in discussione tutto, a farle sentire donne. O, viceversa, di quelle fatalone che sono letali e sexy modello Lara Croft, confezionate apposta per l'immaginario maschile. Voglio donne, ragazze, normali che sono forti perché sono forti, che sono intelligenti, dotate ma comunque con dubbi, insicurezze e incertezze tipicamente femminili. Come Scarlett che non vuole altro che una vita tranquilla e placida che le dia quello che l'assenza della madre le ha tolto, o Sarene che si sente costantemente fuori posto perché troppo alta o troppo sicura di sé e quindi esclusa dai consessi femminili (ma che riesce poi a essere un esempio per le altre nobildonne di corte). Sonea è diversa, un po' perché scivola nel cliché del maschiaccio di cui prima un po' perché ha su di sé l'altro topos (uso un termine caro alla mia collega di blog) del tipico eroe fantasy (il TEF da adesso in poi). Ma sono fiduciosa che la sua femminilità verrà svolta nei titoli a seguire senza, si spera, diventare una Bella Swann (una o due N? Non mi ricordo) di turno. Per saperlo stay tuned. E alla prossima occasione, si parla un po' di che cos'è il TEF e di quali caratteristiche gli sono proprie. XoXo -Millyandthebooks
La casa per bambini speciali evabbe
Partiamo dalla premessa fondamentale e imprescindibile che io sono una grande sostenitrice della cosiddetta willing suspension of disbelief, all’italiana: sospensione dell’incredulità. Proprio ci credo fermamente e non potrebbe essere altrimenti, essente io una grande estimatrice (e pure a tempo perso scrittrice) di libri fantasy; fantasy per davvero alla Tolkien, Rothfuss, Sanderson, Martin ecc ecc, ci siamo capiti. Quindi mi sono approcciata a questo libretto con mente aperta e, come sempre quando inizio un nuovo libro, la speranza di trovare un mondo in cui immergermi e perdermi almeno per un po’.
Avevo letto belle cose su questo titolo e la notizia che Tim Burton ne stava per trarre un film, l’aveva un po’ consacrato a caso letterario YA del momento, trovandolo quindi in sconto da Feltrinelli, ne ho approfittato e gli ho dato una chance. Il protagonista, di cui il nome nemmeno mi sovviene al momento tanto rimane impresso, è un ragazzetto viziato del midwest, cresciuto dal nonno con cui ha un rapporto speciale e tutto quanto potete attingere dai topos sul genere, sulla qualcosa, per carità, non ho niente da eccepire se non il fatto che il protagonista risulta da subito odioso e, poiché il libro intero è narrato in prima persona, si genera una situazione di schizofrenia acuta tra il lettore e l’io narrante. Ma passiamoci sopra.
Il libro è corredato da delle foto stile circo Barnum molto ben fatte, anticate in modo da apparire del XIX secolo e raffiguranti dei bambini speciali (quelli del titolo, eh eh), ognuno dei quali con una singolare abilità, chi levita, chi mangia dalla nuca (sic!), chi fa il fuoco con le mani… Il nostro odioso protagonista riceve queste foto da principio dal nonno e poi quando (spoiler) il nonno muore, ne trova un mazzetto nella sua casa e noi ce li ritroveremo piazzate in tutto il libro, pronte a saltar fuori quando uno meno se lo aspetta, come i capperi nell’insalata.
