Trentasei gradi. Sabato pomeriggio.
Gli antichi greci con questo caldo ci hanno costruito l'Ade. Io ci devo fare la spesa.
Il parcheggio del supermercato è la nuova agorà. Democrazia pura: tutti hanno diritto di parola e nessuno ha ragione. Un demagogo con la Panda mi soffia il posto lampeggiando come se avesse appena vinto a Maratona. Lo ostracizzo mentalmente. Ad Atene bastava scrivere il nome su un coccio, adesso puoi solo guardarlo male attraverso il parabrezza.
Dentro, la corsia dei surgelati è l'unico tempio con l'aria condizionata. Ci sostiamo in sette, tutti fingendo di scegliere i piselli.
Il coro, intanto, si scalda.
Mi racconta la stessa storia tre volte. Penelope disfaceva la tela ogni notte per non finire il lavoro. Lei disfa i ricordi, e non lo sceglie.
Le dico che quella storia la so già. Mi risponde che allora potevo raccontarla io.
E ha ragione lei. Con gli oracoli funziona così.
Il coro ha attaccato a cantare.
A casa, pulizie. Sisifo spingeva il masso in salita e se lo vedeva rotolare giù, per l'eternità. Dilettante. Sisifo non aveva due figli che attraversano la cucina appena lavata con le ciabatte numero quarantasette.
Il pavimento è la mia collina. Io salgo, loro rotolano.
Il coro ormai canta a pieni polmoni.
I figli stanno sul divano, l'Olimpo di casa. Dall'alto osservano il mortale che passa lo straccio e ogni tanto scagliano un fulmine: "cosa c'è per cena?".
Gli dei greci erano fatti così. Onnipotenti, annoiati, e sempre affamati di qualcosa che dovevano preparare gli altri, mentre guardano i comuni mortali su Netflix.
Alle venti esco sul balcone.
Trentasei gradi anche adesso, ma il cielo si è messo il vestito buono, uno di quei tramonti che i greci avrebbero dato in gestione a un dio apposta.
Penso che le tragedie greche duravano un giorno solo, dall'alba al tramonto. Regola fissa, la chiamavano unità di tempo.
La mia finisce adesso. In orario.
Il coro può andare a casa.
Mi concedo alla dea Benzodiazepina. Cugina di Morfeo. Credo.