Nessuno può sapere quanto rumore fa una certezza che si rompe.
- Michela Murgia
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Nessuno può sapere quanto rumore fa una certezza che si rompe.
- Michela Murgia
Ci sono anime che hanno addosso un’incrinatura segreta, una frattura sospesa che sfugge anche a chi la porta dentro. Quella linea sottile può restare invisibile per lungo tempo, animando l’illusione dell’intero come fa la crepa nel cuore di un piatto scheggiato. Quando quella frattura cede è sempre a causa di un niente: basta un grado in meno nell’aria a provocare la contrazione della materia e metterne a nudo la ferita. Altre volte a far cessare il patto silenzioso delle molecole è un tocco lieve, uno sfiorare il bordo dorato del piatto senza altra intenzione che la carezza. Allora la finzione dell’integrità cade all’improvviso e rivela l’anima in cocci, irreversibile. Bisogna essere molto attenti per riconoscere nei gesti altrui il suono sordo della ceramica scheggiata.
“Ci sono anime che hanno addosso un’incrinatura segreta, una frattura sospesa che sfugge anche a chi la porta dentro.”
Michela Murgia, Chirù.
-Negli occhi di Eleonora e Chirù è scritta la distanza fra quello che sentiamo di essere e ciò che pensiamo di dovere al mondo: l' amore è la più deformante delle energie, può chiederci addirittura di sacrificare noi stessi.-
#MichelaMurgia 🙏🌹
“Della sua fragilità in quell'istante amai proprio quello che dell'amore si paga più caro: l'assenza di calcolo e di misura che appartiene solo alle cose nate libere”.
Michela Murgia - Chirù
Michela Murgia: un ritratto
Questa cosa della femminuccia è il vero punto, e questa parola è stata il mio incubo per tutta l'infanzia. Cosa avranno mai le femmine di così brutto da non dovergli proprio somigliare, nemmeno per sbaglio?
Una delle scoperte degli ultimi mesi è sicuramente Michela Murgia, una scrittrice, una donna, un’artista con tantissime cose da raccontare, con un mondo interiore variegato e ricchissimo. È nata a Cabras, in Sardegna, nel 1972 e rivendica il fatto di essere sarda con una fierezza potente e unica. Ho deciso di raccogliere un breve commento ad alcuni dei suoi libri che forse possono raccontarla meglio di qualsiasi altra parola.
Enjoy!
Chirù
Quando Eleonora e Chirù s'incontrano, lui ha diciotto anni e lei venti di più. Le loro vite sembrano non avere niente in comune. Eppure è con naturalezza che lei diventa la sua guida, e ogni esperienza che condividono - dall'arte alla cucina, dai riti affettivi al gusto estetico - li rende più complici. Eleonora non è nuova a quell'insolito tipo di istruzione. Nel suo passato ci sono tre allievi, due dei quali hanno ora vite brillanti e grandi successi. Che ne sia stato del terzo, lei non lo racconta volentieri. Eleonora offre a Chirù tutto ciò che ha imparato e che sa, cercando in cambio la meraviglia del suo sguardo nuovo, l'energia di tutte le prime volte. È così che salgono a galla anche i ricordi e le scorie della sua vita, dall'infanzia all'ombra di un padre violento fino a un presente che sembra riconciliato e invece è dominato dall'ansia del controllo, proprio e altrui. Chirù, detentore di una giovinezza senza più innocenza, farà suo ogni insegnamento in modo spietato, regalando a Eleonora una lezione difficile da dimenticare. Michela Murgia torna al romanzo, e lo fa con coraggio, raccontando la tensione alla manipolazione che si nasconde anche nel più puro dei sentimenti. Negli occhi di Eleonora e Chirù è scritta la distanza fra quello che sentiamo di essere e ciò che pensiamo di dovere al mondo: l'amore è la più deformante delle energie, può chiederci addirittura di sacrificare noi stessi.
Ho letto “Chirù” durante le vacanze di Natale, in un pomeriggio sonnecchioso sul divano di casa dei miei dopo il pranzo tipico delle feste. È una storia complicata e anche provocatoria, sopra le righe e un po’ inquietante, ma anche molto onesta. Offre parecchi spunti di riflessione proprio per il suo essere così contraddittoria. La Murgia scava in Eleonora e attraverso di lei veniamo a scoprire anche le sfumature di Chirù, il suo allievo. Ma la protagonista indiscussa è lei, una donna che lotta per affermarsi, ma che è troppo fragile per essere davvero felice. Un complesso racconto che si staglia tra un passato rivangato sempre più malvolentieri più ci si avvicina al nocciolo della imperturbabilità di Eleonora e alle vere ragioni del suo tentennare, quel passato che plasma e uccide pezzi di noi. Chirù appare come un ingenuo diciottenne e invece è molto più perspicace di quello che vuole lasciare intendere. Si insinua nei punti deboli della sua mentore, per afferrarne la vera essenza, ma Eleonora non è una sprovveduta e non è disposta a commettere gli stessi errori, a cadere nella trappola di un ragazzo che vuole affermarsi. Le intenzioni della donna sembrerebbero nobilissime, ma il fuoco della passione sembra non salvare nessuno. La Murgia infierisce con la sua narrazione e lascia il lettore a chiedersi dove sia il limite e chi sia davvero l’apprendista, perché la vita non è mai una strada lineare, ma una salita incerta.
