Sergio Citti e Pier Paolo Pasolini: l’incontro
Fra i ragazzi conosciuti in borgata, Pasolini aveva scoperto un «consulente», Sergio Citti, ― «il mio vivente lessico romanesco», disse di lui.
Era l’estate del 1951, Pier Paolo vide la prima volta Citti sul greto dell’Aniene a Ponte Mammolo. Qualche giorno dopo lo incontrò davanti a un cinema dell’Acqua Bullicante, al Prenestino. I due cominciarono a chiacchierare.
Sergio aveva diciotto anni, da qualche settimana era uscito dal riformatorio. Pier Paolo gli sembrò un agente sociale: provò verso di lui diffidenza.
Pier Paolo gli disse: «Sono uno scrittore». Per suo conto Citti scriveva, o pensava di scrivere, racconti.
Ragazzo del popolo, privo di studi, dotato di una insolita immaginazione verbale di tipo «malandrino», Sergio quella sera chiacchierò a lungo con Pier Paolo scoprendo che si trattava di una persona affatto diversa da quanto aveva pensato di primo acchito.
Pier Paolo gli parlò di psicoanalisi, di come si sviluppa l’eros durante l’adolescenza.
I due finirono, sui gradini della chiesa rionale, per giocare a «ditate» (botte reciproche a colpi di indice e medio tesi), fino a sanguinare.
Poi Pier Paolo disse che stava scrivendo un libro sui ragazzi delle borgate, e chiese aiuto a Sergio.
Pasolini e Citti presero a vedersi. Andavano in pizzeria a Torpignattara: ― un locale che si chiamava l’Aquila d’oro. Sergio, a quel tempo, guadagnava più di Pier Paolo: faceva l’imbianchino, a 1800 lire al giorno. Era lui che offriva la pizza a Pasolini. Gli presentò Franco, suo fratello: poco loquace e malinconico.
Quelle cene, cui partecipavano spesso altri ragazzi, erano cene di racconti: ― le «magnate», le bevute invase di parole e gesti. Pasolini teneva un taccuino aperto davanti a sé: chiedeva precisazioni linguistiche a Sergio col fare puntiglioso e cavilloso del glottologo di professione.
Finita la cena, prendeva il tram per tornare a Rebibbia: spariva alla volta delle proprie avventure. Sergio gli proponeva di uscire insieme con due ragazze. Pier Paolo di rimando gli proponeva d’accompagnarlo nelle sue cacce coi ragazzi: ― una volta soltanto gli parlò di una certa Franca, un nome rimasto senza viso.
Citti non aveva dato eccessivo peso, per allora, al fatto che l’amico fosse uno scrittore. Si persero di vista. Poi, sfogliando un giornale, gli accadde di scoprire una fotografia di Pier Paolo: ― si parlava di premi letterari e di Ragazzi di vita (il romanzo partecipò al Viareggio del 1955).
Er Pasòla o Giacche Palànce (i nomignoli confidenziali con i quali da quei ragazzi Pier Paolo veniva chiamato: il secondo alludeva alle sue guance scavate che ricordavano appunto l’attore americano Jack Palance) aveva detto la verità.
Passarono quasi due anni: lo scrittore riapparve all’Acqua Bullicante: aveva una seicento bianca di seconda mano: regalava vestiti smessi agli amici di borgata. Scriveva un nuovo romanzo, e il rapporto con Sergio si strinse: nasceva Una vita violenta.
Sergio diventò non solo il consulente dei gerghi malandrini, ma partecipò al lavoro di Pier Paolo nel cinema.