Ingegnere per caso, lettrice per scelta, Anncleire legge troppo, anche quando non dovrebbe e ama parlare dei libri che le capitano in mano. Contattatela al seguente indirizzo: [email protected] °°°°°°°°°°°°°°°°°°
"Organizzazione?" disse. "Non cerchiamo nessuna organizzazione. Quello che è organico non ha bisogno di essere organizzato. Voi costruite dall'esterno, noi costruiamo dall'interno. Voi costruite usando voi stessi come pietre da costruzione e crollate a pezzi dentro e fuori. Noi siamo costruiti dall'interno come alberi e tra noi crescono ponti che non sono di materia morta e morta coercizione. Da noi esce quel che è vivo. In voi entra quel che è privo di vita."
"Kallocaina" di Karine Boye edito in italiano da Iperborea a metà tra una distopia e un libro di fantascienza, è arrivato nelle mie cose da leggere totalmente a caso, mentre sfogliavo le offerte degli e-book nel famoso portale di vendita e mi ha subito colpito per le sue premesse. Un siero della verità? Un po' Veritaserum di Harry Potter, un po' Grande Fratello di Orwell, ha tutti gli elementi per renderlo estremamente interessante.
Chi non ha mai sognato di possedere il siero della verità e penetrare nel segreto della mente e del cuore degli altri e di se stesso? Quale giudice non lo vorrebbe, quale potere non lo riterrebbe l’ideale strumento di controllo? Kallocaina è appunto il nome del siero della verità che lo scienziato Leo Kall ha inventato per garantire allo Stato sicurezza e stabilità. Ma la verità sfugge alla strumentalizzazione, i suoi effetti sono sconvolgenti, rivelando la complessità dei rapporti umani e portando il germe della disgregazione nel sistema. Scritto nel 1940, quando era difficile nutrire grandi speranze nell’avvenire, Kallocaina ha in comune con Noi di Zamjatin, Il mondo nuovo di Huxley, 1984 di Orwell l’allucinata visione di una società spersonalizzata, dominata da uno Stato poliziesco che arriva a invadere anche la sfera privata dei cittadini sopprimendo ogni libertà. Benché le distopie appaiano spesso ingenue e superate dalle atrocità del reale, le questioni sollevate dal romanzo suonano di allarmante attualità. La continua violazione dei diritti umani, l’uso strumentale della giustizia, la disinvolta interpretazione delle leggi, la delazione eretta ad atto civico, l’acquiescente conformismo fanno parte del nostro panorama quotidiano. Ma l’originalità di Kallocaina, rara voce di donna in questo genere letterario, sta altrove: nella progressiva presa di coscienza del protagonista che verità e ragione, verità e controllo, verità e potere restano inconciliabili, nel suo lento processo di liberazione dal proprio super-io, fino all’accettazione delle esigenze più profonde che aveva negato e soffocato dentro di sé: quel bisogno di amore, di libertà e di fiducia, senza i quali l’esistenza e la persona umana perdono di valore e di significato.
Il modo migliore per esercitare il potere su un gruppo più o meno grande è estendere la sfera di controllo in ogni aspetto della vita del singolo, eliminare sempre di più la libertà di movimento in qualsiasi sfera e rendere le persone incapaci di agire al di fuori dei parametri che si ritengono corretti. D'altronde gli "ismi" di qualsiasi natura, impongono un set di regole a cui sottostare e puniscono severamente chiunque se ne discosti. Come riuscire però a penetrare nel privato dei singoli e sottoporli ad una morsa sempre più stretta? Nel mondo immaginato da Karine Boye entra in scena una sostanza sintetizzata in laboratorio la "kallocaina" che dà il titolo al romanzo. Vera protagonista della storia, questa sostanza è stata creata dallo scienziato Leo Kall, da cui ne deriva il nome e che neanche si immaginava le conseguenze che avrebbe avuto nella sua vita e nel suo mondo. Leo Kall, un uomo di scienza piuttosto mediocre vuole emergere nella stasi del suo laboratorio, assicurarsi di non perdere il suo posto di lavoro e cambiare le carte che la vita gli ha messo in mano. Kall in un momento fortuito fa una scoperta straordinaria, il siero che ha prodotto è in grado di indurre chi lo ingerisce a confessare le sue "verità" più segrete e inaccessibili. Inizia ben presto a farsi strada l'esigenza di verificare puntualmente questa scoperta, di mettere in pratica un protocollo capace di identificare la correttezza delle sue evidenze scientifiche, veri e propri test di laboratorio con soggetti reclutati appositamente. Ne viene fuori un quadro sempre più chiaro e puntuale degli effetti, ma soprattutto vengono scoperte le potenziali conseguenze dell'utilizzo sconsiderato di questo siero. Messo nelle mani giuste o nelle mani sbagliate può essere un aiuto per mantenere l'ordine pubblico o il guinzaglio per reprimere qualsiasi forma di sovversione. Le scoperte scientifiche non sono mai giuste o sbagliate, è il modo in cui si utilizzano che ne inaspriscono le intenzioni e le rendono pericolose. Di per sè la scienza è neutra, come lo può essere un elemento naturale, come il fuoco. Poi l'uomo recupera il tutto e lo fa diventare un'arma. Karine Boye accompagna Leo Kall nel perfezionamento della sua invenzione e descrive come viene utilizzata, in un precipitare degli eventi difficile da fermare e che rendono ogni passo un pericolo e un azzardo e restituiscono al lettore una storia concitata in cui perdersi e in cui riflettere. Come ogni futuro distopico che si rispetti, nasce da una realtà possibile e la esaspera per mettere in guardia il lettore più attento.
Il particolare da non dimenticare? Un appartamento...
L'incredibile distopica storia di un'invenzione seducente che diventa un'arma per penetrare nei segreti più reconditi degli insospettabili concittadini di Leo Kall e che tiene il lettore incollato alla pagina nell'attesa di sapere come si concluderanno le vicende di un siero che è un aiuto e una pericolosa condanna.
Footsteps approached on the other side of the door. 'Hora', Venus lowered her voice as if trying to shield the glow of candlelight from a monster. 'No painting or sculpture in the world can compare to the beauty of a single night's dream. Think about it. You get to become someone else, go somewhere different. Dreaming is the only way I can manage to escape the endless stretch of time that lies ahead of me.'
"When the museum is closed" di Emi Yagi, pubblicato in italiano per Mondadori con il titolo "La venere e io", è entrato nelle mie cose da leggere perché l'ho trovato casualmente autografato in una libreria di Londra, mentre girovagavo tra gli scaffali. Si tratta di una storia la cui idea di fondo mi ha intrigato fin dalle prime righe e devo dire davvero molto interessante.
Horauchi Rika è una ragazza timida e impacciata che lavora in un magazzino di prodotti surgelati. Fin da bambina, nei momenti di imbarazzo o quando sente su di sé lo sguardo degli altri, percepisce la presenza di un impermeabile giallo: uno scudo invisibile agli altri, che la protegge ma, al tempo stesso, la soffoca e le provoca disagio. Quando un suo vecchio professore la ingaggia per fare compagnia a una statua di Venere custodita nelle sale di un museo cittadino, accetta di buon grado: il lunedì è il turno di riposo dal magazzino e questa insolita attività può distrarla dalla banale routine delle sue giornate, e dall'invadente padrona di casa, una donna anziana che non smette di assillarla con domande inutili. I lunedì, infatti, quando il museo è chiuso al pubblico, la statua di Venere è sola, e ha bisogno di qualcuno che la intrattenga nella sua lingua madre, il latino. Ed ecco che Rika, che Venere chiama amichevolmente Hora, inizia una strana relazione con la statua, fatta di silenzi, ma anche di complicità e di confessioni. Hora mostra a Venere il mondo reale, attraverso musica, libri e fotografie; Venere, seducente e bellissima, la ascolta. Solo quando sono una accanto all'altra, l'impermeabile giallo diventa inutile. Per quanto surreale, tra Hora e la statua nasce una forte tensione erotica, tanto che la ragazza inizia a provare gelosia nei confronti del direttore del museo che si prende cura dell'opera. Servendosi di una storia del tutto originale e simbolica, Emi Yagi offre al lettore una riflessione intelligente sulla condizione della donna oggi: il disagio di subire lo sguardo scrutinante degli altri, l'essere oggettivizzate e apprezzate unicamente per via della propria bellezza sono questioni che non riguardano solo la Venere, ma i corpi femminili in generale. Un romanzo divertente e onirico, dove la finzione diventa uno strumento di indagine profonda della realtà e metafora della società contemporanea.
L'idea che le statue di un museo possano avere una enorme vita segreta preclusa ai visitatori dopo l'orario di apertura non è nuova, ma che con queste creature possano nascere dei rapporti concreti forse lascia spazio ad una indagine che può sconvolgere il lettore. Emi Yagi non solo racconta che le statue abbiano in qualche modo un'anima, ma mostra anche che possiamo comunicare con loro, che quell'anima sia così evoluta, piena di contraddizioni, con emozioni, ricordi e un vissuto così grande, da poter cambiare la traiettoria della vita di chi viene in contatto con lei. La protagonista del romanzo è una ragazza incastrata in uno spazio troppo piccolo che cerca di sopravvivere come può insieme ad un impermeabile giallo, manifestazione delle sue paure e blocchi, che la costringono ad indossare mille maschere diverse. Tanto reale, quanto visibile in parte, questo impermeabile accompagna tutte le sue azioni quotidiane e la costringe a cercare sollievo come può, allentando la morsa che ha sulle sue funzioni vitali, debilitante come può solo essere una morsa. Horauchi Rika si muove negli spazi di una città cosmopolita e poco seducente che le offre poco in termini di libertà. Ma si ritrova a lavorare in una cella frigorifera, con una specifica sopportazione che nessuno dei suoi colleghi dimostra allo stesso modo. La sua resistenza è tale che si attorciglia intorno alla sua condizione naturale, di certo non è il lavoro che ama, ma allo stesso tempo è un lavoro che le permette di essere più se stessa di altri, sempre lontana, senza incrinature nella sua divisione netta degli spazi e delle interazioni. Si muove dal lavoro al suo appartamento con la certezza di non avere altri spazi, di essere soffocata in mezzo alle domande e all'imbarazzo, ma ha un dono che la mette a parte rispetto a tutto il resto. Nel corso dei suoi studi ha imparato il latino ed è molto fluente e questo le permette di fare un incontro che le cambierà la vita. Perché d'altronde incontrare persone e costruire relazioni è ciò che fa la differenza nella nostra vita. Non il semplice sfiorarsi di esistenze che può capitare ogni giorno, ma la profonda e incontrovertibile sequenza di avvicinamento che modifica irreversibilmente il corso della vita. Venere è tutto quello che Hora non è e vorrebbe essere: seducente, ammaliante, sicura di sè, ancorata nei suoi sentimenti, non solo per il suo essere una statua, ma anche perché i secoli l'hanno forgiata al raggiungimento di una consapevolezza che straborda i confini sterili dello spazio. Centinaia di anni custodita in un posto o in un altro, messa in contatto con umanità varia, l'hanno resa incapace di accettare la sua immobilità. Venere vorrebbe essere altro, vorrebbe essere fuori, vorrebbe vivere nel senso più ampio del termine. Mentre Hora è libera di muoversi ma incastrata nello spazio ristretto della sua mente, Venere è in una prigione fisica che le permette di viaggiare e sognare con la fantasia, l'inventiva, la creatività. Insieme costruiscono un nuovo spazio in cui stare, in cui vivere, in cui relazionarsi, che non è solo la sterile sala di un museo ma è il mondo interno. Parlano, comunicano, si alleano, crescono e intanto diventano altro, si trasformano in una entità che detta nuove regole nei confini ridotti di una città che sembra tanto vicina quanto lontana.
Il particolare da non dimenticare? Un impermeabile giallo...
Una storia che costruisce cammini e incastri, in un mondo tanto vero quanto magico, e che proietta forme nuove in una esistenza che si ferma di fronte l'impossibile. Le possibilità dello scambio, del confronto, del dialogo, quando tutto corre veloce ma diventa necessario fermarsi.
E non è mica detto che gli eroi supportino le avversità meglio degli altri: gli eroi semplicemente le sopportano, punto. Accettano di farsi carico delle responsabilità e dei patimenti che altrimenti ricadrebbero su qualcun altro, ma non è mica detto che per loro sia una passeggiata, e soprattutto non è affatto detto che sia giusto.
"Una festa in nero" è l'ultimo capitolo della serie dedicata ad Anita di Alice Basso edito da Garzanti. Quando arrivi all'ultimo capitolo di una serie che hai molto amato resti sempre con un mare di tristezza per non avere altri libri in cui immergerti con gli stessi personaggi e con molta gioia per aver visto la conclusione. Gongoli e allo stesso tempo asciughi una lacrima e se si conclude nei migliori dei modi la soddisfazione è infinita. Leggere e apprezzare Alice Basso è forse una fortuna e spero di continuare ad averla per ancora molto tempo.