La trama è presto detta: il ragazzo cresce con il nonno che gli racconta dei bambini speciali di cui sopra e di mostri che danno loro la caccia, il nostro ci crede per un po’ poi smette di crederci, il nonno muore, il nostro vede il mostro che l’ha ucciso, finisce in analisi, trova la cassetta con le foto e l’indirizzo della casa dove sono ospitati questi bambini e parte alla volta dell’isola gallese dove essa si trova, accompagnato dal padre. Qui, dopo (poche e rapide) vicissitudini, trova il (spoiler!) loop temporale dove i bambini vivono beatamente, ripetendo un singolo giorno per sempre. Dopo aver rapidamente stretto amicizia con tutti, il nostro scopre che, come suo nonno, è in grado di vedere i mostri e, presto detto (con un colpo di scena che uno proprio mai si sarebbe aspettato) i mostri iniziano ad attaccare. In tutta questa trama, va inserito anche il sottotesto romance tra il nostro e la fidanzatina del fu nonno, che però è molto (how conveniente) rimasta adolescente. Ora, già a questo punto del testo (circa metà del libro), le immagini che venivano fuori parevano un tantino forzate e avevano già perso la loro spinta di interesse (insomma, viste una decina, viste poi tutte) e mi toglievano anche il gusto di immaginare; sorvolando che poi foto che dovrebbero rappresentare la stessa persona, ritraggono invece soggetti piuttosto diversi tra loro. La perdita di spinta delle foto, toglie già il 90% della forza di questo libro. Il restante 10%, composto dal piattume della trama, dall’odiosità del personaggio principale e dalla mancata profondità dei personaggi secondari, semplicemente non sta in piedi e non è abbastanza per tenere su un libro. Volete dirmi che degli ottantenni in corpi di eterni bambini, destinati a ripetere un giorno solo della loro vita all’infinito ma conservando costante memoria dei giorni passati, non hanno nemmeno un briciolo di scompenso mentale? Non credo. Rimanendo nel genere, Anne Rice in Intervista con il vampiro ci ha mostrato tramite il personaggio di Claudia quale sofferenza può essere generata dal paradosso della mente che invecchia e del corpo che rimane giovane. In secondo luogo, questi bambini dai poteri speciali e la loro tutrice, questa dottor Xavier in gonnella, che ruolo hanno? Qual è lo scopo che li governa? Mi direte che uno scopo non sempre è necessario, ma in narrativa non funziona così. Una delle regole auree è individuare desideri e paure dei protagonisti, Qui non ne abbiamo o se ci sono, non si capiscono (magari emergono nei seguiti, non saprei e non lo saprò mai dato che non li leggerò). Non si capisce nemmeno cosa voglia il nostro. Scappare da casa? Dalle responsabilità? Per andare a fare cosa? Boh, fate voi, pare dirci Riggs.
Sulla romance tra l’ottantenne che era innamorata del nonno ma che ha ancora le sembianze di una sedicenne e il nostro, non mi esprimo nemmeno. È una cosa talmente tanto senza costrutto e talmente al limite del disgustoso non appena uno si ferma a pensarci, da rivaleggiare a stretto contatto con l’imprinting amoroso del lupo Jacob e la figlia neonata di Bella Swan in Breaking Dawn. E ho detto tutto.
Ah, quasi dimenticavo. Siccome ci mancava qualche banalità storica da inserirci nel frammezzo, ovviamente il giorno che i bambini rivivono all’infinito è anche quello in cui in teoria la loro casa avrebbe dovuto essere distrutta dai bombardamenti nazi. Non so, il nonno esattamente del nostro quanti anni dovrebbe avere, considerato che uscito dal loop si è andato ad arruolare mi viene da dire almeno diciassette. Comunque sia, tutto per dire che non c’è gusto se non ci piazzi anche dei nazi a caso, così, tanto per gradire. Miglioramento dell’efficacia della trama? Zero. Occasione di originalità sprecata? Ho smesso di contarle arrivata a pagina 12.
ps. A chi dice che Burton ha perso il suo tocco, osservando l’inconsistenza del film che ha tratto da questo libro, mi permetto di rispondere (da non fan di Burton, specie negli ultimi film) che era difficile cavare qualcosa di buono da un affair del genere. Anche perché tolte le famigerate foto, rimane solo una storia banalotta e, almeno nella versione italiana, abbastanza malscritta. [poi, oh, rimane ferma la stima per tutti i soldi che ci è riuscito a fare sopra l'autore.]
