Intanto, uno sguardo ragionato su quanto sta succedendo tra USA e Russia:
USA-RUSSIA: CHI HA VINTO LA PARTITA?
In questa vicenda ucraina l'obbiettivo degli Usa sembra sia stato raggiunto: il "Nord Stream 2" è saltato e con esso anche il canale dal quale sarebbero passate le più strette relazioni fra Russia ed Europa.
La mossa di Biden, va detto, è stata astuta. Se Putin non fosse ricorso a una violazione del diritto internazionale, l'esercito ucraino, assieme ai neonazisti di Pravy Sektor e del Battaglione Azov, avrebbe continuato l'opera di pulizia etnica nel Donbass, seguitando a bombardare le zone residenziali delle autoproclamate repubbliche di Donetsk e di Lugansk fino a sfollare la loro intera popolazione.
Putin sapeva che qualunque intervento gli sarebbe costato caro, ma in Donbass era già cominciata una tragedia umanitaria, le due Repubbliche indipendentiste chiedevano disperatamente l'aiuto russo e dalle opposizioni e dal Parlamento giungevano pressioni continue: l'immobilità di Putin veniva accusata di cinismo.
Di lì la decisione di adeguarsi alla scelta del Parlamento e del proprio popolo, di lì il riconoscimento delle repubbliche di Donetsk e Lugansk e l'operazione di pacekeeping per difendere la popolazione dagli attacchi di Kiev.
Naturalmente la pubblicistica occidentale ora si sbizzarrisce: “È arrivata l'ora, l'avevamo detto, Putin sta invadendo l'Ucraina!”, “L'obbiettivo di Putin è ricostruire l'Urss!”, “Putin vuole ricostruire l'Impero russo!” e via dicendo, “follia di Putin!”, “megalomania di Putin!”, “malattia di Putin!” ecc. ecc.
Intanto, però, i civili del Donbass ringraziano.
È violazione del diritto internazionale? Sì, formalmente lo è, come lo è stato il riconoscimento del Kosovo da parte dell'Occidente dopo la pioggia di bombardamenti all'uranio impoverito effettuati sulla Serbia e il sostegno dei terroristi dell'UCK.
O come lo sono stati, il riconoscimento occidentale dell'autoproclamato Presidente Guidò in Venezuela e il sostegno finanziario e militare a tutte le pulsioni secessioniste presenti in Cina: da Taiwan al Tibet, da Hong Kong al terrorismo uiguro.
Violazione del diritto internazionale, proprio come l'embargo americano contro Cuba e il finanziamento della attività terroriste sull'isola finalizzate a strozzare le entrate economiche del turismo.
Ma soprattutto va considerato un altro fatto. Violazione del diritto internazionale è stato anche il Colpo di Stato di Piazza Maidan del 2014 (dai nostri media chiamato naturalmente “rivoluzione”), avvenuto con l'imprescindibile sostegno di tutto l'Occidente, Europa inclusa, e con il protagonismo di formazioni neonaziste come Svoboda, Pravy Sektor e il Battaglione Azov, sfociato poi nella “strage di Odessa” (o altrimenti detta “rogo di Odessa”) alla Casa dei Sindacati, nella quale 48 persone vennero bruciate vive dai sostenitori di Kiev e altre 174 rimasero gravemente ustionate. Strage che non ha ancora incontrato nessuna formale condanna da parte dell'Unione Europea e tanto meno dagli Stati Uniti.
Ma violazione del diritto internazionale sono, se vogliamo, anche le violazioni degli accordi di Minsk, riguardo ai quali Fabrizio Dagosei del Corriere della Sera, in un articolo di polemica contro la Russia, ammette quanto segue:
“Difficile dare torto a Putin, quando sostiene che sono gli ucraini a non aver attuato gli accordi di Minsk del 2015. E che il loro leader Zelensky non se la sente di far digerire ai nazionalisti che lo sostengono la concessione di quell’ampia autonomia prevista dall’intesa. Anche se, in fin dei conti, non sarebbe molto di più di quello che in Italia è stato dato all’Alto Adige”.
Insomma, la mossa di Putin è stata sì una violazione del diritto internazionale ma che si inscrive all'interno di una sequela di violazioni del diritto internazionale di cui si è macchiato l'Occidente stesso, visto che l'attuale governo ucraino è il frutto di una violazione del diritto internazionale non poi così diversa da quella che nel 1973 in Cile aveva portato al potere Pinochet.