Torino, 1935. I fari della Balilla Spider Sport fendono il buio della notte. Il fatto che al volante ci sia una donna potrebbe sembrare strano, ma non se si tratta di Anita. Sono mesi, infatti, che fa cose poco consone, per non dire disdicevoli, sicuramente proibite. Come rimandare il matrimonio con Corrado solo per il desiderio di lavorare. Oppure scrivere, sotto lo pseudonimo di J.D. Smith, racconti gialli ispirati a fatti di cronaca per portare un po’ di giustizia dove ormai non ne esiste più. Un segreto che condivide con Sebastiano Satta Ascona, direttore della rivista «Saturnalia». E a essere sinceri scrivere non è l’unica cosa proibita che fanno insieme... Ma ora qualcosa è cambiato, ed è il motivo per cui Anita si trova a bordo di una macchina. Qualcuno ha iniziato a seguirli, e con le spie meglio non scherzare, di questi tempi. Meglio fare quello che chiedono. Anche se non è giusto. Anche se le richieste minacciano di stravolgere l’esistenza pacifica degli amici più stretti: la saggia Clara, l’irriverente Candida, la dolce Diana, l’affascinante Julian, il ribelle Rodolfo e, ovviamente, Sebastiano. Il suo Sebastiano. Perché vivono in anni così difficili? Perché non possono fidarsi di nessuno? Perché non smettono di attirare attenzioni indesiderate? Anita non ha le risposte, ma i protagonisti delle storie gialle che ha imparato ad amare la esorterebbero a non avere paura. Perché il pericolo è il sale della vita. Eppure, Anita non è abituata a fuggire. Non è abituata a mentire. All’improvviso, si trova in uno dei racconti di J.D. Smith, e non ha la minima idea di come potrà andare a finire.
Come fare a descrivere e a parlare di questo capitolo finale senza spoiler e senza ripetere che mi è molto piaciuto e l'ho molto apprezzato? Come si fa a racchiudere in un testo di poche righe l'apprezzamento per un'autrice che ti ha fatto un regalo immenso? Resta la gioia di scriverne anche solo vagamente, forse, e l'incapacità di essere una recensionista capace. Anita, è una di quelle amiche che vedi crescere e diventare più consapevoli nell'arco del tempo e seppur nella storia passano pochi mesi dall'inizio della serie all'inizio del capitolo conclusivo pur si riconosce la crescita e il cambiamento. Sono gli eventi con una certa rilevanza quelli che permettono gli stravolgimenti maggiori. Anita resta l'impulsiva ragazza de "Il morso della vipera" ma è anche la donna che ha deciso di immergersi con tutte le scarpe in una realtà che non avrebbe mai immaginato. E ha capito che non è necessario fare molto, per essere decisiva. A volte sono i gesti più impensabili a fare la differenza, perché danno speranza, rincuorano, creano connessioni che neanche ci si poteva immaginare all'inizio. Anita è una forza, di irruenza e positività che si scontra inevitabilmente con la repressione della sua epoca, con quel 1933 che si fa più grande e spaventoso ogni giorno che passa. Ma non c'è solo paura, c'è anche la necessità di rimanere dentro la storia, in una maniera che diverga dal distogliere lo sguardo. Restare concentrati però inevitabilmente la porta e porta tutte le persone a cui vuole bene sotto gli occhi minacciosi della censura, delle spie, dei "nemici". La libertà e la cosa giusta da fare non sempre coincidono e delle scelte sono necessarie. Ed è qui che Anita dimostra quanto sia cresciuta, quanto abbia raggiunto la consapevolezza di chi non può arrischiarsi a fare mosse senza pensare prima alle conseguenze. Anita sa bene cosa è giusto e cosa sbagliato, ma questo non sempre collima con la felicità, strappi sono necessari e decisioni irrevocabili, ma non è detto che non ci sia gioia, non ci sia speranza. Quella speranza va protetta con ogni mezzo possibile. Dall'altra parte però riusciamo ad avere uno sguardo più intenso dentro Sebastiano, la controparte maschile di Anita, l'uomo che l'ha introdotta ai gialli e ai sentimenti e alla sovversione, l'uomo che cerca di rimanere in un equilibrio sempre più precario tra la ribellione e il mantenimento dello status quo. Se Anita è pronta a fare tutto il possibile, Sebastiano tira il freno a mano e pur volendo fare la cosa giusta, resta un passo indietro, guardando la fiamma luminosa che è Anita maledicendosi ad ogni passo. Trovare il passo di chi non può perdere tutto perché troppo esposto e chi vorrebbe lanciarsi oltre gli ostacoli perché troppo disperato. Sebastiano è al centro di un uragano e si prodiga in mille modi per restare a galla. I tempi sono difficili e il peso di Saturnalia grava anche su di lui. Resta il clamore della libertà e la speranza di un futuro migliore, insieme. La famiglia, l'amicizia, la crescita, la voglia di ricominciare, questi i temi che fanno la differenza, in una Torino che diventa sempre più labirintica e pericolosa e un tempo che brucia sempre di più.
Il particolare da non dimenticare? Un portabagagli...
Una conclusione di serie indimenticabile e piena di suspence che regala il fascino dell'avventura e i sospiri degli abbracci tanto a lungo desiderati e finalmente regalati che lasciano Anita e Sebastiano ancorati al cuore dei lettori.
Ho ripercorso così tante volte questi ricordi che quello che vedo ora non è più la faccia di carne e cartilagini del mio amico, ma un'immagine logora, sepolta sotto quattordicimila rievocazioni. E anche questo volto nebuloso sta sparendo nella spuma, come il muso di un ippopotamo che si immerge nell'acqua limacciosa. (Non ho mai visto un ippopotamo, neanche allo zoo. Soltanto in televisione).
"L'amore degli uomini soli" di Victor Heringer è il primo libro dello scrittore brasiliano edito in Italia da una delle mie case editrici preferite, Safara Editore. Comprato come al solito al Salone del Libro, questo libro è un emozionale, che cerca di interrogarsi sulla forza dell'amore e su come questo sentimento può cambiare il destino degli uomini. Dalle atmosfere inquiete e tristi, si muove in una Rio de Janeiro che sembra esaltare la solitudine del protagonista, che ripercorre stancamente i ricordi della sua vita.
Nel calore stordente di un’estate di Rio de Janeiro degli anni Settanta, tra le mura di una villa borghese in un quartiere povero della città, Camilo vive protetto dai racconti ancestrali della domestica Maria Aína e dalle cure distratte di una famiglia in procinto di cambiare per sempre la propria storia. Quando il padre, medico negli anni della dittatura, porta a casa Cosme, un ragazzo mulatto dalle origini sconosciute, l’odio iniziale di Camilo presto si tramuta nel primo, accecante amore. La sua forza sconvolgente, interrotta da un evento di insensata brutalità, non mancherà di echeggiare nella sua vita di adulto per sfociare in una storia violenta, lirica e struggente quanto quella lontana estate di impossibile tenerezza.
Camillo, il protagonista di questo libro di Heringer, si muove in un'esistenza dilaniata dalla perdita, segnata da un evento di una violenza inaudita, che diventa il fulcro di ogni sua altra scelta e propensione. Camilo ama e poi si ritrova a consumare le briciole di un amore che si perde nel tempo e nello spazio e si nutre solo dei suoi brucianti ricordi. Heringer disegna la storia di una tragedia, ancora nella melma del dolore e restituisce al lettore il senso di una spietata solitudine e di una remota speranza di essere ancora felice. Come si supera un primo amore che non si è davvero articolato del tutto? Come si riesce a capire come regolare il respiro dopo aver perso ogni punto di riferimento? Camillo è il risultato di un processo per sottrazione che diventa uno spazio insicuro in cui costruire tutta la vita futura. Ingenuo, ferito, imperfetto è prima un ragazzo e poi un uomo vincolato da questo ragazzo, Cosme, che ridisegna tutto. Prima è un affronto, un punto di vista diverso che curva nella sua vita e poi diventa un desiderio febbrile che lo consumerà per sempre. Cosme è una forza intrepida, che resiste agli urti e alle divergenze, nutrito dalla falsa speranza della sopravvivenza, della convinzione che prima o poi tutto passa. Inchiodato nella quotidianità è il bersaglio perfetto ma anche la dimostrazione chiara del trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. Diventa difficile giudicare i passaggi di stato in questa Rio de Janeiro bruciata e clandestina soprattutto quando Camillo deve fare i conti con gli altri. Sopravvive come sopravvivono tutti quelli che hanno perso una persona importante, freezati in un momento e incapaci di godere appieno del dopo. Resta nel retro del cervello sempre il pensiero di chi se ne è andato portandosi tutto dietro. Il sentimento predominante della storia è quindi la malinconia e quel pulsare continuo che resta alla fine di una solitudine perpetua scalfita solamente da chi può irrompere nelle barriere del tempo passato.
Il particolare da non dimenticare? Una fotografia.
Un delicato inno agli amori spezzati troppo presto e alla perdita che colora la nostra vita per sempre. Il tempo che passa e l'inevitabile accettazione che ne segue.
Parlava del grattacielo come se fosse una specie di immensa presenza animata che incombeva su di loro e teneva lo sguardo autoritario fisso sugli avvenimenti. C'era qualcosa di vero in quella sensazione... Gli ascensori che pompavano su e giù per le lunghe colonne assomigliavano agli stantuffi nella cavità di un cuore. Gli inquilini che si spostavano per i corridoi erano le cellule in un sistema di arterie, le luci dei loro appartamenti i neuroni di un cervello.
"Il condominio" di J. G. Ballard edito in italiano per Feltrinelli Editore è un libro che mi ha molto affascinato fin dal primo momento in cui ci ho buttato sopra gli occhi. Non solo nasce dalla propensione contemporanea delle città di svilupparsi verso l'alto, ma anche dalla convinzione che un condominio ormai sia esso stesso una città in miniatura, in cui tutto si avvolge di fronte alla convinzione che la società è una jungla. Veramente da leggere.
Un elegante condominio in una zona residenziale, costruito secondo le più avanzate tecnologie, è in grado di garantire l'isolamento ai suoi residenti ma si dimostrerà incapace di difenderli. Il grattacielo londinese di vetro e cemento, alto quaranta piani e dotato di mille appartamenti, è il teatro della generale ricaduta nella barbarie di un'intera classe sociale emergente. Viene a mancare l'elettricità ed è la fine della civiltà, la metamorfosi da paradiso a inferno, la nascita di clan rivali, il via libera a massacri e violenza. Il condominio, con i piani inferiori destinati alle classi inferiori, e dove via via che si sale in altezza si sale di gerarchia sociale, si trasforma in una prigione per i condomini che, costretti a lottare per sopravvivere, danno libero sfogo a un'incontenibile e primordiale ferocia.
Un affascinante architetto costruisce un grattacielo in una qualsiasi città, ci si trasferisce dentro e inizia ad osservare dall'attico dell'ultimo piano tutti i suoi inquilini, in un gioco di prospettiva che diventa fin da subito il preludio per una catastrofe. I punti di vista che si avvicendano nelle vicende del "Condominio" sono vari e offrono diversi spunti di riflessione. Non è quindi solo il progressivo aggravarsi di uno scontro tra classi, ma è anche il racconto di una rivincita, di un sogno, di una sistematica distruzione di un sistema di regolamenti e convenzioni che finiscono bruciati sull'altare del potere e della forza. Inizialmente, quando gli inquilini arrivano ad occupare i loro appartamenti è tutto bellissimo, ha il sapore della novità e della pulizia, quel nuovo che scaturisce dall'appena fabbricato, dalla perfezione di una costruzione curata nei minimi dettagli: il piano dei negozi, quello della piscina, gli spazi per i bambini, il ristorante dell'ultimo piano, i campi da tennis, tutto è pensato per il maggior confort possibile per gli inquilini. Ma più il tempo passa più le divisioni tra i piani si accentuano, più vengono a crearsi dei veri e propri schieramenti tra classi. La convivenza pacifica si trasforma in un incubo. Tra schieramenti, guerriglia e piccole vendette, tutto si complica e il Condominio diventa una vera società fatta di caste, spazi chiusi in cui passare diventa impossibile. Più si perdono le norme sociali e le leggi, più la parte più animale e irrazionale prende il sopravvento, più tutto si sgretola e gli abitanti si chiudono in sé stessi. Un po' come i bambini de "Il signore delle mosche", gli abitanti del Condominio di Ballard perdono qualsiasi morale e diventa una lotta estemporanea in cui vince il più forte. Ad un certo punto non conta nemmeno più chi è più ricco, ma solo chi è più furbo, più dotato di mezzi, chi riesce a catturare il potere nelle proprie mani. Il ritmo concitato della narrazioni si scontra con la natura sempre più depravata delle azioni degli abitanti, in un continuo ciclo di ingiustizia sociale e perdizione, la fine diventa inevitabile. Non si tratta più di una convivenza pacifica, è un continuo cercare una salvezza che sembra sempre più irraggiungibile. Oltre gli atti violenti cosa resta di un'umanità che non riconosce più la legge morale? La libertà a tutti i costi, che deriva dall'aver perso qualsiasi costrutto sociale, vale davvero la pena, in un'ottica di più ampio respiro?
Il particolare da non dimenticare? Un cane...
Ballard immagina un mondo in cui tutto viene capovolto e in cui resta l'osso dell'esistenza umana, e si interroga su cosa resta quando ogni convenzione viene sradicata e l'uomo si lascia prendere dagli istinti più bassi.
“Lo so che è suggestione ed è perché sono sotto shock o come si dice, e che le devo sembrare pazza, ma: non le viene il dubbio che forse siamo noi che portiamo rogna?”
“Ma no. Pensi, che so, a Miss Marple. Pure attorno a lei spuntano morti come funghi dopo i temporali, ma è evidente che non li ammazza lei.”
"Le aquile della notte" di Alice Basso edito da Garzanti è il quarto volume della serie dedicata ad Anita Bo. Un volume che anticipa la fine e che allo stesso tempo la allontana, pensi che non vuoi che finisca e lo leggi in un fiato perché vuoi disperatamente sapere che cosa succede. E in un attimo sei alla fine e ti manca solo un volume e ancora una volta ti sei innamorato di tutti i personaggi.
