Per Sabino Cassese “non si gioca con la democrazia”, per Cesare Mirabelli “così la democrazia rappresentativa va a mare”, per Giovanni Maria Flick “il voto su Rousseau è contro la Costituzione”. È un giudizio netto e molto critico quello di due presidenti emeriti della Corte Costituzionale e di un costituzionalista sul ricorso al voto online per gli iscritti al M5S per decidere se dar vita al governo con il Partito Democratico.
Nella sua rubrica “Teatro delle idee” che si legge sempre con profitto nel mensile della Gilda, uno dei sindacati della scuola (Professione docente, XXVIII, 5: novembre 2018), Roberto Casati, logico di chiara fama e studioso dei processi cognitivi, ricorda la bella figura del filosofo e scrittore americano Henry David Thoreau, l’autore del superbo Walden o la vita nei boschi (1854). Sono sicuro che se raccontassi la trama dell’opera autobiografica, persino a Carletto si drizzerebbero le antenne e mi chiederebbe: “Prof! Ci hanno fatto un film?”. Sì, Carletto, hai ragione! La trama è la stessa di Into the wild, film celebre e molto apprezzato dai ragazzi dell’ultimo decennio (il film uscì nel 2006). Con una abissale distanza tra gli esiti delle vite nella società dei consumi e quella ottocentesca di Thoreau. I giovani non sono più quelli dell’età del romanticismo, ma che adolescente sei se almeno una volta non hai fantasticato di andartene di casa e di lasciar perdere le tue tracce?
Casati però usa, come pretesto, il Thoreau di un libretto scritto pochi anni prima: Civil disobedience (1849) dove si teorizza il valore morale della disobbedienza su basi autenticamente morali. Leggerlo aiuta a comprendere quanto diversa sia la dimensione psicologica del disobbedire da quella del capriccio. Il capriccio non ha nulla a che fare con la libertà e Le avventure di Pinocchio dovrebbe avercelo insegnato. Ma saranno stati affascinati dalle peripezie del burattino di legno i giovani della “generazione liquida”? Lo avranno letto nell’età postpuberale. Ne dubito. Nell’articolo citato Casati dà alcuni spunti di quella che potrebbe essere nel nostro piccolo la disobbedienza civile oggi, nell’età della integrazione, del conformismo di massa, del totalitarismo contemporaneo. Ne scelgo una: “ridurre al minimo la spesa su Internet, di libri come di generi alimentari; andare magari a fare due chiacchiere con i librai del quartiere, farsi consigliare un libro, proporre loro di creare un gruppo di lettura”. Ma non è una perdita di tempo? Obietterebbe Maria Luigia. Lei me l’ha detto chiaro in una delle nostre animate conversazioni di ”materia alternativa” del giovedì: ne ha poco. Invano ho provato a spiegarle come la cosa più utile nell’età, che precede il cosiddetto ‘ingresso nella società’ sia proprio quella di perderlo il tempo. Proficuamente, s’intende. Ma tutto congiura nella direzione contraria. La sfera economica è la nostra sovrana assoluta. Non perder tempo, giovanotto, dicono le Università private e pubbliche: è tempo di scegliere! E la scuola è diventata, con il pretesto dell’orientamento in uscita, il megafono per una sarabanda demenziale di incontri, di informazioni, di percorsi a cui è d’obbligo partecipare. Lì ci sarà sempre un imbecille pronto a garantirti come sarà il futuro e aiutandoti, s’intende disinteressatamente, a fare la “scelta giusta”. Così la scuola che, per sua natura, almeno nella concezione progressista (democrazia ed educazione, spiega John Dewey, non possono che essere un binomio inscindibile), aiutando il formarsi del pensiero critico, si allinea al pensiero dominante della efficienza, della rapidità, di quella parola oscena che suona spendibilità.
Ma tornando al punto: continueranno a chiudere le piccole librerie? E’ verosimile credere che saremo nel prossimo futuro sempre più chiusi nelle case e nei luoghi di lavoro a ordinare sul web prodotti alimentari e consumi culturali? Chissà!
Intanto la mia giovane giornalaia, l’unica edicola del “Villaggio Olimpico”, mi dà per certo che tra dieci anni non ci saranno più i giornali di carta. Sob! Niente due chiacchiere con l’edicolante. E’ una esperienza che un quindicenne di oggi non ha mai fatto. Cosa vi siete persi…! “Padre, perdona loro perché non sanno quel che fanno”.
Avevo appena finito di incollare su un foglio del mio archivio l’editoriale di Marco Travaglio, comparso sul Fatto quotidiano qualche settimana fa (“Il popolo sono me” 24 gennaio 2019: v. sul retro), che, come piovuto dal cielo, all’inizio di una giornata didatticamente impegnativa, mi ritrovo davanti uno che sostiene di chiamarsi Sabino Cassese. Possibile che l’emerito professore, esperto di diritto amministrativo e cuore generoso di una riforma decisiva della pubblica amministrazione, decano di una cattedra che ha cresciuto generazioni di studenti, il già presidente della Corte Costituzionale, il fustigatore della deriva populista, presente h24 su Il Corriere della Sera e Il Foglio, ospite gradito di tanta televisione, avesse deciso di metter piede nel nostro liceo? Che si trattasse di un banale caso di omonimia? E se invece il gradito ospite fosse lo stesso giurista di chiara fama, figlio di Atripalda, come era mai riuscita la nostra esimia dirigente ad ottenere un successo del genere?
Certo, slegato dal mondo per la mancanza cronica di connessione, non avevo potuto leggere la Circolare che annunciava l’Evento. Ma i miei colleghi mi rassicurarono: non l’avevano letta nemmeno loro, comparsa com’era nel tardo pomeriggio del giorno prima. La prima inter pares, come si compiace di definirsi nel suo ruolo di dirigente scolastica (v. “Il Lucreziano” n. 1), in questo caso aveva tenuto tutto segreto fino all’ultimo istante, forse per non rovinare l’effetto-sorpresa. E rassegnata a scrivere una circolare, astutamente ci aveva depistati, assicurando che tutte le quinte, ma soltanto loro, avrebbero partecipato all’incontro previsto in aula magna. E invece…Già alla seconda ora alcuni collaboratori scolastici giravano per le classi quarte a riferire che anche queste avrebbero dovuto raggiungere puntualmente la palestra alla fine della ricreazione. E invero c’era qualcosa di strano nell’aria e di antico, che a posteriori comprendemmo: l’arrivo di un’Alta Personalità. Abbiamo letto L’Ispettore generale e sappiamo riconoscere i segni per tempo. Nel nostro caso i bidelli operosi che si affrettavano a concludere la pulizia delle scale, il luccichio delle mattonelle nell’atrio, persino i servizi igienici profumavano di candeggina e nei contenitori seria, bianca, immacolata la carta igienica.
Di fronte a tanta capacità organizzativa, a tale piglio, quasi al fondo prussiano, di un’altra Italia possibile, si resta basiti. Che poi per parlare a venti classi di Costituzione, che ne ignorano felicemente tutto, venisse scomodato un tale personaggio, che non poteva che dire le ovvietà del caso, viene voglia di esclamare: troppa grazia, sant’Antonio. Ma Cassese non si chiama Antonio e dunque diremo, concludendo, più semplicemente e familiarmente, dal profondo del cuore: grazie Sabino.