Il mondo deve sapere
Nel 2006 Michela Murgia viene assunta nel call center della multinazionale americana Kirby, produttrice del «mostro», l'oggetto di culto e devozione di una squadra di centinaia di telefoniste e venditori: un’aspirapolvere da tremila euro. Mentre per trenta interminabili giorni si specializza nelle tecniche della persuasione occulta, l'autrice apre un blog, dove riporta in presa diretta l'inferno del telemarketing con le sue tecniche di condizionamento, le riunioni motivazionali, le premiazioni e i raggiri psicologici, i salari e i castighi aziendali. Divertente come una sitcom e vero come una profezia, Il mondo deve sapere riesce nel miracolo di indignare e far ridere. Perché a dieci anni di distanza dalla sua prima pubblicazione tutti devono sapere che, nel tritacarne del mondo del lavoro, poco o niente è cambiato.
Tutti noi in un modo o nell’altro abbiamo avuto a che fare con un call center, da vittime di un marketing feroce o da carnefici ignari, alla ricerca di una fonte di reddito che permettesse di arrivare a fine mese. Michela Murgia suo malgrado ci finisce dentro e ha deciso di raccontarne gli aspetti più nascosti ponendo luce su un sottobosco di attività che sfrutta giovani inconsapevoli e clienti facilmente raggirabili. Le sue esperienze finiscono per diventare il suo primo libro. A metà tra il comico e il tragico, la Murgia racconta senza mezzi termini le sue avventure esponendo ciò che succede in questa sedicente azienda che vuole vendere una costosissima aspirapolvere che ne vale molti meno con metodo e calcolo. Il lettore si ritrova a vedere una sfilata di espedienti e manipolazioni che gli esperti rivenditori mettono in pratica per accaparrarsi almeno un appuntamento se non addirittura una vendita, che farà pentire lo sciagurato cliente per tutto il resto della sua vita. Lo stampo è lo stesso per mille di queste aziende, fotocopia l’una dell’altra di una idea di vendita a porta a porta che fa sorridere ma allo stesso tempo lascia l’amaro in bocca per tutte quelle persone che perdono la ragione in un sistema che premia il più persuasivo. Il mondo del lavoro nella nostra epoca e soprattutto dopo la crisi del 2008 è una jungla in cui sopravvivere, per accaparrarsi un impiego che sembra donare una sottospecie di sicurezza, ci si arrangia come si può. Contratti improbabili, impieghi dalle ore infinite, stipendi irrisori e la sensazione costante di non valere niente, di non farcela mai, di non uscire mai più. Mandare curriculum e non ricevere mai risposta, pregare in tutte le lingue del mondo per un posto che fornisca i mezzi base per sopravvivere. La Murgia disegna i confini di una trappola che sembra stringere sempre più il proprio cappio fino a che non sopraggiunge un cambiamento insperato.
Accabadora
La Sardegna degli anni Cinquanta è un mondo antico sull’orlo del precipizio. Maria ha sei anni ed è appena diventata «figlia d’anima» dell’anziana Bonaria Urrai, secondo l’uso campidanese che consente alle famiglie numerose di compensare le sterilità altrui attraverso una adozione sulla parola; il patto tacito è che la figlia acquisirà lo status di erede, ma in cambio promette di prendersi cura della madre adottiva nei bisogni della vecchiaia. La bambina è inizialmente convinta che Bonaria Urrai faccia la sarta, e infatti le giornate sono segnate dallo scorrere nella bottega casalinga di una umanità paesana, fatta di piccole miserie e di relazioni costruite di gesti e di sguardi, molto piú che di parole. Accettata come normale dal paese, l’adozione solidale tra la vecchia e la bambina si consolida malgrado lo sfaldarsi circostante delle antiche certezze. Attraverso lo sguardo privilegiato della bambina che cresce, le contraddizioni tra il vecchio e il nuovo emergono via via piú evidenti: nell’esperienza della scuola dell’obbligo, e in quella del confronto tra la fede cristiana e i retaggi di una religiosità assai più antica nel tempo. Sarà l’imprevista rivelazione del segreto peccato collettivo dell’accabadura – la fine violenta e pietosa a cui Bonaria è incaricata di sottoporre gli agonizzanti in fin di vita – a infrangere l’armonia tra le due donne, costringendo entrambe a fare i conti tra l’etica millenaria di una società morente e i nuovi valori che l’incalzano.