Langhe, 1935. La fuliggine delle fabbriche lascia il posto al dolce profilo delle colline infiammate dai colori dell’autunno. Mentre guarda il paesaggio che scorre dal finestrino del treno, Anita sa che ad attenderla non è una vacanza, ma una trasferta di lavoro per la rivista di gialli «Saturnalia», in compagnia dell’immancabile Sebastiano Satta Ascona. Per lei è così raro lasciare Torino che tutto le sembra meraviglioso. Inoltre è il periodo della vendemmia, il momento ideale per visitare le Langhe. Se non fosse che, pochi giorni dopo il suo arrivo, il corpo di un ragazzo viene trovato al limitare del bosco. In quel breve lasso di tempo, Anita ha scoperto che, insieme ad altri coraggiosi coetanei, il giovane faceva parte di un gruppo scout, in segreta violazione dei divieti imposti dal regime. Anita rimane affascinata da quella dimostrazione di carattere. E intanto, forse ispirata dal rosso del vino e dai mille volti di una terra ricca di inaspettati misteri, si avvicina come mai accaduto prima a Sebastiano. Ma perdere il controllo è un rischio, soprattutto se ci sono una verità da scoprire e la morte di un ragazzo a cui rendere giustizia. Anita è consapevole che solo le parole dei suoi amati detective possono mostrarle la strada verso la verità. Anche se il coraggio di non fermarsi davanti a nulla deve trovarlo dentro di sé. E ora ha bisogno di molto coraggio, perché i fili delle sue intuizioni la portano dove non avrebbe mai immaginato. L’appuntamento annuale con i libri di Alice Basso è finalmente arrivato. Trecentosessantacinque giorni possono sembrare lunghissimi, ma l’attesa è ripagata quando ci si tuffa nelle sue storie. Anita è di nuovo qui e con lei i racconti gialli che hanno fatto la storia della letteratura. Sullo sfondo dei vigneti incantevoli delle Langhe, la morte arriva puntuale, ma anche l’amore. Nessuno dei due in modo semplice, questo ormai Anita l’ha capito.
In questo quarto volume siamo in autunno, il matrimonio di Anita si avvicina precipitosamente, e il suo tempo nella redazione di Saturnalia si va consumando e il momento dei saluti è dietro l'angolo. Ma in mezzo all'angoscia per la fine si apre uno spiraglio, la magia della trasferta e di una settimana di pausa dalla routine che capovolge tutto. Le Langhe si aprono con i loro colori autunnali, quelle pennellate di rosso e giallo che non ti aspetti di vedere, e regalano alla nostra coppia del cuore una nuova avventura. Anita Bo sta crescendo mano mano che passano i mesi e ha assunto una consapevolezza nuova non solo in sé stessa, ma anche nelle sue capacità. Ormai quando si trova davanti un mistero non riesce a starsene fuori e ci precipita con tutte le scarpe con la voglia di scoprire la verità. Anita ormai è investita nella sua missione, e nell'impeto della sua intraprendenza si lancia nelle sfide senza tenere conto del pericolo. Le sue soluzioni sono sempre piene di ingegno e riesce a strappare un sorriso a chiunque. Civettuola al punto giusto Anita si insinua in un ambiente che le è lontano e arriva ad ottenere le risposte che vuole. Sebastiano, la osserva, inquieto, ma non riesce a rimanere imperturbabile, e si ritrova anche lui al centro della scena. In un luogo buio e oscuro, scoprono un intero mondo che neanche si immagino, perché essere sovversivi non significa per forza fare gesti eclatanti, a volte fanno più rumore le sommosse sotterranee, quei piccoli atti di ribellione che potrebbero passare per azioni insignificanti. E quindi ci sono gli scout, un gruppo di ragazzi che ama passare il loro tempo in mezzo alla natura a raccontarsi avventure e sopravvivere alle angherie del Governo che sta stringendo sempre di più la sua morsa. L'attenzione per i dettagli di Alice Basso ci permette di entrare in un mondo che non ci saremmo mai immaginati e i boschi d'autunno raccontano più di mille parole. Forse è questo che amo delle storie della Basso, la sua delicatezza nel dipingere le situazioni, la sua ironia incoraggiante e il suo modo di non nascondere la verità. Lo sappiamo che ci saranno delle conseguenze, che non è mai tutto bello, però in mezzo alla tragedia ci sono le storie dei personaggi che amiamo, e un po' di gioia se la meritano anche loro. Meno gli amici e più Anita e Sebastiano, che sempre di più si uniscono per fare la differenza. Poi Sebastiano che presta le sue braccia per la vendemmia è un'immagine troppo bella per essere dimenticata, perché nelle Langhe il vino rosso è incredibilmente speciale. Il rosso quindi è il colore che emerge più chiaramente nella storia ma a fare la differenza sono sempre le emozioni.
Il particolare da non dimenticare? Un biglietto scritto a matita...
Nel mezzo delle Langhe, Anita e Sebastiano, insieme, cercano di scoprire la verità del nuovo caso che gli capita davanti e non si fermano di fronte alle ingiustizie. Una storia, intensa e ferma, come un bicchiere di vino rosso.
«Sei a Jeju, l'isola diciottomila dèi, eppure non credi nel mondo degli spiriti?» chiese la sciamana. «Non hai mai sentito nel vento il profumo di una terra lontana? Io ho sempre la sensazione che ci sia molto di più in questo mondo di quello che possono vedere i nostri occhi. Ti giuro che oltre le pieghe della terra, del mare e del cielo c'è un regno invisibile.»
«Voi percepite un altro mondo dietro a questo» ribattei. «Forse avete ragione. Ma per me non significa nulla.»
"The Forest of Stolen Girls" di June Hur è stato pubblicato in italiano per Giunti Editore nel 2024 ed è rimasto nascosto nel mio Kindle per diverso tempo, finché durante le vacanze di Natale non l'ho ripescato e ho deciso di iniziare a leggerlo e... me ne sono letteralmente innamorata. Un po' perché la storia mi ha molto appassionata, un po' perché è ambientato a Jeju, la più grande delle isole Coreane e un po' perché non dico mai di no ad un bel mistero.
Le sorelle Hwani e Maewol scompaiono in un bosco e vengono ritrovate prive di sensi nel cuore della foresta, vicino al cadavere di una donna. Cinque anni dopo, il loro padre, il detective Min, inizia a indagare sulla scomparsa di tredici ragazze in quella stessa foresta. Ma poco dopo anche lui svanisce nel nulla. È così che Hwani decide di partire alla ricerca del padre per risolvere il caso che ha distrutto la sua famiglia. Mentre scava nei segreti del piccolo villaggio dell’isola, Hwani si scontra con quella sorella ormai divenuta per lei un’estranea, Maewol, e si rende conto che la risposta al mistero della foresta potrebbe nascondersi nei suoi ricordi sepolti di ciò che le era accaduto in quel luogo tanti anni prima.
Mi ha molto affascinata l'idea di vagare per le foreste dell'isola di Jeju e navigare nel mistero che June Hur dipana in questa storia molto interessante e piena di colpi di scena. Fin dalle prime pagine si è immersi in questa atmosfera confusa e dai contorni onirici, che si nutre sia del folklore che di un'indagine abbandonata e nascosta agli occhi della legge. Una tragedia che si consuma in equilibrio tra la storia e l'immaginazione e che muove i passi in un'ambientazione insolita. La protagonista della vicenda è Hwani, appena maggiorenne, che cerca la verità sulla scomparsa del padre. Incapace di accettare le spiegazioni che le propinano e la vorrebbero ridurre al silenzio, Hwani scappa dalla terraferma con un sotterfugio e si ritrova nell'isola coreana in balia del suo istinto e degli appunti del padre, detective della corte Joseon. Hwani è una ragazza impulsiva, tenace, a volte spericolata, che desidera far luce su cosa è successo in un'indagine che la porterà a smascherare molte verità che neanche immaginava. Testarda come poche, va avanti per la sua strada, nonostante in molti cercano di metterla in guardia. Le apparenze spesso ingannano così come i pregiudizi e in un'azione per la giustizia bisogna mantenere la lucidità. Il caso del padre infatti è legata alla scomparsa di tredici ragazze, le più belle del villaggio, di cui si sono perse le tracce nella Foresta ai piedi del monte Halla, la montagna più alta di Jeju. Hwani si muove per il villaggio, facendo domande e cercando di capire chi sta dicendo la verità e chi la vuole ingannare. La sua determinazione si scontra inevitabilmente con la vita della sorella Maewol, che è rimasta a Jeju, abbandonata dalla famiglia, quando la sciamana Nok-yung le predice che sarà anche lei una sciamana. Nonostante tutto, il legame tra le due sorelle è più forte di tutto e supera qualsiasi divisione ed è proprio questa unione che fa la differenza in merito alla risoluzione del caso. Tra intuizioni sbagliate e decisioni spericolate, le due sorelle scoprono non solo la verità ma anche tanto di loro stesse. Ed è forse questo che rende speciale questa storia, non solo quindi la vicenda avvincente, ma anche la crescita personale della protagonista. L'indagine fa da contorno a temi importanti come la famiglia, la sorellanza, la fiducia in sé stessi e si scontra inevitabilmente con la mancanza di prove e con il desiderio di seppellire tutto. Tra rito sciamanici e una foresta che tende a fagocitare tutto le due sorelle dovranno fare i conti con la perdita e il loro dolore per accettare fono in fondo cosa si nasconde tra gli alberi della montagna e il loro cuore.
Il particolare da non dimenticare? Dei cerchi neri...
Una storia intensa che sfugge ai confini del reale e si immerge in suggestioni e credenze, in cui le protagoniste fanno di tutto per scoprire la verità, immerse nella cornice della Jeju del 1400.
What a year! Non posso credere che sia volato via così un altro anno. Il 2025 non mi ha dato neanche il tempo di rendermi conto che fosse arrivato che se n'è già andato per lasciarmi con la consapevolezza che il 2026 sarà un anno difficile da digerire, che mi metterà davanti davvero l'evidenza di quanto davvero le cose sono cambiate e i mesi si sono accumulati. Mi sembra di scrivere sempre le stesse cose, di prendere coscienza delle stagioni che vivo e di non aggiungere niente di nuovo e di essere sempre ferma nello stesso punto. Ho davvero fatto qualcosa in quest'anno? Posso davvero ritenermi soddisfatta del 2025? Posso dire di essere cresciuta, migliorata, cambiata?
Fare i bilanci è sempre molto difficile per me, come lo è tenere le fila dei successi, le autovalutazioni sono l'occasione per tenere le fila ma allo stesso tempo mi mettono in difficoltà. Mi sembra sempre di portare avanti il minimo indispensabile, che tutto quello che faccio è esattamente il minimo di quello che ci si aspetta da me eppure non dovrei sminuire così il mio operato. Lo faccio sul lavoro e lo faccio nella vita privata ed è molto triste in entrambi gli ambiti. Dovrei fermarmi a riflettere e a capire che tutti cerchiamo di sopravvivere ma sono le nostre scelte che fanno la differenza. Sono qui nel mio appartamento a guardare il sole che splende fuori dalla finestra e nonostante i colpi della sorte sono ancora in piedi. Possiamo rallegrarcene.
Il 2025 è stato l'anno dei viaggi in giro per il mondo, degli esperimenti in cucina riuscitissimi grazie alla perfezione del mio forno, dei viaggi in treno per andare e tornare dalle mie case, degli abbracci con la mia famiglia, del buttarsi sempre, anche quando hai paura di sbagliare, di visite guidate in posti bellissimi, di acquisti un po' pazzi e soprattutto è stato l'anno in cui per la prima volta ho potuto non preoccuparmi dell'instabilità della mia situazione abitativa, ho forse un po' mollato la parte fisica e sportiva della mia vita, abbiamo camminato molto poco e ho un po' rallentato con gli allenamenti, ma ammetto che la vita ha preso il sopravvento, ci sarà tempo per occuparsi anche di questi aspetti.
E poi ho festeggiato l'ennesimo compleanno del blog, di questo spazio di web. Il 29 dicembre 2011, la bellezza di 14 anni fa, arrivavo alla conclusione che aprire un book blog dove parlare dei libri che leggevo fosse una buona idea. E come ogni volta che ci penso, sono ancora qui a dirmi "sto ancora pubblicando recensioni, ma come è possibile?" continuo a stupirmi della costanza e rilevo, che si, è stata una buona idea. Ne è passata di acqua sotto i ponti e oggi più di 2100 post dopo festeggio ancora una volta l'anniversario di Please Another Book. Mi sembra incredibile che dopo tutto questo ancora posso affacciarmi nella community e forse non c'è più nessuno a leggermi, ma io continuo a lanciare le mie parole nell'internet, certa che qualcuno prima o poi le raccoglierà e se non lo farà faranno compagnia a me stessa, quando non avrò più voglia di parlare dei libri che leggo. Grazie, a chi ancora mi legge.
Gennaio è iniziato, di nuovo, con la nostra tradizionale camminata alla Mandria a Venaria, dove i chilometri si sommano in fretta, i passi che accumulano e scaricano, il paesaggio che brilla nella luce del crepuscolo che avanza, il 2025 che mi si spalanca di fronte pieno di possibilità, io che arrivo con le mie amiche e mi sembra tutto bello. Rispettare le tradizioni mi riempie di gioia. La prima mostra dell'anno è stata 1950 - 1970 La grande arte italiana. Capolavori della Galleria Nazionale d'Arte Moderna e Contemporanea a Palazzo Chiablese, questo palazzo storico Torinese che fa parte del complesso dei Musei Reali. Nata da una collaborazione con la GNAMC di Roma questa mostra raccoglie la storia di artisti che sviluppano le proprie propensioni artistiche nel secondo dopo guerra intercettato correnti pittoriche di respiro internazionale rivisitandole in una chiave tutta italiana. L'astrattismo diventa un modo per sviscerare segni e materia, in un recupero di oggetti di scarto e di piani industriali che si fondono per una ricerca dell'altro. La tela, che non è mai solo tela, diventa la sovrapposizione di mille strati per arrivare al significato più profondo di una pennellata. Gli squarci delle attese di Fontana si mescolano quindi al legno e al metallo, i bianchi e neri esplodono nei colori e ogni opera è un viaggio, nella mente del pittore ma soprattutto in noi stessi. Con i miei genitori sono stata a Rovigo a trovare i miei zii, a mangiare frittelle di mele, il tipico dolce di Carnevale, e baccalà mantecato e ho vissuto l'illusione da figlia unica coccolata e viziata da tutti gli adulti. Nel 2025 sono riuscita a vedere tantissimo la mia famiglia e ne sono stata troppo felice.
