Non ce la facevo più ad aspettare.
È stato un anno dove non si è fatto altro, un anno in cui ho avuto la fortuna sfacciata di poter osservare il mondo da una prospettiva privilegiata. Di ascoltare le persone amiche e di sentire quanto bisogno ci fosse di movimento. Per dare l’idea di come faccia schifo una palude senza prospettive bisognerebbe cambiare il detto dalle stelle allo stallo.
Lo stallo l’ho patito, con i pensieri annebbiati della notte, quando tutto sembra insormontabile, difficile.
“Un po’ di possibile, sennò soffoco”, mi sono detta. E il mio possibile è stato una scelta che si è rivelata poi una rifondazione a tutti gli effetti. Ci rifondiamo continuamente sulle persone che siamo state.
Ho rifondato me stessa su quella che ero, non ci sono stati crolli veri e propri, ma io so che non sono più lei.
E insieme lo sono profondamente.
Ho pagato alcuni suoi errori, l’ho pagata in solitudine e in notti insonni. Le sono grata perché non mi ha lasciato rimorsi, al massimo rimpianti. È una brava ragazza che temeva negli altri la sua stessa spietatezza.
Le sono grata soprattutto perché, anche nei momenti di totale sconforto, non ha mai smesso di contare e di aspettare.









