I greci, e in misura minore i romani caduti sotto l'influenza greca, dimostrarono un grande interesse per le costituzioni vigenti nelle numerose comunità del mondo greco. Alcuni davano tanta importanza alle forme costituzionali da credere che la formulazione di una costituzione equilibrata e logica dal punto di vista teorico avrebbe sempre dato buoni frutti nella città che l'avesse adottata, senza badare alle circostanze ambientali. Questa speranza non era poi irrealizzabile come potrebbe sembrare, dato che le somiglianze esistenti fra le concezioni religiose e sociali e le condizioni di vita dei vari stati greci erano tali che l'una o l'altra di queste forme sembrava valida per tutti. Un altro motivo che portava i pensatori politici a cercare una costituzione universale era il loro desiderio di superare l'instabilità che era divenuta caratteristica della vita politica greca durante il quarto secolo [a.C.]; assai diffusa era la convinzione che delle riforme costituzionali condotte secondo giusti criteri avrebbero posto fine a tale inconveniente. Fra gli stati non greci, l'unico o quasi che possedesse una costituzione ammirata da molti scrittori politici greci era Cartagine. La sua era l'unica costituzione non greca che fosse stata inclusa in una raccolta di saggi sulle costituzioni fatte sugli ordinamenti di Aristotele. Nel terzo secolo il geografo Eratostene protestando contro la presunta superiorità dei greci su tutti i popoli non greci, sosteneva che i romani e i cartaginesi non si potevano considerare « barbari », poiché possedevano eccellenti costituzioni. Quest'esempio venne seguito da molti altri, fra cui degli scrittori romani, che lodarono la costituzione cartaginese quanto meno nella forma che essa presentava fino all'epoca di v.
B. H. Warmington, Storia di Cartagine, Einaudi (collana “Piccola Biblioteca Einaudi”), 1974²; pp. 166-67.
[Ed.ne or.le: Carthage, Robert Hale Ltd, London, 1960]