Certo, Janukovic non era certamente Allende, e Poroshenko forse non era Pinochet, ma dal 2019 il governo ucraino ha stabilito una giornata di festa nazionale ogni primo gennaio per celebrare in tutto il paese il giorno della nascita del collaboratore nazista Stepan Bandera e in ogni caso le formazioni neonaziste come Pravy Sektor e il Battaglione Azov, ampiamente colluse col governo, non sono certo più tenere con gli abitanti del Donbass di quanto lo fosse Pinochet in Cile con il popolo di Allende.
In Italia abbiamo visto spesso il PD cantare "Bella Ciao" di fronte alle indecenze anticostituzionali di Fratelli d'Italia e della Lega di Salvini (col quale ultimo, in ogni caso, oggi sta governando), abbiamo visto i militanti o i simpatizzanti liberaldemocratici gridare nelle varie città “Napoli è antifascista!”, “Milano è antifascista!”, “Bologna è antifascista!”....“l'Italia è antifascista!”.
E questo è certamente un fatto che va plaudito! Ma occorrerebbe anche domandarsi: quanti di costoro sarebbero pronti oggi a chiedere senza tentennamenti una “Kiev antifascista” e un'“Ucraina antifascista”? Quanti sarebbero pronti a chiedere che l'Ucraina faccia dell'antifascismo il proprio principale collante identitario? O secondo i liberaldemocratici italiani l'antifascismo non può superare i confini nazionali?
E che cosa dice il PD del fatto che dal 2014 al 2021 la Russia presenta ogni anno all'Onu una mozione che chiede di condannare apertamente “la glorificazione dell'ideologia e dei crimini nazisti“ fra cui l'Olocausto e la mozione riceve ogni anno i voti favorevoli di tutti i paesi presenti (circa 125 voti) tranne quelli di Stati Uniti e Ucraina che votano sempre contro e dei paesi europei, fra cui l'Italia, che si astengono?
Ora, ritornando alla domanda iniziale su chi ha vinto la partita fra Usa e Russia, è difficile dare una risposta univoca. Certo gli Usa sono riusciti nell'ardua impresa di interrompere il “Nord Stream 2”, ma non sono riusciti a installare una base militare Nato ai confini con la Russia pronta a colpire Mosca in 3 minuti.
La Russia, dal canto suo ha perso la battaglia sul piano economico (salto dell'accordo sul gas) e su quello ideologico/politico in seno all'Occidente, ma l'ha vinta sul piano territoriale/militare (ha acquistato spazio che lo separa dalle possibili basi Nato che gli Usa, in violazione agli accordi del 1991 recentemente ripubblicati da "Der Spiegel", cercherà di installare in Ucraina) e l'ha vinta sul piano ideologico/politico in seno al resto del pianeta.
Non sono infatti soltanto i popoli del Donbass che in questo momento parteggiano per la Russia, contro la pulizia etnica perpetrata dal governo di Kiev e avallata dagli Usa, ma sono perlopiù quasi tutti i popoli del Terzo Mondo.
Se l'Occidente è infatti incline a pensare il concetto di “libertà” come “libertà DELL'Occidente”, i popoli e i paesi del Terzo Mondo pensano il concetto di “libertà” perlopiù come “libertà DALL'Occidente”. E se nel perimetro euroatlantico quello della Russia viene dipinto come un atto di "prevaricazione", fra i popoli del Terzo Mondo esso viene perlopiù percepito come un atto di "liberazione".
Il prestigio russo, dunque, in seguito a quest'ultima manovra si indebolirà nel mondo occidentale (tutti i massmedia si scateneranno per alimentare la russofobia e il razzismo, per dipingere la Russia e il suo popolo come i figli del demonio, come geneticamente malvagi), ma si rafforzerà presso i popoli extraoccidentali.
Tenendo conto di tutti questi fattori è evidente che la contraddizione fra Usa e Russia, così come quella ben più ampia fra il “Project for the new american century” e l'anti-imperialismo (una partita che si gioca non soltanto sul fronte militare, ma anche su quello economico, politico, ideologico, artistico e persino sentimentale) resta, allo stato attuale, ancora del tutto aperta e nessun “suprematismo occidentale” (nessuna variante politically correct del “suprematismo bianco”) aiuterà a risolverla.
L'unica cosa che possiamo fare noi è tenere alta l'attenzione, incrementare nel senso comune (e quindi fra i nostri politici) il ripudio della guerra, l'atteggiamento distensivo e il bisogno di pace, ma soprattutto smascherare i processi di razzizzazione e demonizzazione dell'“altro” che tutta la nostra pubblicistica si impegnerà, negli anni a venire, a mettere in campo.
Emiliano Alessandroni su Facebook