Siamo andate a Genova nel sabato di febbraio più freddo e inclemente dell'anno e vedere la neve non era quello che avevamo pensato di fare andando al mare, ma questo non ci ha impedito di mantenere la nostra promessa. Visitare la mostra gemella di quella che avevamo visto a Torino su Berthe Morisot nel 2024, Impressioni: Berthe Morisot a Palazzo Ducale, è stato infatti molto bello. Curata da Marianne Mattieu è una delle tante iniziative per la commemorazione dei 150 anni dell'Impressionismo avviata dal Museo d'Orsay di Parigi. Comprende circa ottanta opere comprese quella della figlia Julie e una incisione de Il Corvo di Manet per l'opera di Poe, ed è un viaggio interessante nella visione artistica di una delle pochissime donne di questa corrente artistica che ha raggiunto la fama. Le pennellate molto materiche che rendono però completamente etereo il soggetto che sta dipingendo, si accompagnano ad espressioni tristi e che penetrano dritto nello sguardo del visitatore. Ho incontrato la mia adorata Lorena in gita a Torino che vedo sempre troppo poco e che spero sempre di vedere di più. Abbiamo concluso il mese al Palazzo Accorsi - Ometto dove a cent'anni dalla nascita del Surrealismo questo palazzo storico ha ospitato una mostra dedicata a Giorgio de Chirico, uno degli artisti più rappresentativi del periodo. Seppur si sia dedicato tantissimo a ritratti e nature morte nel primo periodo della sua produzione artistica, pure ha saputo far sue quelle caratteristiche che hanno reso famosi grandi pittori come Dalí e Magritte. Mentre i ritratti perdono connotati i colori restano vibranti e le immagini che de Chirico ci restituisce superano il reale, lo disintegrano per ricostruirlo in una nuova prospettiva. Le opere sono accompagnate anche da fotografie degli anni venti di Man Ray e Lee Miller in un percorso che diventa storia e affascina lo spettatore per catturarlo in immagini irripetibili.
Mentre il mio adorato Seokjin dei BTS era a Milano per la fashion week ospitato da Gucci, io sono scesa a casa dai miei per iniziare marzo con tutta la famiglia al completo nelle Marche a mangiare olive all'ascolana, meravigliarci con gli occhi del nostro nipotino preferito e assaporare il mio dolce di Carnevale preferito, i limoncini e ho rivisto il mare che come sempre riesce a calmarmi come nessuna altra cosa. Tempo qualche giorno ed eccomi salita sull'ennesimo treno ad alta velocità per andare a Caserta e festeggiare un compleanno importante con quasi tutta la famiglia al completo. Riunirci è forse stato il regalo più importante per tutti. Che ormai la Corea sia un mio pensiero fisso è accertato, che immergermi nell'arte sia uno dei miei passatempi preferiti è un'altra certezza. Non potevo quindi lasciarmi sfuggire Rabbit inhabits the Moon al MAO, una mostra dedicata a interpretazioni in chiave moderna e non del dialogo dell'uomo con la luna in cui il poliedrico Paik Nam June si unisce ad altre storie e medium, come la musica, in un viaggio non solo all'interno della Corea, ma in tutto il mondo. Il fulcro della mostra ruota si intorno al mito del Coniglio che guarda la luna diffuso in tutto l'estremo oriente, ma si concentra soprattutto su quello che la luna rappresenta per l'uomo. Il dialogo, immaginario e scientifico, diventa meta arte, dove il mezzo è solo un pretesto per essere al centro della scena. Una mostra immersiva in cui si viene circondati dai tentativi di intrappolare la luna in uno schermo televisivo o su una tela e che diventa il pretesto per non fermarsi all'apparenza.
Ad aprile ci siamo avventurate a Palazzo Madama per vedere ben due mostre: Visitare l'Italia & Giro di posta. La prima metteva insieme alcune delle mie fissazioni: i manifesti pubblicitari, il liberty, Torino e l'arte. "Visitare l'Italia" è un incredibile viaggio nelle rappresentazioni di inizio Novecento, quando tutto era proiettato verso il futuro e la novità e le innovazioni, dell'Italia e dei suoi luoghi più caratteristici. La montagna, le città d'arte, le terme, i laghi e i luoghi di villeggiatura. Incredibili le suggestioni e le illustrazioni, affascinanti ed evocative. Il gioco del "io qui ci sono stata" non ha tempo. "Giro di posta" è un incredibile viaggio nelle memorie di Primo Levi. Ci hanno cacciato da Palazzo Madama con ancora io che leggevo e mi commuovevo di fronte alle lettere e alle parole di Primo Levi che scrive, si interroga e parla della sua esperienza nel campo di concentramento condivisa e diffusa con il suo traduttore tedesco, con altri che come lui hanno vissuto tali esperienze. Tra la Pasqua che mi ha visto ritentare l'impresa della Pastiera, che ammetto mi è venuta eccezionalmente bene, e la nostra tradizionale camminata del 25 aprile fino a San Mauro, abbiamo concluso il mese ad Asti, dove abbiamo visitato una mostra dedicata a Escher. Escher è prima di tutto un genio e poi è un incisore. È una di quelle menti che superano i confini dello spazio, della carta e cerca di superare l'illusione del foglio. Geometrie, tassellazioni e metamorfosi e parallelismi riproposti e sovrapposti in prospettive sempre diverse. Salire o scendere? Spazi alieni o gallerie da esposizione universale? Escher che mi accompagna dall'adolescenza, fissato tra le slides della mia tesina di quinta superiore e che ho seguito fino a Firenze due anni fa è ancora tra le mie fissazioni ma quando inizi ad osservare una delle sue opere non riesci a smettere perché anche solo nel giorno e la notte ci sono così tanti dettagli che notarli tutti è impossibile. Le Metamorfosi sempre sempre sempre il mio quadro preferito.
Ah maggio è il mio mese preferito e come fare a condensarlo in poche righe? Ho partecipato alla mia prima riunione di condominio, per rendere ancora più reale la mia esperienza da adulta vera. Mia zia è venuta a Torino con un'amica e ne ho approfittato per farle vedere gran parte dei miei luoghi del cuore, compreso il Salone del Libro di Torino. Tra un bicerin de Al Bicerin e una pizza al tegamino, sono tornata in quel del Lingotto a navigare il mare degli stand e fare danni, soprattutto dagli amici di Safarà. Ho trascorso al Salone solo una mattinata impegnativa, tra la gente accalcata, il poco spazio e la voglia di girare dappertutto, ma la caoticità del luogo resta sempre nel mio cuore. Innegabile che il Salone abbia sempre uno spazio importante nel mio cuore.
Da un lato abbiamo gettato le basi per la follia che abbiamo fatto ad Ottobre e dall'altro abbiamo festeggiato il mio compleanno, in un sabato pomeriggio soleggiato e bellissimo, passeggiando per le strade di Torino e con la colonna sonora di Echo di Seokjin. Siamo anche andate alla Camera per visitare la mostra Henri Carter-Bresson e l'Italia. Bresson parla di due tipi di fotografia: quella di informazione, in cui non è per niente bravo e quella di evocazione, in cui si è impegnato per tutta la vita. Questa mostra ne è un esempio calzante in cui i suoi vari viaggi in Italia, dagli anni Trenta agli anni Settanta, vengono raccolti in un racconto che si fa testimonianza. L'Italia ancorata nel passato e l'Italia del progresso e della ripresa. Fermi immagini di momenti comuni, quasi banali, che diventano eterni grazie alla gelatina. Dall'Abruzzo di Scanno al glamour di Venezia, dalle piazze di Roma alla Basilicata, l'Italia mostrata dall'occhio scrutatore di uno dei fondatori di una delle agenzie più famose del mondo. Centosessanta fotografie di stralci di vita e momenti decisivi.
A inizio giugno sono tornata a casa dei miei, un po' perché non pensavo che li avrei rivisti durante l'estate (cosa che si è rivelata falssisima, perché spoiler ci siamo visti ancora) e un po' perché mi mancavano non essendo andata a Pasqua. Ho fatto il pieno di coccole ai gatti e sono tornata a Torino giusto in tempo per l'edizione del 2025 di Open House. Quasi neanche ci speravo di poter partecipare quest'anno, e anche se non abbiamo potuto salire le scale del Campanile di Santa Zita neanche stavolta ci siamo avventurate al Giardino Verticale BuonoLopera – Corte Jolanda: l'unico luogo da visitare in Cit Turin con uno spazio incredibilmente affascinante non solo con un giardino verticale che cambia colori in ogni mese dell'anno, ma anche con delle opere d'arte tutte da osservare. Fondazione Time 2 una realtà incredibilmente affascinante che si occupa di aiutare i ragazzi con disabilità di vario genere nel passaggio tra adolescenza e vita adulta e inserimento nel mondo del lavoro e soprattutto mette a disposizione grazie alla famiglia Lavazza uno spazio confortevole per tutti in cui studiare, ricrearsi, lavorare, vivere. Open Innovation Center, Banca Sella: altro palazzo di inizio 900 in Crocetta, in cui Banca Sella ha creato spazi per il co-working, la condivisione per le start up, uno spazio dove condividere e dove la Banca ha una delle sue sedi. E infine Calli.gra.ture: una delle tipografie più antiche di Torino, che ha partecipato per la prima volta all'evento e di cui mi ero innamorata appena l'avevo vista sul sito e che ho amato ancora di più appena ci ho messo piede. Un progetto di conservazione, condivisione, amore di arte, calligrafia, carta, inchiostro e fili. Storie che si intrecciano insieme alla coppia che cura ogni dettaglio e ogni oggetto che entra nel negozio laboratorio. Sarei rimasta lì per ore ad ascoltare i racconti e la Storia. Siamo anche andate al Mastio della Cittadella a visitare "Gauguin" una tra le mostre peggio organizzate che mi sia capitato di visitare. L'ultimo weekend di giugno l'ho passato dalla mia adorata Lorena, tra bagni in piscina e aperitivi sui colli bolognesi, in un tramonto mozzafiato e una serata a ballare fino a tardi con il reggeton nelle orecchie.
Causa invito matrimonio all'ultimo secondo a luglio sono prima andata dai miei nel natio borgo e poi in trasferta casertana, dove abbiamo visitato un anfiteatro romano a Santa Maria Capua Vetere e poi tornando verso le Marche ci siamo fermati a Scanno, in Abruzzo, protagonista anche di alcune foto di Bresson della mostra che avevo visto a maggio alla Camera. Adoro viaggiare con i miei da un lato perché ormai le occasioni sono davvero molto poche, dall'altro perché c'è sempre quella esigenza di mettersi in macchina e partire senza mai fermarsi. Passare il tempo con i miei è un qualcosa che custodisco gelosamente. Adoro avere la mia casetta, vivere da sola con la mia routine e le mie esigenze, ma sapere di essere coccolata e amata dai miei genitori è un regalo preziosissimo.
Ma a luglio sono tornata con le Merendine a Londra, dove non andavo dal 2018 e che mi è piaciuta ancora tantissimo. Tornare a Londra è stato come ritrovare un caro amico che non vedi da tempo e che ti accoglie tra le sue braccia come se non fosse passato neanche un giorno. La City in mezzo allo smog e alla pioggia ha sempre un fascino tutto particolare. Il giro, che avevo studiato per ottimizzare il pochissimo tempo, ci ha portato nei posti più importanti. Dal Tower Bridge al Millennium Bridge passando per il The Sky Garden, si finisce sempre davanti al Big Ben e al London Eye (prima o poi ci salirò tenuta per mano). Buckingham Palace lo saluti sempre perché prima passi dal St. James's Park a vedere i volatili. In Chinatown non ci passi per finire il tuo shopping in Covent Garden e guardare Piccadilly Circus?
E ovviamente il Museo di Storia Naturale perché io VOLEVO vedere i dinosauri. Ma il vero motivo per cui siamo andate a Londra è stato il concerto degli Stray Kids. Perché alla fine torniamo sempre in Corea perché se Torino mi ha regalato le mie amiche, loro mi hanno regalato un mondo, una cultura, drama e musica ed è inevitabile che poi finisci ad un concerto a cantare insieme agli Stray Kids, o è inevitabile solo per me? Tra l'altro in una incredibile botta di fortuna, che non avrò mai più, ma che mi sono goduta tutta, siamo riuscite a vedere il concerto in una tribuna premium, abbastanza centrale, e con una vista veramente ottima. Davvero non so davvero come sia successo.
In un assolato pomeriggio di luglio ci avventuriamo nell'ultimo giorno di apertura della mostra
Da Botticelli a Mucha: bellezza, natura, seduzione a Palazzo Chiablese, dove tra alti e bassi, ci siamo godute uno studio approfondito sulla Venere di Botticelli solitamente custodita a Palazzo Reale nella galleria Sabauda, per poi continuare nei meandri della collezione in una ricerca piuttosto confusionaria di donne molto belle, dee, ninfee, regine e principesse fino ad arrivare a Mucha che amo sempre molto vedere e non perdo mai occasione per ammirarlo.
