[...]————————————— Le mie lettere sono troppo dotte (epistole farcite) ma è per banalizzarle, per cifrarle meglio. E poi ad ogni modo, non so più a chi l’ho scritto una volta, le lettere sono sempre cartoline: né leggibili né illeggibili, aperte e radicalmente inintelligibili (salvo se ci si affida a dei criteri «linguistici», perfino grammaticali: per esempio quando dico «è bello che tu sia tornata» dedurne con certezza che scrivo a una donna; nel tuo caso, sarebbe rischioso come desumere il colore dei tuoi capelli) offerte a tutti i transfert dei collezionisti – e tutto ciò cattura immediatamente a causa degli stereotipi dietro i quali si immaginano favolosi racconti di viaggio, si specula su inverosimili o troppo verosimili romanzi familiari, con storie poliziesche, traffici commerciali, intrighi con cui è possibile ricomporre tutte le cartoline, e poi sono tutti morti, e poi a causa dei clichés la lettera subito vi si disperde o moltiplica, eco divisa da se stessa (alla fine consiste solo nel suo «proprio» supporto o quasi, e il supporto è già una riproduzione, che del resto, come ogni supporto, è assolutamente ideale e dunque può distruggersi senza restare), per il destinatario è perduta nell’istante stesso in cui si inscrive, la sua destinazione è immediatamente multipla, anonima, come pure il mittente, come dicono, e il destinatario, tu, mio amato angelo; e tuttavia visto che mi manchi, tu, solo tu adesso, ti piango e ti sorrido, qui, adesso, proprio qui. E dal momento che abbiamo già parlato, decisamente meglio, ben più a lungo di tutto questo, insieme alle mie lacrime sono ricordi che ti invio, l’essenziale rimanendo che ti invio, che ti tocco inviandoti alcunché, anche se non è niente, anche se non ha il benché minimo interesse. —————————————
— JACQUES DERRIDA La cartolina. Da Socrate a Freud e al di là [La carte postale. De Socrate à Freud et au-delà]