La capacità narrativa della Murgia è molto speciale e affonda le sue radici direttamente dalle sue origini da quella Sardegna sempre troppo trascurata, ma che invece ha tradizioni così radicate da ignorare che ogni suo abitante ne è visceralmente condizionato. Leggende, consuetudini, un insieme di gesti che si ripetono sempre uguali mano a mano che gli anni passano e le generazioni si succedono. Non c’è solo una religiosità evidente ma anche culti legati alla terra e al ciclo delle stagioni che si rinnova di anno in anno sempre uguali. È da qui che arriva Maria, una bambina prima, una donna poi, che cerca di divincolarsi dalle norme con cui l’anno cresciuta, in una famiglia senza mezzi e poco interessata ad una ragazzina troppo curiosa che vuole scoprire di più. Per una serie fortuita di eventi finisce in casa dell’anziana Bonaria Urrai una donna di altri tempi, tutta d’un pezzo che si lascia intenerire dalla ragazzina, ma che è disposta a tutto pur di tenere da parte la sua vera attività. La scoperta segna la fine dell’innocenza per Maria e la obbliga a mettere in discussione tutta la sua vita, fino a portarla dall’altra parte del mare, in una Torino seducente e ricca, lontana anni luce dal mondo in cui è cresciuta. Le contraddizioni saltano immediatamente agli occhi e sono graffianti e pericolose, e che finiscono per mostrare l’altra faccia della medaglia ad una ragazza che alla fin fine è sempre in fuga. Ma è questo in fondo che bisogna sempre riconoscere. Non si può mai davvero scappare, non si può mai essere davvero liberi, i mostri sono sempre dentro di noi e anche Maria dovrà affrontarli: quelli metaforici che abitano il folklore sardo, e quelli reali, irrisolti, dalle attività di una donna che ha cercato di farle da madre o da nonna a discapito di tutto.
Morgana. Storie di ragazze che tua madre non approverebbe
Moana Pozzi, Santa Caterina, Grace Jones, le sorelle Brontë, Moira Orfei, Tonya Harding, Marina Abramovic, Shirley Temple, Vivienne Westwood, Zaha Hadid. Morgana non è un catalogo di donne esemplari; al contrario, sono streghe per le donne stesse, irriducibili anche agli schemi della donna emancipata e femminista che oggi, in piena affermazione del pink power, nessuno ha in fondo più timore a raccontare. Il nemico simbolico di questa antologia è la “sindrome di Ginger Rogers”, l’idea – sofisticatamente misogina – che le donne siano migliori in quanto tali e dunque, per stare sullo stesso palcoscenico degli uomini, debbano sapere fare tutto quello che fanno loro, ma all’indietro e sui tacchi a spillo. In una narrazione simile non c’è posto per la dimensione oscura, aggressiva, vendicativa, caotica ed egoistica che invece appartiene alle donne tanto quanto agli uomini. Le Morgane di questo libro sono efficaci ciascuna a suo modo nello smontare il pregiudizio della natura gentile e sacrificale del femminile. Le loro storie sono educative, non edificanti, disegnano parabole individuali più che percorsi collettivi, ma finiscono paradossalmente per spostare i margini del possibile anche per tutte le altre donne. Nelle pagine di questo libro è nascosta silenziosamente una speranza: ogni volta che la società ridefinisce i termini della libertà femminile, arriva una Morgana a spostarli ancora e ancora, finché il confine e l’orizzonte non saranno diventati la stessa cosa.
Questa raccolta di racconti nasce dal podcast Morgana di Storielibere.fm che Michela Murgia porta avanti insieme a Chiara Tagliaferri, che descrivono come “la casa delle donne fuori dagli schemi”. Ogni mese raccontano donne che vogliono piacersi e non compiacersi, “un po’ fate e molto streghe, belle e terribili insieme” che decisamente non sono la classica immagine della donna dimessa e insicura. Le donne narrate dalla Murgia non vogliono essere messe a tacere e fanno di tutto per emergere a suon di sacrifici e di gesti epocali che cambiano per sempre il loro campo di azione. Per chi segue assiduamente il podcast forse questo libro non rappresenterà nulla di nuovo, si tratta infatti della trascrizione di una selezione dei ritratti già andati in onda, ma per chi non avesse avuto modo di approcciarsi al formato audio può essere una buona occasione per recuperare. L’abilità della Murgia di inquadrare con poche parole una situazione, una atmosfera, una scena, rendono questi racconti fruibili e interessanti e catturano immediatamente l’attenzione del lettore offrendogli alcuni spunti per approfondire. Esempi di donne che non si lasciano piegare e tramortire, che nonostante tutto cercano di emergere dalla propria vita. Vite diversissime tra loro, scrittrici, attici, pattinatrici, ma tutte accumunate dalla stessa foga, dalla stessa smania, dalla stessa forza.
Ci sono cose che non diventano autentiche fino a quando non le chiami per nome ed altre che invece quando le nomini perdono ogni verità.
Michela Murgia, Chirù
Quando si viaggia si sta attenti a non perdere gli aerei, le valigie o gli appuntamenti, invece è da chi rimane sulla soglia a salutarci che occorrerebbe restare in guardia. Chi ci attende nelle case da cui partiamo coltiva a modo suo la nostra assenza. Ripete in solitudine riti che sono di entrambi, ma comicia a bonificarli al singolare. Dorme in posizioni diverse, mangia in altri orari e si concede in silenzio i peccati segreti che il giudizio quotidiano del nostro sguardo gli vietava.
Michela Murgia - Chirù