Ad agosto sono tornata in Corea per la seconda volta. Ancora tremo a scriverlo, ancora non riesco a crederci e ancora vorrei tornare di nuovo lì, vorrei non essermene mai andata. Se da un lato ho imprecato da maggio ad agosto perché Seokjin ha programmato il suo tour europeo proprio poco prima della mia partenza per la Corea e io non sono riuscita ad andare né a Londra né ad Amsterdam (né tanto meno al cinema che ero sull'aereo) dall'altro io ero in uno dei miei paesi preferiti. Racchiudere un viaggio di due settimane in questo post è impossibile, vorrei parlarne per giorni, e allo stesso tempo non so come riassumerlo. Quando sono tornata e mi chiedevano "e allora la Corea" non sapevo da dove iniziare. L'8 agosto siamo arrivate a Malpensa e siamo salite su un aereo che ci ha portate a Seoul da lì, come la prima volta, abbiamo preso il KTX per arrivare a Busan dove abbiamo iniziato la nostra vacanza con una pioggia torrenziale e un pasto buonissimo in un ristorante scelto dalla mia immensa mappa su Naver. La pioggia però ci ha regalato finalmente la possibilità di vedere lo spettacolo dei droni sulla spiaggia di Gwangalli e una cena in un pojang macha come desideravamo fare da anni. A Busan siamo tornati in luoghi del cuore il Headong Yonggungsa (il tempio del Drago) e al Gamcheon Village a mangiare i noodle freddi più buoni del mondo e che avevano lo stesso sapore di due anni prima e il giro con la capsule, sotto una pioggia torrenziale che non finiva più. Ma abbiamo anche visitato posti nuovi come il Dakbatgol Mural Village in cui una signora anziana ci ha visto davanti ad una cartina a capire come muoverci e ha cercato di spiegarci il percorso in dialetto stretto coreano e io sorridevo, annuivo e dicevo "sisi" e ho capito solo "una scala lunga lunga", io come sempre vittima delle ajumme. Ma abbiamo anche fatto una camminata bellissima e faticosissima perché completamente impreparate seguendo il sentiero del Igidae Costal Walk sulla scogliera affacciata sul mare, che mi ha insegnato che si belli i reel di Instagram ma non dicono mai davvero la verità. Doveva essere una tranquilla passeggiata immersi nella natura, è diventato un mezzo incubo con il caldo, scale di legno che non finivano e ponti sospesi.
Ma abbiamo anche sperimentato la Sauna Coreana, alla SpaLand, che vi devo dire è stata un'esperienza indimenticabile. Ho eliminato anche l'acqua del battesimo, e anche se ero intimorita dalla nudità richiesta per le vasche d'acqua calda, alla fine me la sono goduta che tanto davvero nessuno fa caso al tuo corpo quando sei lì solo per rilassarti. Ho trovato dei ristoranti pazzeschi, frequentati solo da locals, il mio compito della vacanza e abbiamo speso più in caffé che in cibo, ma la soddisfazione è di aver trovato abbastanza hotteok da soddisfare la mia voglia. A Busan siamo riuscite a vedere anche il Bosu-dong Book Alley, una vera chicca per gli amanti dei libri e vere occasioni dell'usato, sono riuscita a trattenermi a stento dal comprare qualcosa. Ma abbiamo fatto fin troppi danni con le spese. Il mood era "zero budget, no regrets, se vedi una cosa che ti piace comprala".
Da Busan siamo andati in giornata a Gyeongju, la capitale del regno Silla, e ci siamo pentite di esserci state solo un giorno perché veramente merita un soggiorno più lungo. In una corsa contro il tempo abbiamo cercato di visitare più cose possibili, ma devo dire che è di sera che ha dato il suo massimo. Spero di ritornarci presto.
La seconda settimana l'abbiamo passata a Seoul con due puntate fuori città, una a Incheon in cui non eravamo riuscite ad andare nel 2023 che non mi ha particolarmente colpito anche se sono riuscita a portarci su uno dei luoghi dove hanno girato Goblin e a Suwoon che invece è una cittadina bellissima, location di molti drama famosi, tipo Lovely Runner (uno dei drama più belli del 2024), la libreria Stanfield più bella di quella di Gangnam e dove abbiamo abbracciato un nostro amico coreano che non vedevamo da tempo.
Seoul, come descrivere la magia di tornarci e sentirmi ancora una volta a casa? Come bloccare le sensazioni di essere lì e vivermela ancora una volta? Non so proprio come fare. Seoul, come già condiviso, ha un pezzo di cuore. Se ci penso ho lasciato pezzettini di me in diverse città e adoro tornarci per ricordarmi quanto le amo. Anche qui abbiamo alternato ritorni a luoghi che adoriamo, tipo la Namsan Tower a nuove scoperte come il Eunpyeong Hanok Village in cui io mi avvicino a delle signore per chiedere delle informazioni e loro sbucano fuori ci danno una cartina, e una di loro ci fa fare una visita guidata, nonché un rituale buddista, a cui ci siamo prestate perché è meglio non inimicarsi nessuna divinità, neanche Buddha. Abbiamo anche indossato l'hanbok tradizionale per visitare il palazzo reale e in cui un fotografo professionista ci ha notato mentre ci facevamo foto con la copertina del libro di Alessia e ha pensato bene di seguirci in giro e farci un bel servizio fotografico.
La fortuna ha continuato a seguirci perché non solo siamo finite sul set di un drama che stavano filmando girando l'angolo della casa tradizionale dove abbiamo dormito a Seoul, ma ci siamo ritrovate a Seong-Su a pochi passi dagli Stray Kids che giravano un evento per Spotify e la cui macchina ci è passata di fianco. Io racconto tutto questo ma ancora non ci credo. A Seong-Su ero andata per lo shopping, è infatti un quartiere riqualificato, in stile industrial, pieno non solo di negozi di brand famosi, ma anche di vere e proprie chicche da scoprire, ho una lista lunghissima di posti da vedere e in cui tornare la prossima volta. Mentre cercavo disperatamente di andare al Seoul Museum of Arte per vedere dal vivo l'ala dedicata a Paik Nam June che avevo visto ad aprile a Torino, abbiamo esplorato mercati e parchi e vissuto esperienze che mi porterò nel cuore per sempre. Sono anche salita al tramonto sulla linea della metro di Queen of Tears, per vivere esattamente l'emozione dei protagonisti. Siamo riuscite anche a mettere piede a Itaewon a questo giro e a fotografare le mille pubblicità di Seokjin in giro per la città. E poi siamo anche andate in pellegrinaggio alla prima sede della Big Hit (l'agenzia dei BTS) a Gangnam in cui volevo andare da tantissimo tempo, ed è stato mega emozionante per me.
Vorrei tornare lì già ora.
Settembre è iniziato festeggiando un compleanno a Zoom un parco con degli animali di vari habitat, abbiamo visto i lemuri, le tigri, gli ippopotami, le giraffe, i pinguini tra i miei preferiti e un aperitivo al tramonto con gli animali sullo sfondo. Sono stata anche a visitare la mostra The Heart of the matter di Carrie Mae Weems in Gallerie d'Italia, in un pomeriggio assolato in cui ho navigato nella sua interpretazione dell'arte e della vita attraverso le sue fotografie, i suoi silenzi e le sue paure, la sua voglia di mettersi in gioco nonostante il colore della sua pelle e il suo essere donna in un mondo che è principalmente declinato al maschile. Uno sguardo severo, una presenza preponderante, con foto in bianco e nero che entrano dritte nel cuore del visitatore. Visita che si è conclusa con il mio gelato preferito, quello al Perci Pien di Più di un gelato, la mia gelateria preferita di Torino. Ma a settembre abbiamo potuto riabbracciare una nostra amica che non vive più in Italia al momento, ma che riempie le nostre giornate di gioia e divertimento, tanto che insieme siamo andate alla Sagra della Toma di Rivalta e mangiato l'hot pot più buono di sempre. E tutte insieme abbiamo festeggiato l'uscita di "Merendine in Corea" di cui vi ho parlato ampiamente ma che spero che legga tutto il mondo.
All'inizio di ottobre con le Merendine sono andata per la prima volta a Parigi per festeggiare il compleanno di una di noi. In mezzo ad uno sciopero abbiamo preso il TGV e ce ne siamo andate nella capitale francese. Ho cercato di mantenere bassissime le mie aspettative, se poi Parigi non mi fosse piaciuta? Se mi fossi resa conto che non è la città che fa per me? E invece... a Parigi ci ho lasciato il cuore. Avevamo dubbi? Viverla con alcune delle mie persone preferite poi senza prezzo. Avevamo alcune certezze e capitando in città la prima domenica del mese abbiamo lottato duramente il giorno della messa a disposizione per i biglietti per ottenerli e dopo quattro agonizzanti ore sul sito ce l'abbiamo fatta. Il Museo d'Orsay è forse in assoluto il mio posto preferito di Parigi, per l'arte, per l'architettura, per l'atmosfera, ci sarei rimasta altre mille ore. Ma ci devo tornare perché la mia opera preferita in Degas era in prestito e io voglio vederla dal vivo. Si, abbiamo fatto anche la fila chilometrica per la celebre foto con l'orologio. Siamo poi andate all'Orangerie per le ninfee di Monet, a cui tenevo immensamente.
Abbiamo visitato le Catacombe: chilometri di gallerie sotterranee, è sicuramente un posto da visitare per i meno impressionabili e dopo la pioggia scrosciante il sole e il verde dei Jardin du Luxembourg e la meraviglia di una città in cui perdersi. Io che ho continuato a stare sul sito per i biglietti salta coda di Notre- Dame e boom siamo riuscite e anche se la ristrutturazione l'ha resa diversa dalla sua versione del 2019 è comunque uno spettacolo bellissimo. In giro per Le Marais per capire che si, Parigi è il lusso e io non sono così ricca, ma quel quartiere, dove splende anche la Piramide del Louvre dove non siamo entrati ma conto di tornare quanto prima.
E poi la Tour Eiffel di notte: raga l'emozione di vederla sbrilluccicante ed essere lì mentre si accendeva (dalle otto fino all'una di notte, allo scoccare di ogni ora per cinque minuti). Siamo poi state al Sacre Coeur & Montmartre: che quartiere vivace, tra l'altro alla Boulangerie Leonie il miglior pain au chocolat della vacanza (me lo sogno ancora). Abbiamo fatto un salto anche a Parc Monceau: incantevole parco in cui riposarsi dal traffico dell'Arc de Trionphe. Tra una crepe e una bourguignonne, un bicchiere di rosso e una cioccolata calda di Angelina abbiamo concluso il viaggio alla terrazza delle Galleries Lafayette: è gratuita, i negozi della galleria neanche un po' ma vedere una città dall'alto è sempre emozionante.
A fine mese i miei sarebbero dovuti venire a Torino e invece un evento terribile e inaspettato mi ha costretto a tornare a casa e a vivere un incubo che per fortuna si è concluso in fretta e senza grossi danni, ma che mi ha lasciato inquieta, spaventata e impotente e mi sono resa conto di quanto mi piaccia vivere da sola a Torino ma quanto sia terribile e sfiancante la lontananza, il non sapere, il non capire.
A novembre ho tagliato i capelli facendomi la frangia a tendina e siamo state a visitare la sala Gonin, una sala d'aspetto per la prima classe, all'interno della stazione di Porta Nuova di Torino, chiamata così perché decorata e progettata da Francesco Gonin che ne ha curato tutti i dettagli: dai pannelli di legno, agli affreschi. Inizialmente si pensava che fosse la sala d'aspetto dei Savoia, ma ci si è resi conto che invece era destinata alla nobiltà. Tra un ramen e un altro sono anche tornata a Bologna dalla mia amata Lorena, e tra un po' di shopping e tanto divertimento ho passato il weekend con una delle mie persone preferite a scoprire la bellezza de "La perla" di Rosalia che continuo ad ascoltare e a cantare senza sosta da quella sera di novembre.
Dicembre è stato un mese difficile, pieno di lavoro, di freddo, di prese di coscienze, di imprecazioni, ma ho avuto modo di visitare la World Press Photo Torino allestita in Accademia Albertina. Visitare questa mostra è ogni volta un colpo al cuore ma ogni volta mi da modo di aprire gli occhi su temi che altrimenti non arriverebbero mai fino a me. Il fotogiornalismo è uno dei mezzi di comunicazione più potenti che abbiamo a disposizione oggi e vedere tutte le foto selezionate ha impatto altissimo sui visitatori. Guerre, cambiamento climatico e migrazioni il fil rouge del racconto in tutti i continenti soprattutto se si pensa alla riflessione per cui le migrazioni sono una naturale conseguenza dei conflitti e dei cataclismi. Fotografie di una potenza e una forza che non riesco neanche a descrivere e spero di non diventare mai insensibile alla sofferenza che si trascina per il mondo. E poi naturalmente sono tornata a casa per Natale accolta sempre dalle braccia accoglienti dei miei genitori e con tanti pacchi quanti lo zio d'America.
E il 2026? Non lo so, per quest'anno vorrei prendermela comoda, non correre, pregare che vada tutto per il meglio senza grossi problemi. Vorrei essere tranquilla, senza magoni e senza macigni che mi cadono in testa. Vorrei concentrarmi su cose semplici e facilmente raggiungibili. Ho in programma altri viaggi in giro per il mondo perché se ho imparato una cosa è che mi piace tantissimo starmene in giro a vedere musei e a scoprire culture. Vorrei riprendere a fare camminate in montagna e immergermi nella natura, vorrei essere più assertiva e prendermi dei momenti per concentrarmi su me stessa. Vorrei imparare a fare le madeleines ed essere più presente con le mie amiche. Vorrei leggere di più ed essere più costante con il blog e tornare ad essere una di quelle persone sempre con un libro in mano. Vorrei prendermi cura di me ed essere una persona più responsabile, curata, impegnata. Vorrei esserci per la mia famiglia e vederla ogni volta che posso e vorrei imparare a convivere con la mia ansia.
