“Non c’è un regolo, un metro, o una scala graduata in tutto l’intero mondo lunga abbastanza per calcolare la FORZA e le capacità insite in te.”
— Paul J. Meyer

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“Non c’è un regolo, un metro, o una scala graduata in tutto l’intero mondo lunga abbastanza per calcolare la FORZA e le capacità insite in te.”
— Paul J. Meyer
"Non so. A volte non mi conosco, non so misurare, elencare, calcolare i granelli che fanno di me quello che sono.”
— Virginia Woolf, “Le onde”.
Io non ci sto tra le righe
LETTERA DI UN DSA Quando Dio mi diede le istruzioni per la vita, probabilmente me le spiegò troppo velocemente. In fondo anche se qualcosa mi era sfuggito non era cosi male la vita, non era poi cosi difficile comprenderla e viverla nel modo giusto, quanti pensieri e quante storie mi immaginavo. Il mio cervello non riusciva a stare mai a riposo, pensava sempre a qualcosa che fosse una storia o un’avventura, a qualcosa si quel “qualcosa” poteva essere di tutto non mi ponevo limiti, mi sentivo pronto a voler imparare e comprendere molte cose a cui volevo dare nomi e spiegazioni. Mio padre era sempre a lavorare, povero uomo, rientrava stanco con la schiena piegata dalla fatica, aveva sempre gli occhi stanchi la sera e io non osavo disturbarlo. Mia mamma era sempre impegnata con la casa, con le spese e con i vari mestieri che una casalinga aveva. Dalla finestra della mia camera vedevo la mattina, dei ragazzi che procedevano nella stessa direzione, quasi come in una processione, curiosi quei ragazzi avevano tutti una grande cartella sulle spalle e indossavano tutti un grembiule, un grembiule di colore nero. Poi, un giorno, mia madre quel grembiule me lo comprò, era arrivato il tempo in cui anche io dovevo far parte di quella processione, mi diede il grembiule nero un colore come il buio, e il buio stava per entrare nella mia vita. Imparai presto a percorrere quella strada, come imparai cosa era la scuola, a cantare, fare delle righe, a scrivere le singole lettere, a disegnare e a colorare. Poi un giorno mi accorsi che stranamente qualcosa era cambiato, mi sembrava che il mio modo di vivere si fosse rallentato, proprio come le immagini in bianco e nero che vedevo in TV con la scritta “Replay”. La cosa curiosa era che questo rallentamento iniziò proprio nei giorni in cui la maestra incominciò a raccontarci dei numeri e a insegnarci la lettura, la mia vita scolastica era diventata grigia come le immagini in TV. Le aspettative, la curiosità fecero posto in breve tempo alla fatica, al rifiuto di fare quello o questo compito e rimandarlo “a dopo”, cominciavano a chiedermi perché tanta fatica. Guardavo gli altri bambini arrivare sereni a scuola, mentre io mi spegnevo giorno dopo giorno. I colloqui con i professori sempre uguali, lazzarone e svogliato con la testa tra le nuvole dicevano a mia madre. E ancora, che ero immaturo non mi impegnavo, ma quando volevo allora ci riuscivo e bene anche. Fu alla fine delle medie inferiori che arrivò la sentenza, una sentenza crudele, e come la lama di una spada trafisse le mie speranze, “Suo figlio”- disse una professoressa a mia madre – “non farà mai nulla di buono nella vita.” … nessuno mi voleva ascoltare, io dovevo andare comunque avanti nella vita, ma a scuola ero un lazzarone. Non sono io che perdevo i treni, sono loro che non mi aspettavano, per me è tutto troppo veloce, tanto da farmi confondere. Quella sera si cenò con una minestra leggera, la TV rimase spenta, ricordo che mio padre aveva la testa talmente china che il cucchiaio dal piatto era subito lì, nella sua bocca. Mia madre lacrimava, si asciugava le lacrime che scendevano, non piangeva erano solo lacrime, cosi pensai. Capii che era per colpa mia, mio padre avrebbe dato l’anima per vedermi proseguire gli studi, ma come potevo? Ero un lazzarone svogliato. Il mondo correva e io inseguivo, sempre, vedevo i successi e i traguardi che gli altri ottenevano, io sempre dietro, staccato, a inseguire. Il mondo era come un congiuntivo e io non sapevo coniugarlo. Gli anni volano, che tu corra o cammini, essi volano. Quanto amore ancora prima di conoscerlo, non potevo che immaginarlo, poi finalmente arrivò, diventare padri è stupendo, avere un figlio ti rende pieno di orgoglio, quasi a compensare una vita mediocre, diventa egli stesso il tuo trofeo. Ricordo ancora con quanta forza stringeva il mio dito nella sua piccola mano, com’era bello stargli vicino, era curioso e ogni giorno scopriva cose nuove. Poi finalmente cominciò la scuola, la felicità d'imparare di poter apprendere, il grembiule non è più nero come il buio della notte, ma blu come il cielo pre serale nelle sere invernali, si spera che arrivi in alto a toccare quel cielo mio piccolo amore. Questa volta i colloqui mi vedono dalla parte del