“Sono le piccole rivoluzioni quotidiane ad aprire le porte al cambiamento. Sono quelle che facciamo dentro di noi, nei nostri spazi sociali, nei piccoli e grandi luoghi del sentire, del percepire e soprattutto dell'essere."
C. Mangiaracina
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“Sono le piccole rivoluzioni quotidiane ad aprire le porte al cambiamento. Sono quelle che facciamo dentro di noi, nei nostri spazi sociali, nei piccoli e grandi luoghi del sentire, del percepire e soprattutto dell'essere."
C. Mangiaracina
“La sera ha sempre la voce della speranza.
Quella che ti parla dentro e non fuori,
che sussurra "è andata bene, sii grato" o, se occorre, "andrà meglio domani, sii fiducioso".”
Gabriela Pannia
La tomba mezza dentro e mezza fuori
Domenico Tiburzi chiamato “Domenichino"
Domenico Tiburzi, comunemente chiamato “Domenichino”, è stato sicuramente il più famoso e amato bandito della Maremma.
Vissuto a cavallo dell’Unità d’Italia, “operò” prevalentemente nella seconda metà del secolo sporcando la sua fedina penale a causa di diversi omicidi, aggressioni, estorsioni, furti e rapine. Ma Domenico Tiburzi divenne celebre anche per aver instaurato una vera e propria “legge del brigantaggio” che tendeva a porre rimedio alle ingiustizie della società; pretendeva una “tassa” dai grandi proprietari terrieri per garantirne la protezione, assisteva i villaggi e le famiglie più bisognose con parte del bottino delle estorsioni e ruberie, combatteva tutti coloro che usavano la cattiveria e la prepotenza per raggiungere i loro fini, uccideva per evitare ulteriori spargimenti di sangue. Per questi motivi fu amato e rispettato dal popolo maremmano, per il quale divenne una vera e propria leggenda e venne considerato come un autentico eroe.
Visse alla macchia, in assoluta latitanza per 24 anni, ma trovò anche il tempo di sposarsi e di avere due figli; si unì con altri tre banditi per formare quella che sarebbe stata celebrata da tutti come “la banda del Tiburzi”. Venne ucciso vicino a Capalbio nel 1896 dai Carabinieri, dopo una lunga e serrata caccia all’uomo.
La leggenda vuole che il curato di Capalbio avesse rifiutato il funerale e la sepoltura di Domenichino nella terra consacrata del cimitero, a causa dei suoi precedenti criminosi; ma la popolazione si mobilitò e pretese una dignitosa tumulazione per il loro “benefattore”. Dopo un lungo braccio di ferro si arrivò a un compromesso: la bara sarebbe stata interrata nel cimitero ma … “per metà dentro e per metà fuori”!
Quindi si procedette a scavare una fossa dove si apriva il cancello d’ingresso e si depose la bara facendo bene attenzione che il bacino e gli arti inferiori del bandito fossero all’interno del muro di cinta, mentre il busto e la testa, “per via dell’anima”, dovevano restare all’esterno.
Da allora il cimitero di Capalbio si è notevolmente ingrandito; l’originale tomba di Domenichino è andata perduta, ma al suo posto oggi sorge una lapide commemorativa, murata su un tronco di colonna romana e sovrastata da una croce di ferro.
(da LO STRUSCIO TOSCANO di Franco Ciarleglio, Sarnus Editore)
Franco Ciarleglio Priore e Narrator Cortese
Dentro, llevamos las maravillas que buscamos fuera... ॐ
Rumi
Haiku #1289
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