–Millyandthebooks
Cosa ne penso di Westworld, il nuovo drama HBO
Ho guardato il primo episodio di Westworld, la nuova super produzione di HBO.
Le poche cose (potevano letteralmente essere riassunte con: western, fantascienza, Anthony Hopkins e Evan Rachel Wood) che sapevo pre visione facevano ben sperare e ho poi scoperto che la serie si basa su un film del 1973, Il mondo dei Robot, diretto dal mai dimenticato Michael Crichton. In tutti i modi, comunque, già prima della messa in onda veniva additata da molti come la prossima bomba seriale, per cui bisognava vederla, anche solo per poterne poi parlare male e abbandonarla senza rimpianti.
Brevemente e senza troppi spoiler: la storia è ambientata nel parco divertimenti di Westworld, dove, in un’impeccabile ambientazione western, automi dalle perfette sembianze umane interagiscono con i clienti, persone reali, secondo storyline interconnesse che sono sì,create ad hoc da uno scrittore, ma sono pure sempre pronte ad essere modificate dai desideri degli avventori. Lo scrittore si serve dei personaggi fittizi per creare trame e situazioni che possano intrattenere il pubblico e permettere loro di divertirsi in totale sicurezza durante la permanenza all’interno del parco e allo stesso tempo il pubblico si trova coinvolto in una storia che può modificare a suo piacere. Gli automi sono quindi un giocattolo predisposto ad interagire con gli umani seguendo certi schemi già delineati ma contemporaneamente sempre pronti a trasformarli e piegarli per assecondare ogni desiderio dei frequentatori dell’attrazione.
Non è un caso che in Italia si sia deciso di intitolare la serie Westworld – dove tutto è concesso.
E non c’è che dire, la storia funziona, cattura e sicuramente guarderò la prossima puntata.
Non amo molto la fantascienza – sì, ho letto qualcosa di Asimov e qualche libro pubblicato nella collana Urania, ho visto l’occasionale film o serie tv syfy , ma non considero assolutamente la fantascienza un mio genere prediletto – però l’episodio mi è piaciuto molto: perfezione e precisione stilistica si accompagnano senza sforzo a dialoghi ben scritti e ben recitati. E non era un compito semplice visto che in questi 68 minuti iniziali sono già state sollevate questioni quali ad esempio il senso della vita, la passione dell’uomo a giocare a fare dio, il significato di anima e sentimenti, l’istinto e l’etica. Argomenti importanti che comprendiamo subito verranno sviluppati approfonditamente nel corso della serie.
Si lavora con un’estrema pulizia stilistica che disegna e supporta nella maniera migliore il concetto di sterile e la routine quotidiana degli automi, ma che altrettanto efficacemente permette ai sentimenti che esprimono e alle variazioni nella storia di risuonare ancora più forti.
Un plauso va poi fatto per il grandissimo cast, sempre perfetto a trasmettere ogni sfumatura. Ne fanno parte, tra gli altri più o meno noti, Sir Anthony Hopkins, Evan Rachel Wood, Ed Harris e James Marsden. E, giusto per completezza, indovinate chi compare tra gli executive producers… proprio lui, il prezzemolino JJ Abrams!
Tutto perfetto quindi? Nì, una pecca, a mio parere, c’è ed è quella che definirei l’eccessiva lentezza che permea un po’ tutto quanto. È logico comunque che questo primo episodio serviva soprattutto per introdurre e permettere allo spettatore di ambientarsi correttamente nel nuovo mondo di Westworld, per cui il problema lentezza sarà eventualmente da tenere in considerazione solamente dai prossimi episodi.
In conclusione, fossi in voi, una chance gliela darei, anche solo per la straordinaria cover di Paint it black dei Rolling Stones che viene usata sul finale.
E se non vi piace avrete le basi per parlarne male!
--Sara