E come è andato il vostro 2025? Avete dei progetti per il 2026? Fatemelo sapere in un commento, vi leggo sempre volentieri.
Ha creduto alla vittoria segreta dell'amore, come tutti gli innamorati respinti che il minimo gesto inaspettato basta a infiammare. Gli stessi gesti, compiuti da una persona che dà per acquisita, non valgono una cicca. Potrei scriverci un romanzo. Il tizio che non ti fila nemmeno di striscio e una mattina, per distrazione o crudeltà, ti lancia un segnale imprevisto, so bene che cosa scatena.
"Babilonia" di Yasmina Reza edito da Adelphi è un libro che mi ha molto intrigato per il suo titolo molto particolare e perché mi sono innamorata di questa autrice di opere teatrali fin da quando ho letto "Felici i felici". E devo dire che ogni volta che apro un suo testo teatrale mi rendo conto di quanto sia attuale, contemporanea e centrata sulla nostra società e quanto riesca a fornire spaccati di vita che inevitabilmente finiscono per far riflettere profondamente il lettore.
In un posto qualunque nella periferia di Parigi, una donna qualunque, con un buon lavoro, un marito, un figlio, una sorella e dei vicini di casa, si lascia coinvolgere, nel corso di una strana notte di quasi primavera, in una faccenda che potrebbe costarle assai cara. Per affettuosa solidarietà con un uomo di cui non sa molto, tranne che è solo, profondamente solo. O forse perchè, di colpo, ha voglia, foss'anche per un'ora, di respirare fuori dalla soffocante banalità del quotidiano – di immergersi in una «dimensione di tenebra». Tirando con la consueta maestria le fila di una vicenda in cui il comico e il tragico si mescolano in maniera inestricabile come in una sorta di perverso vaudeville, Yasmina Reza scava ancora una volta in quello spazio di connivenze e mostruosità che può diventare la coppia; e ci ricorda che ciascuno vive in esilio: da sé stesso, da ciò che avrebbe voluto essere, e dagli altri.
La protagonista di questo testo potrebbe essere chiunque e proprio per questo può essere ognuno di noi in un sommarsi senza fine di gesti che conducono inevitabilmente ad un unico finale. Ma è davvero questo che ci raccontiamo ogni giorno in cui viviamo e osserviamo lo spazio che ci circonda? Yasmina Reza è una narratrice severa che non interviene mai nelle vicende che mostra al pubblico e anzi lascia questo senso inspiegabile di lucidità che permette al lettore di vedere oltre le parole che legge e direttamente nella sua testa. Tra una risata amara e l'altra veniamo a conoscenza delle vicende che improvvisamente investono i protagonisti e in un gioco di incastri ci sembra di individuare le cause che hanno scatenato il punto di svolta. Ma non è sempre tutto pulito, le interpretazioni sono varie e le sfumature di grigio che ammantano la vicenda molteplici. Ci sono gli interni, ci sono i personaggi e ci sono le loro paure e incertezze e ci sono i gesti irrazionali. Sembra tutto apparentemente troppo curato e troppo bello e infatti il mostruoso è ben nascosto da tende spesse e piattini per le tazze da caffè. La donna che narra la vicenda incastra la sua voce a quella del suo amico Jean-Lino, un uomo che vive nel suo palazzo e di cui non sa quasi nulla. Forse anche la definizione "amico" è troppo forte, ma più emergono dettagli, più il loro rapporto si fa intimo, in uno strano scambio di dettagli che diventa sempre più irrazionale. Questa forse è la rivelazione più sconvolgente, non tanto l'atto che si consuma nel palazzo di Deuil-l'Alouette (che, tradotto alla lettera, sarebbe «Lutto-l'Allodola»), questo quartiere dei sobborghi parigini, ma la consapevolezza di essere vittime di una crudeltà e di un egoismo che si fanno strada implacabili nel cuore dei personaggi. Restiamo indifferenti a tutto, finché non ci colpisce troppo vicino. Finché non ci tocca, scavalchiamo, scappiamo, tergiversiamo, escogitiamo scuse per nasconderci in un angolo, ma quando siamo noi i protagonisti è necessario prendersi le proprie responsabilità. Ci viene mostrato il contesto di una piccola comunità dove tutti vivono in parallelo, nascosti e incerti e poi d'un tratto eccoli lì a scontrarsi con una tragedia. Questa donna che vive a tutti gli effetti "una vita tranquilla" però non fa solo da spettatrice per Jean-Lino che si muove per il palazzo con il suo bagaglio di guai, ma entra a tutti gli effetti nella sua vita per stravolgerne il corso, è forse qui il segreto di tutto, non lasciarsi schiacciare dall'indifferenza, ma qual è il confine reale tra giusto e sbagliato? Intervenire è davvero la cosa migliore da fare?
Il particolare da non dimenticare? Una valigia...
Yasmina Reza è una ritrattista che rappresenta una vicenda apparentemente normale e la trasforma in un'opera straordinaria, capace di ribaltare le prospettive e gli interventi e di mostrare gli aspetti più vividi del cuore umano.
Matteo Bussola: recensioni degli ultimi romanzi che ho letto
Pare che la bellezza di una perla sia la risposta organica a un dolore.
La perla cresce attorno alla ferita che un singolo granello di sabbia, penetrando nella conchiglia, provoca all'osteria. È la risposta a un elemento imprevisto che riesce ad attraversare le sue difese.
L'amore non è diverso: è la reazione a qualcuno che è riuscito a superare tutti i nostri muri. La risposta accogliente a una potenziale minaccia che ha valicato il confine. L'accettazione di un rischio.
L'invenzione di noi due
Leggo Matteo Bussola da tantissimo tempo, sono quasi dieci anni oramai, da quando scriveva solo su Facebook, da quando è stato pubblicato il suo primo libro "Notti in bianco, baci a colazione". Vi avevo parlato qui sul blog anche de "La vita fino a te" ma poi ho continuato a leggere senza recensire niente. E forse è arrivato il momento di colmare questo vuoto. Mi rendo conto di non aspettare più i suoi nuovi libri con lo stesso entusiasmo dell'inizio, ma non posso fare a meno di pensare che abbia avuto un ruolo importante nelle mie letture ed è per questo che quindi vi volevo parlare degli altri suoi libri che ho letto:
- L'invenzione di noi due
- Il tempo di tornare a casa
- Il rosmarino non capisce l'inverno
- Un buon posto in cui fermarsi
«Cominciai a scrivere a mia moglie dopo che aveva del tutto smesso di amarmi». Così si apre questo romanzo, in cui Milo, sposato con Nadia da quindici anni, si è accorto che lei non lo desidera più: non lo guarda, non lo ascolta, non condivide quasi nulla di sé. Sembra essersi spenta. Come a volte capita nelle coppie, resta con lui per inerzia, per dipendenza, o per paura. Quanti si arrendono all'idea che il matrimonio non possa diventare che questo? Milo no, non si arrende. Continua ad amare perdutamente sua moglie, e non sopporta di non ritrovare più nei suoi occhi la ragazza che aveva conosciuto. Vorrebbe che fosse ancora innamorata, curiosa, vitale, semplicemente perché lei se lo merita. Ecco perché un giorno le scrive fingendosi un altro. Inaspettatamente, lei gli risponde, dando inizio a una corrispondenza segreta. In quelle lettere, sempre più fitte e intense, entrambi si rivelano come mai prima. Pian piano Milo vede Nadia riaccendersi, ed è felice, ma anche geloso. Capisce di essere in trappola. Come può salvarsi, se si è trasformato nel suo stesso avversario? Matteo Bussola racconta un amore. Forte, sciupato, ambiguo, indispensabile. Come ogni relazione capace di cambiarci la vita.
"L'invenzione di noi due" è una storia molto bella e intensa perché parte da un presupposto molto semplice ma anche molto difficile da accettare: l'amore per sopravvivere deve essere coltivato. Nelle relazioni non è possibile essere laschi, non è possibile affidarsi continuamente al caso. Una volta che il destino ti ha messo di fronte alla persona giusta per te, devi capire continuare come fare a tenerla con te. Milo questo lo capisce molto bene a proprie spese. Un giorno si sveglia e capisce che niente è più come prima, la routine ha preso il sopravvento, l'abitudine ha fagocitato la novità e l'entusiasmo. Inventarsi modi per far rivivere il proprio amore è la sfida più evidente, ma forse lo diventa ancora di più fare i conti con sé stessi. Perché dopo la rivelazione iniziale segue la consapevolezza e poi l'accettazione e ci vuole coraggio per rendersi conto di essere i primi responsabili, ci vuole forza per non arrendersi di fronte alla fine. D'altronde siamo davvero gli artefici del nostro futuro, niente è scritto in maniera definitiva c'è sempre un modo per uscirne. L'amore non è mai una cosa semplice, e Bussola ha un modo molto incisivo di raccontarlo.
Quante esistenze attraversano una stazione affollata. Dietro i volti delle persone in fila all’edicola o al bancone del bar si nasconde un groviglio di desideri e paure, di dolori e speranze. C’è una donna che non deve partire, eppure resta seduta lì, le borse della spesa ai piedi. C’è un padre che ha smarrito il figlio, e un uomo che sta per separarsi dalla donna della sua vita. C’è un marito che vede un enorme coniglio accanto a sua moglie ogni volta che la guarda, una ragazza che riceve messaggi inattesi, un ragazzo che ha preso una decisione irreversibile. C’è il mistero indecifrabile di ogni incontro capace di farci cambiare strada, e il terrore dell’abbandono sempre dietro l’angolo. Poi c’è uno scrittore con un buffo berretto giallo che si aggira fra i binari dopo aver perso il treno, ed è impaziente di salire sul prossimo. Perché sa che alla fine del viaggio troverà la sua famiglia ad aspettarlo. Perché «l’amore ha sempre, sempre a che fare con qualcuno in grado di riportarti a casa». Con la sua voce inconfondibile, Matteo Bussola racconta il nostro ostinato bisogno degli altri, malgrado la possibilità di ferirsi, di tradirsi, malgrado le accuse o i rimpianti. Il suo è un inno al potere salvifico delle storie, grazie alle quali ci sentiamo tutti meno soli.
Possiamo considerare il tema centrale di questa raccolta la casa, quella bramata, data per scontata, ricercata, voluta, rifiutata. Una casa generica e immateriale, che non coincide per forza con i muri fisici di una abitazione, ma si alimenta dalle emozioni che suscitano in noi. Casa quel posto sicuro in cui essere noi stessi, in cui non indossare maschere, non essere sottoposti agli attacchi delle nostre esistenze, quel luogo dove trovare pace, poter fare i conti con il nostro dolore e le nostre mancanze, e in cui non essere giudicati. Non è per niente facile trovarla e magari trascorriamo tutta la vita a cercarla ovunque. Il tempo poi è tiranno e traditore e non sempre lascia spazio per le esigenze dell'anima. Ma le storie di Bussola servono anche a ricordarci quanto sia importante cercare e trovare sempre le possibilità di salvare i nostri rapporti più importanti. Nessun lavoro è più importante della nostra felicità. Il treno non è solo un mezzo di trasporto, convoglia in maniera precisa la volontà di tornare dai propri affetti, l'esigenza di colmare le distanze fisiche e metaforiche e di soddisfare bisogni sociali che diventano improvvisamente primari.
«A cosa pensa una donna quando, assordata dalle voci di tutti, capisce all’improvviso di aver soffocato la propria?» In pochi come Matteo Bussola sanno raccontare, con tanta delicatezza e profondità, le contraddizioni dei rapporti umani. In pochi sanno cogliere con tale pudore il nostro desiderio e la nostra paura di essere felici. Una donna sola che in tarda età scopre l’amore. Una figlia che lotta per riuscire a perdonare sua madre. Una ragazza che invece non vuole figli, perché non sopporterebbe il loro dolore. Una vedova che scrive al marito. Una sedicenne che si innamora della sua amica del cuore. Un’anziana che confida alla badante un terribile segreto. Le eroine di questo libro non hanno nulla di eroico, sono persone comuni, potrebbero essere le nostre vicine di casa, le nostre colleghe, nostra sorella, nostra figlia, potremmo essere noi. Fragili e forti, docili e crudeli, inquiete e felici, amano e odiano quasi sempre con tutte sé stesse, perché considerano l’amore l’occasione decisiva. Cadono, come tutti, eppure resistono, come il rosmarino quando sfida il gelo dell’inverno che tenta di abbatterlo, e rinasce in primavera nonostante le cicatrici. Un romanzo in cui si intrecciano storie ordinarie ed eccezionali, che ci toccano, ci interrogano, ci commuovono. «Ho deciso di scrivere di donne perché non sono una donna. Perché ho la sensazione di conoscerle sempre poco, anche se vivo con quattro di loro. E perché è più utile scrivere di ciò che vuoi conoscere meglio, invece di ciò che credi di conoscere già».