genitore, che emozione, ma i risultati non sono molto diversi. C’è qualcosa che non torna, qualcosa non quadra. No, no non è un lazzarone, ci sono dei disturbi. Oggi li chiamano cosi, disturbi. Infatti dei psicologi infantili hanno studiato in tutti questi decenni, lo sapete? Non ci sono più i “lazzaroni” ma ragazzi che hanno un modo diverso di apprendere. Vengono identificati, riferendosi al disturbo, ragazzi DSA, una sigla che sta per Disturbo Specifico dell’Apprendimento, e sotto questa sigla vengono racchiuse tante sfaccettature di questi disturbi come la Dislessia, la Discalculia, la Disgrafia, la Disortografia e il Disturbo dell’Attenzione. Io ho, però, un altro modo di definire quelle tre lettere, infatti per me DSA sta per Diverso Stile di Apprendimento. Leggere è una tortura le lettere girano e volano via, quanta fatica piccolo mio. E li ho capito cos’è mio figlio e cos’ero, e sono, io! L’essere DSA non è solo questo, è molto più odioso, sapete? Ci devi convivere tutti i giorni, tutto il giorno, sei sempre consapevole del fatto che tu non sei come tutti gli altri, sei consapevole del fatto che tu hai un difetto in più e credetemi che non è bello. Non è bello andare alla lavagna a matematica e fare 10+3= 13 contando con le dita. Oggi sull’esperienza di mio figlio ho capito molte cose. Non è bello beccarsi le occhiatacce degli altri ragazzi, quando notano che hai la verifica semplificata, in particolare quando questo viene scritta a caratteri cubitali in alto è una delle cose peggiori, come non è bello non riuscire a memorizzare le parole e dover ricorrere a tabelle o mappe concettuali, ma che servono perché senza di esse ci sono grosse difficoltà. E non pensate che l’essere DSA sia un problema solo a scuola, con l’essere un DSA ci si deve convivere sempre. Perché, comunque a scuola ci saranno anche le verifiche semplificate e la calcolatrice, ma, nella vita reale, non hanno nessuno aiuto. Me se la devono cavare da soli. A scuola riusciranno anche ad andare bene, ma nella vita avranno sempre difficoltà, dovranno sempre metterci il doppio della fatica e a volte non basterà. E poi … non hai più voglia di fare nulla. Ecco perché importante che tutti genitori, professori e associazioni che con i loro educatori aiutano nel dopo scuola siano coesi, perché l’essere DSA si può superare con la volontà come altre forme di disabilità e che la disabilità non è un ostacolo per il futuro, anzi è un motore. “Se non imparo nel modo che tu insegni, ti prego insegnami nel modo in cui io imparo”, questo mi chiese mio figlio, un giorno mentre lo aiutavo nei compiti. E poi ancora mi disse: “Papà non capisco perché i miei amici sanno leggere così velocemente e io no. Vedo gli altri scrivere e mi chiedevo perché io non posso fare la stessa cosa. Mi viene da piangere ogni volta che la maestra dice di aprire il nostro quaderno, spero sempre che mi venga il più forte mal di pancia che possa esistere per tornare a casa”. Perché allora non dare più tempo a chi è più lento a leggere o a scrivere? Perché dovrebbe essere considerata ingiustizia concedere a un dislessico più tempo o dotarlo di un computer, mentre è pacifico che sia cosa giusta dare a un miope gli occhiali o a un cieco la sintesi vocale? A che punto della storia abbiamo deciso d'ignorare tutte le conquiste fatte nel campo dell’istruzione e dell’educazione negli ultimi cento anni e di limitarci a sposare il vecchio motto gentiliano “Chi sa, sa insegnare”? Un DSA che legge ad alta voce lo fa come quando si affronta una maratona, si guarda al tempo. Impegnandosi tanto, a tal punto che quando ci si arriva alla fine, esausti, non si è compreso il significato del testo. Come disse don Milani? Ah si, disse: “Non è fare parti uguali tra disuguali, ma dare a ciascuno ciò di cui ha bisogno” Mio figlio è un DSA, quanto è stata lunga l’attesa, io sono stato un lazzarone quanta è stata penosa la vita. io---oi “Ognuno è un genio ma se giudichiamo un pesce per come si arrampica su un albero lui passerà tutta la sua vita a credersi stupido” - Albert Einstein
Nessuno, nemmeno i poeti, ha mai saputo calcolare ciò che il cuore è in grado di reggere. ~Zelda Fitzgerald
Web Radio sulla Numerologia con Silvia Morgana Scotto
COME CALCOLARE IL NUMERO D'ORO (NUMERO AUREO) https://diggita.com/v.php?id=1652770
25 luglio 2019: Che valore ha la parola “investimento”
È una parola, prima di tutto. È una parola che ha un valore in diversi ambiti della società e della economia. È una parola che vale un futuro, perchè da questo punto di partenza si possono srotolare futuri tra i più disparati, tra i più lunghi e i più brevi. È una parola che dice a qualcuno che tu stai scegliendo una vita o una altra vita rispetto al punto di partenza che scegli di trovare. Detto…
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