“ Qualche volta, al tramonto, la fanciulla girava le rovine del castello, che di là guardano la valle, e rimaneva sul ciglio dello scoscendimento, seduta su un architrave crollato, sola soletta a fantasticare. Più d'una volta l'avevano sorpresa così compagnie di giovinastri, e anche questo era un fatto da dar pensiero, se si riflette che appunto verso quell'ora fra le rovine s'aggira un grosso serpe con gli occhi di carbonchio, custode d'un tesoro nascosto. Nella vallata s'allungava l'ombra, qualche treno lontanissimo svolgeva un pennacchietto radente di fumo compatto; un treno che correva verso le città e attraversava quella terra deserta come ad occhi chiusi per non cedere all'invito di quelle ombre gonfie e massicce; verso le remote città piene di splendore. Bah, sogna, e avrà tutto il tempo di smetterla —, rispondeva benevolo il maestro di scuola, che conosceva la vita, a chi gli raccontava d'averla trovata, lassù. Ma gli altri non la pensavano così semplice.
Comunque vada di tutto ciò, che la fanciulla fosse molto bella era indubitabile; slanciata e flessuosa, con due occhi vasti e fondi in cui correva a momenti l'adustione del topazio, a momenti l'inflessione violacea e spessa dell'oliva, con un petto candido dallo scollo (in verità troppo largo), i capelli lisci e un po' gonfi...
Gurù era il suo nome; e anche questo nome lasciava molti imbarazzati. Secondo alcuni era un nomignolo scolastico, dovuto a certe false compitazioni della bambina; secondo altri l'avanzo di qualche nome barbaro della temuta famiglia. Nessuno s'era presa la pena di confrontare lo stato civile della ragazza sul Comune; però: ne ne, facevano le solite vecchie quando sentivano avanzare l'una o l'altra delle due spiegazioni, ne ne e, al solito, non ne dicevano di più. “
Tommaso Landolfi, La pietra lunare. Scene della vita di provincia, Firenze: Vallecchi, Gennaio 1944² [1ª edizione 1939]; pp. 49-50.