"Il rosmarino non capisce l'inverno" è una contraddizione in termini che mostra la capacità di Bussola di immergersi in un punto di vista e restituirlo al lettore con una lucidità che colpisce sempre. Forse la meno riuscita delle sue raccolte di ritratti questa, visto che racconta storie di voci femminili, in un modo che non sempre convince, che non sempre restituisce uno sguardo obiettivo. Ma quando si parla di sentimenti non sempre si riesce ad essere oggettivi, ci si ritrova a muoversi nei moti del cuore e dell'emotività. Tutto ciò che descrive resta quindi un tassello nella vita di persone che cercando di vivere al meglio, tra la voglia di emergere di non abbattersi. Arrendersi non è ammissibile, ma le donne di questa raccolta applicano le loro responsabilità nei confronti delle persone che hanno intorno. La verità è che non ci sono scelte facili, non ci sono esistenze lineari, ogni storia ha una sua vita, una sua progressione. La lucidità di Bussola risplende in mezzo alle storie, con la sua proverbiale sensibilità e la sua voglia di non dimenticare. Scrivere per ricordare, fissare questi momenti raccolti per la strada, per gli incontri fortuiti che raccoglie in giro, perché delle esperienze che viviamo dobbiamo fare tesoro per crescere ed essere migliori.
A volte la vita ci colpisce fino ad abbatterci. E se invece di rialzarci, provassimo a guardare il mondo con gli occhi di chi è a terra? Forse proprio la resa può regalare un'inaspettata felicità. In pochi hanno saputo raccontare la fragilità maschile senza stereotipi, senza pregiudizi, senza vergogna. Matteo Bussola sa farlo con schiettezza e umanità. In queste pagine lancinanti eppure piene di luce, un uomo trova il coraggio di disertare la propria esistenza e costruire un sogno. Un padre in neuropsichiatria con il figlio impara ad accogliere la ferita di chi ha messo al mondo. Un anziano marito, prendendosi cura della moglie malata di Alzheimer, si domanda che cosa rimanga di una relazione quando chi amiamo sparisce, anche se possiamo ancora toccarlo. Un hikikomori che si è innamorato online vorrebbe incontrare chi è diventato per lui cosí importante, ma la paura di uscire lo imprigiona. Un bambino ubbidiente scopre la bellezza inattesa di deludere le aspettative. Incrinati, piegati, sconfitti, capaci però di cercare un senso, di intravederlo lí dove mai avrebbero creduto, questi protagonisti trovano ognuno un modo personale, autentico, spudoratamente onesto, di rispondere alla «Che cosa fa di un uomo un uomo?»
"Un buon posto in cui fermarsi" offre una prospettiva interessante sulle vite degli uomini, uomini diversi, imperfetti, sensibili, duri, che non si fermano di fronte all'impossibilità delle loro vite. Ognuno di loro vive un dolore, più o meno segreto, più o meno grande, che definisce i confini della propria esistenza e il modo in cui reagisce al mondo fuori da sé. Le emozioni che ci colpiscono non sono meri passaggi di stato, ma si fanno portavoce dei cambiamenti abissali che ci portiamo dietro. Bussola non è mai restio ad entrare in profondità, ad accarezzare situazioni spinose e azzardi di possibilità. I suoi protagonisti restano sul palcoscenico con l'umiltà di non avere mai risposte pronte ma sempre con la propensione a cercarle. La malattia, la morte, la solitudine diventano sfaccettature per riscoprire l'amore e per rendersi conto che forse c'è ancora speranza, non tutto è perduto.
Forse è così che dovrebbe essere la vita: partire per un lungo viaggio con tutte le ansie e le speranze legate addosso, mentre quelli che ami si sbracciano per salutarti.
Cleopatra e Frankenstein è il romanzo d'esordio di Coco Mellors edito in italiano da Einaudi Editore ed è finito tra le mie cose da leggere seguendo la scia lanciata da Sally Rooney e tutto quel filone di narrativa che descrive le vite della nostra generazione, questi millennials destabilizzati, fragili, sbandati e soli che cercano di salvarsi nei meandri della vita che imperversa. E devo dire che mi ha lasciato l'amaro in bocca.
Un romanzo sulle fibrillazioni dell’amore, su tutte quelle relazioni imperfette nate da serate inaspettatamente perfette e, soprattutto, su New York: ancora una volta sfrenata, eccessiva, meravigliosa, irraggiungibile. Quando Cleo e Frank si incontrano, nell’ascensore di un grattacielo a Manhattan la sera di Capodanno, non sanno che da lì a sei mesi si sposeranno e andranno a vivere insieme. Ma quello che appare come un idillio, finirà per essere un infelice punto di svolta nella loro vita e in quella degli amici più cari.
Coco Mellors è londinese di nascita ma newyorkese di adozione e riversa nel suo romanzo tutto ciò che di New York conosce e ha incontrato nel suo cammino. E ne dipinge un ritratto amarissimo, che destabilizza tantissimo i personaggi che si muovono per le sue strade. I protagonisti di questo romanzo, sono Cleo e Frank, riassunti fin dal titolo dai loro soprannomi e dalle loro descrizioni, e vivono le loro disfunzioni in una maniera plateale ed esagerata che rifugge ogni logica e si abbandona ad ogni parossismo e contraddizione. Entrambi subiscono le pressioni di una città cosmopolita, e tentacolare, che come una piovra risucchia il loro tempo e le loro energie mentali. Le feste, il lavoro, lo sballo sono tutti espedienti per scappare dalla routine e dai mostri nascosti nella loro psiche. Cleo abbandonata dalla famiglia, convive con la perdita della madre con la convinzione di poterla continuamente ignorare, raccogliendo la sua creatività e trasformandola in arte. Dall'attenzione volatile Cleo si dimena in un ambiente che non è quello in cui è cresciuta e in una città che gli offre i mezzi per fare tutto quello che vorrebbe ma non la sicurezza per metterlo in pratica. Cleo vive la sua vita con gli slanci emotivi di una adolescenza non del tutto finita e la consapevolezza che il tempo scorre implacabile. Frank dall'altro lato è incastrato nelle dipendenze e nel lavoro da pubblicitario che lo risucchia in un vortice di inconsistenze, ansie e panico che cerca di placare con stampelle sregolate. Frank sembra sicuro di sé, indipendente, rassicurante rispetto alle persone più giovani che lo circondano, ma alla fine resta una persona fragile che non riesce a sostenere il peso delle sue responsabilità. Essere sereno si frange contro tutto ciò che lo costringe a stare sul pezzo, compresa Cleo e sua sorella minore. Frank è una roccia che si frantuma sotto il peso dell'acqua che scava le sue fondamenta. Le distrazioni sensoriali diventano il pretesto per sfuggire ai suoi obblighi e le scuse per le sue cadute. Nessuno dei due protagonisti riesce a costruire relazioni sane, entrambi si scontrano con i loro egoismi e le loro ambizioni, per finire catturati in una rete di disagio senza fine. Stare insieme diventa una lotta continua contro l'insoddisfazione e il dolore della solitudine, dettata anche e soprattutto dalla mancanza di comunicazione. Anche il migliore amico di Cleo lascia un quadro spietato e inquietante, dettato da una sofferenza profonda che non permette nessuna salvezza. Il dolore diventa una sofferenza auto-inflitta dilaniante, in cui si accentua sempre di più questo distacco con le persone care che circondano i protagonisti. Tutti, senza esclusione, indossano una maschera e fingono fino ad implodere su sé stessi.
Il particolare da non dimenticare? Uno scoiattolo volante...
Un ritratto generazionale triste e desolante, lascia il lettore senza possibilità di aggrapparsi a niente. Forse bisogna davvero toccare il fondo per rendersi conto di come salvarsi, ma sono convinta anche che la storia della Mellors non è trasgressione e irrequietezza, è una storia plateale e distorta che consuma dall'interno.
Cyrus once read an anthropologist who wrote about how the first artifact of civilization wasn't a hammer or arrowhead, but a human femur - discovered in Madagascar - that showed signs of having healed from a bad fracture. In the animal world, a broken leg meant you starved, so a healed femur meant that some human had supported another's long recovery, fed them, cleaned the wound. And thus, the author argued, began civilization. Augured not by an instrument of murder, but by a fracture bound, a bit of food brought back for another. It was an attractive idea.
Martyr! di Kaveh Akbar, uscito poi in italiano per La Nave di Teseo con il titolo "Martire!", è entrato nelle mie cose da leggere per un caso fortuito, giravo tra le offerte degli ebook su Amazon e mi è capitato davanti. Questa copertina particolare, la storia molto intricata mi avevano incuriosita e spinta a leggere. E ne sono rimasta molto affascinata, nonostante alcuni punti farraginosi.
Sin da molto piccolo Cyrus Shams ha dovuto fare i conti con la morte. Quando aveva pochi mesi la madre, Roya, rimase uccisa in un terribile disastro aereo causato da un incrociatore americano che abbatté, per errore, l’aereo di linea iraniano su cui viaggiava. Il padre, Ali, alla ricerca di un futuro diverso, e per tentare di fuggire al dolore, si trasferì con il piccolo Cyrus proprio negli Stati Uniti, lavorando per il resto della vita in un allevamento di polli nell’Indiana, fino a spegnersi improvvisamente mentre il figlio era al college. Cyrus, infatti, grazie alla sua intelligenza vivace e al talento per la poesia si era garantito una borsa di studio in una buona università, dove aveva anche avuto le prime esperienze con alcol e droghe. Esperienze che ben presto si erano trasformate in una dipendenza sconfitta a fatica. Ora, a ventinove anni, Cyrus ha un fare in modo che la sua morte non sia priva di senso come quelle dei genitori. È affascinato, fino quasi all’ossessione, dai “martiri”, uomini e donne che hanno vissuto e si sono sacrificati per una causa superiore, non per la fede o la gloria, ma per il bene degli altri. Sogna di scrivere un libro che li celebri e poi, forse, diventare uno di loro. Non sa, però, che questa ricerca lo porterà a scavare anche nel passato della sua famiglia risvegliando fantasmi che credeva ormai dimenticati. Martire! è un romanzo meraviglioso, originale e divertente. Un inno alla vita e alla ricerca di un senso che ognuno può trovare in modi diversi (nella fede, nell’arte, in sé, negli altri, nell’amore). Con questo strepitoso esordio Kaveh Akbar si afferma come la nuova voce, essenziale quanto potente, della narrativa internazionale contemporanea.
Il racconto di Kaveh Akbar è una storia che si innesta su un piano intimo ed emozionale che sfugge al ritmo condensato di una storia qualunque. La vita di Cyrus è costellata di eventi traumatici e inspiegabili che lo lasciano destabilizzato e solo. Inquieto e instabile si muovo sempre sul confine tra la vita e atti che lo mettono in pericolo, senza curarsi troppo delle conseguenze. Quando tutto sembra abbandonarlo, trova rifugio nelle sostanze che gli permettono di evadere nel modo più veloce possibile. Droghe e alcool diventano stampelle per la sopravvivenza, nonostante i pericoli che si nascondono nell'assumerle costantemente per lunghi periodi. Akbar racconta le dipendenze di Cyrus minuziosamente, esplorando i suoi stati d'animo e restituendo al lettore i meandri della sua psiche. Cyrus riavvolge il nastro della sua vita e lo srotola con l'indifferenza di chi ha toccato con mano il pericolo e ne è uscito vivo. Il dolore è un mostro tangibile che fagocita ogni aspetto dell'esistenza del ragazzo, è l'entità che distrugge i confini e i punti fermi e lo lascia in balia del pericolo e del terrore. Ma aver toccato il fondo porta inevitabilmente alla consapevolezza che ci si può solo risollevare, la dipendenza non è solo distruzione, ha come risvolto la lenta ricostruzione della disintossicazione, l'incredibile forza necessaria per uscire dalla spirale di autodistruzione in cui si è incappati. C'è quindi il gruppo di sostegno, c'è inevitabilmente lo scontro con il proprio sponsor che cerca di farsi strada nelle difese che Cyrus si è costruito nel tempo. Sono tutti i gradini che compongono il percorso di Cyrus che rendono la storia interessante insieme alla sua capacità di reazione. Nonostante tutte le brutture ecco che c'è una scappatoia, una via di fuga, ecco che il ragazzo pensa a come esorcizzare tutta la sua storia. La morte della madre, spauracchio di tutta l'infanzia e l'adolescenza, la spinta del padre a scappare dal suo paese d'origine e lo ha fatto approdare in America a spaccarsi la schiena in un allevamento di polli, diventa non solo il pretesto per scomparire nella dipendenza ma anche la motivazione per tirarsene fuori. Sopravvivere anche attraverso la scrittura, queste storie di martiri e perseguitati che diventano il simbolo di una ricerca. Che senso ha la nostra vita, a cosa serve la morte prematura di gente innocente? Che senso ha tutta questa ricerca? Ma Cyrus non è il solo protagonista di tutto il racconto, perché a fare da contraltare alla sua storia, c'è anche la storia dei suoi genitori, ma soprattutto la storia della madre. Questa madre che è solo un simulacro ma che ha un mondo interiore enorme e che non resta segregata in un angolo della mente, ma assume sembianze così reali da fagocitare tutto, persino i sentimenti di Cyrus. Questa mancanza enorme è motore e freno, incidente e motivazione, e tutto si mescola per lasciare al lettore la sensazione di essere passati in un uragano e di non avere più punti fermi.
Il particolare da non dimenticare? Una mostra a New York...
Kaveh Akbar non racconta la storia di una dipendenza, ma dipinge i confini di una storia fatta di mancanza, perdita e rinascita, intrecciata a aneddoti curiosi e stralci di poesie. Intenso e malinconico, "Martyr!" racchiude tante domande e lascia la ricerca delle risposte sulle spalle del lettore.
"Per essere uno affamato di sapere sei davvero poco curioso, sai, Tommy?"
"Io sono curioso."
"È la tua fame di sapere a renderti quello che sei. Non perderla."
"Il sogno di un albero" di Maja Lunde è l'ultimo capitolo della sua quadrilogia distopica iniziata con "La storia delle api", edito in italiano per Marsilio Editore. Aspettavo di leggerlo da tantissimo tempo, perché ero proprio curiosa di capire in che direzione sarebbe andata la Lunde per terminare la sua serie, che cosa avrebbe tirato fuori in termini di prospettiva futura e devo ammettere, con mio sommo rammarico, di essere rimasta molto delusa da questo capitolo finale.
Alle Svalbard, nelle viscere di un monte alla periferia settentrionale del mondo, un caveau raccoglie i semi provenienti da ogni angolo della Terra. È quassù, in questa natura gelida, che Tommy, addestrato alla caccia e amante dei libri, vive con la nonna Louise, custode della banca delle sementi. Dopo l’ennesimo cataclisma, è uno dei sei sopravvissuti dell’arcipelago, confinati in un paesaggio desolato che ospita in quel caveau l’unico vero tesoro in grado di garantire la rinascita del un patrimonio per tutti gli esseri viventi da tutelare con ogni mezzo. Intanto, in Cina, a Tao viene proposto di partecipare a una spedizione diretta proprio alle Svalbard, con l’incarico di recuperare quella preziosissima risorsa. Passato, presente e futuro si intrecciano in una narrazione che pone domande a cui la nostra epoca fatica a dare una risposta: com’è arrivato l’uomo a sovvertire a tal punto gli equilibri naturali? ne aveva il diritto? Dopo le api, l’acqua e l’estinzione della specie, nell’atteso capitolo finale del lungo racconto ispirato al cambiamento climatico, Maja Lunde torna a ritrarre la bellezza e la fragilità del nostro pianeta e ci indica una via, mostrandoci come sia ancora possibile salvarlo. Grazie a un albero e ai suoi semi.
Dopo aver parlato di impollinatori, acqua e animali in via di estinzione, questo ultimo capitolo della saga si concentra sul tema delle piante, o più nello specifico sui semi. D'altronde anche le piante rischiano quotidianamente la scomparsa dal loro ecosistema e diventa ancora più importante proteggerle in ottica di preservazione non solo delle unicità delle specie ma anche e soprattutto in ottica di conservazione delle materie prime. Ma se i personaggi protagonisti richiamano quelli dei volumi precedenti, si perde la continuità narrativa e la particolarità di avere più piani temporali. Siamo sempre nello stesso punto, questo futuro distopico, disastroso e incerto che abbiamo già imparato a conoscere, e la storia si dipana avanti e indietro, tra ricordi, incertezze e continui flashback per restituire al lettore tutta la vicenda. Tommy è un ragazzo impacciato, timido, schivo, riservato che ha sempre cercato di vivere la sua vita in tranquillità, ma questo suo desiderio viene continuamente spezzato dagli accadimenti che accadono intorno a lui. Le Svalbard, baluardo di tutto quello che un tempo era quel mondo artico, è bersagliato da continui cataclismi e Tommy deve navigarlo come può. Forse è questa la mancanza di questo libro, manca di coralità, certo da contraltare c'è Tao, che avevamo già conosciuto nel primo libro, ma è una storia che resta ferma alle mancanze di Tommy, alle sue paure e alla sua incapacità di vedere oltre la sua sopravvivenza. Ancorato ai suoi fratelli e ai limiti imprescindibili dei confini della sua città non ha nessun interesse oltre a quello di continuare a fare ciò che ha sempre fatto, salvo poi pentirsi amaramente quando scopre che le sue scelte significano una solitudine estrema, un distaccamento incolmabile da tutto ciò che conosce. Ed è forse questa la chiave di lettura, che dovremmo gettare sempre il cuore oltre l'ostacolo? Quando la cura, la protezione, la conservazione delle chiavi che ci sono state affidate diventa un ostacolo per costruire altro, per sfuggire ai confini di una esistenza volta all'estinzione? Non dovremmo sempre andare verso la conservazione della specie in senso lato? Ma soprattutto chi decide se un bene è un bene comune o semplicemente il retaggio di chi lo ha portato in un luogo? Diventa complicato dare responsabilità soprattutto quando chi agisce crede di star proteggendo le persone che ama, in una sorta di legittima difesa contro il nemico esterno, ma d'altra parte come riconoscere il nemico? Diventa un gioco di prospettive, perché tutti i lati soffrono per le conseguenze del cambiamento climatico, delle azioni di popoli e governi di generazioni precedenti, e devono trovare un modo per sopravvivere. Le atmosfere cupe lasciano spazio ad una speranza, non si perde la fiducia nella natura, la Terra ci sopravvivrà tutti in qualche modo. Ma non c'è solo Tommy a raccontare questo sogno, c'è anche Tao, sempre più disillusa, devastata dalla perdita, incapace di dimenticare e allo stesso tempo costretta ad andare avanti, a vedersi riproposto lo stesso dolore, la stessa storia, incasellata all'interno della possibilità di uscirne in qualche modo. L'incontro con Tommy e la sua famiglia diventa fondamentale per ribaltare la sua esistenza come un calzino. Gli sforzi della sopravvivenza non sono mai vani, vanno sempre preservati. E non possiamo neanche dimenticare Louise, che rivediamo come nonna severa, ruvida e poco empatica, presa dal suo desiderio di muoversi, si è dovuta fermare per obbligo ma non lo voleva davvero. Louise però è una guida e un faro per Tommy che pende dalle sue labbra con la convinzione che non possa sbagliare mai, che quello che dice è legge, che forse il suo è l'unico modo possibile di fare le cose. E forse è per questo che sbanda ancora di più, che si convince di avere le radici di un albero quando forse avrebbe dovuto abbracciare la libertà di un seme trasportato dal vento.
Il particolare da non dimenticare? Un albero trovato su una spiaggia...
Una saga veramente molto interessante con tantissimi spunti da cui trarre ispirazione che arriva al capitolo conclusivo trascinandosi dietro le esperienze dei libri precedenti. Tra atmosfere cupe, il freddo artico e le mille perizie affrontate dai protagonisti, Maja Lunde lascia ai suoi lettori la possibilità di un futuro migliore, che non può prescindere dalla natura, dalle piante, dai semi.
«Devi. Mi hai fatto tornare la fiducia nel genere umano».
«Allora non so se ho fatto bene: il genere umano fa schifo».
«Non quello delle Merendine»
C'era una volta un gruppo di ragazze che amava fare merenda insieme in ogni locale in giro per il mondo che offriva dolci, cioccolate calde e the. E c'era una volta una ragazza dalla immaginazione fervida e esplosiva che si è sempre lasciata ispirare dalle peripezie e dalle battute delle sue amiche. Un po' per gioco, un po' seriamente ecco che le premesse per il libro di Alessia Peira si sono concretizzate ed il risultato finale è il volume che avete per le mani.
"Merendine in Corea" edito da Mondadori in uscita il 30 settembre in tutte le librerie on-line e fisiche è il riassunto di una passione, di un'amicizia, di un impegno. Credo che in un qualche modo speciale sia anche la realizzazione di un sogno e di una promessa. Quelle richieste di un altro capitolo si concretizzano con una copertina perfetta, una trama con i fiocchi e e che non vorresti mai smettere di leggere. Alessia Peira è una scrittrice capace di catturare la comicità di una scena in poche parole.
Tutto ha inizio con una canzone dei Black Hole ascoltata una mattina d’inverno davanti ai cancelli di scuola. Da quel momento Eleonora, Ambra, Rebecca, Cristina e Nell smettono di essere solo cinque compagne di classe. Ancora non lo sanno, ma in quel preciso istante stanno gettando le basi di una found family in cui, da lì in poi, condivideranno tutto: dai lunghi pomeriggi di studio al progetto di assistere a un concerto dei loro idol, dalle ambizioni per il futuro alle inevitabili delusioni, sempre all’insegna di una fame insaziabile di vita, musica e prelibatezze (a cui devono il loro nome di battaglia, “Merendine”). Ma quando finalmente arriva il momento atteso da anni – un viaggio in Corea del Sud per assistere al comeback dei Black Hole – avviene l’impensabile. La band annuncia che non ha intenzione di tornare sulle scene. Niente comeback. Niente concerto. Solo silenzio. E una strisciante disperazione che nessuno può capire, tranne quelli che hanno vissuto almeno una volta nella vita la passione viscerale per un gruppo (e per i quali la musica non è mai solo musica, ma una lingua segreta e un rifugio), trascorso notti a pianificare fughe per un concerto, a tradurre canzoni e annunci da altre lingue, e ad allenarsi a riconoscere i propri idoli da un sopracciglio. Ora per le Merendine il viaggio a Seoul non è più un premio, ma una necessità. Devono stanare i Black Hole e convincerli a tornare sui loro passi. In gioco c’è il destino del K-pop. Del mondo. E della loro amicizia. Comincia così una missione folle e indimenticabile tra metropolitane affollate, piani improbabili, appostamenti ai limiti della legalità, ubriacature da soju e crush impreviste. Un’avventura spassosa e a tratti drammatica che diventa al tempo stesso una dichiarazione d’amore alla musica che cura, alle passioni che ci scelgono e alle amicizie che, come certe canzoni, resistono a ogni cambiamento.
Come fai a parlare di un libro in cui hai creduto quando ancora neanche esisteva e che in qualche modo parla di te, con te e per te? Ti industri come puoi, anche se rischi di perdere un po' di credibilità. Non posso essere imparziale fino in fondo, ma mi perdonerete, spero, sapendo che amo profondamente questa storia che merita di essere diffusa in ogni dove. "Merendine in Corea" è il riassunto di tutti i ricordi, le urla, l'eccitazione dei lettori che sono anche fan di qualcosa. Essere fan è un linguaggio più universale di quello che si possa pensare. Non si vive senza una passione catalizzante, qualsiasi essa sia. E le Merendine lo sanno bene. Eclettiche, appassionate e golose sono indissolubilmente legate da momenti specifici, da gesti reiterati, da un collante che supera le distanze e l'età adulta. La voce narrante della storia è Eleonora una ragazza timida e studiosa, curiosa e attenta, ma in realtà al centro della scena ci sono anche le sue amiche: Cristina, Rebecca, Ambra e Ornella, unite dall'amore per il cibo e per la musica kpop. Le cinque ragazze hanno aspettato anni per vedere i loro idoli dal vivo ma tutto sembra remare contro di loro. Le loro avventure si svolgono tra l'Italia e la Corea e hanno un unico scopo: salvare il loro gruppo preferito, ma soprattutto la loro amicizia e nessun compito è mai sembrato così difficile. Da un lato quindi un gruppo solido, che vive i suoi momenti di crisi, dall'altro la Corea che diventa protagonista tanto quanto le cinque ragazze. Di questa nazione dell'altro lato del mondo si vede molto e se ne apprezzano diverse sfaccettature. Prima fra tutte il cibo, una delle passioni delle ragazze, ma anche luoghi iconici di Seoul che restano stampati nella memoria fin dal primo momento in cui entrano nel campo visivo, come non citare la Namsan Tower, l'emblema anche di molti k-drama arrivati al successo anche sugli schermi internazionali. E poi non possono mancare gli idol e la musica. I Black Hole non sono solo un nome, sono una certezza, sono un faro nella vita delle Merendine, ma soprattutto il primo catalizzante che innesca la reazione a catena che le porterà a solcare le "gil" coreane. Ciò che conta di più sono probabilmente i rapporti umani, in ogni sfaccettatura che vi possa venire in mente, non mancano certo gli incontri che fanno palpitare il cuore, ma è soprattutto una storia che richiama la vita, la consapevolezza che la vita adulta è dietro l'angolo ma c'è ancora spazio per sognare, per viaggiare, per le proprie fissazioni. Nonostante i doveri che ci investono, credere ancora nella magia delle coincidenze, della musica, del karma è molto importante. L'iperbole è che tutto è possibile se si rimane insieme, anche salvare il k-pop.
Il particolare da non dimenticare? Un vaso in cristallo di Boemia.
La storia di Alessia Peira è un inno all'amicizia, al cibo, alle passioni, alle cose belle. È una coccola in mezzo ad una vita che corre e ad un tempo che chiama alla responsabilità, l'evasione giusta per vivere un sogno impossibile.
Accompagno questo libro in libreria, come una zia con il suo nipote preferito, sperando che trovi le braccia accoglienti di altri appassionati fan in giro per il mondo.
La cosa dimostra, pensa Ivan, che la differenza tra verità e bugia è complicata. Pensi di star facendo combaciare il linguaggio col mondo in un certo modo, come un bambino che gioca a inserire la sagoma giusta nello spazio giusto. Ma a volte ti rendi conto che si tratta di un falso quadro. Il linguaggio non combacia col mondo allo stesso modo in cui una sagoma combacia con uno spazio. Di fatto la realtà è una cosa e il linguaggio un'altra. Bisogna solo rassegnarsi a non pensarci troppo.
Intermezzo di Sally Rooney edito in italiano da Einaudi è l'ultima uscita di una autrice che ha in qualche modo cambiato il panorama dell'editoria globale e avendone letto tutte le uscite non potevo di certo farmela scappare, la copertina poi è del mio colore preferito. Anche in questo caso la storia sembra non andare da nessuna parte, la scrittrice irlandese descrive le vicende dei protagonisti e le getta in pasto al lettore.
Alla morte del padre, Peter e Ivan vedono sconvolto il precario equilibrio della loro esistenza. Nascono nuovi amori, esplodono vecchie ruggini, si creano inedite alleanze. E in questo interludio si intravede la vastità potenziale di ogni vita. A parte il fatto di essere fratelli, Peter e Ivan Koubek sembrano avere poco in comune. Peter è un avvocato di Dublino sui trent’anni – affermato, abile e apparentemente irreprensibile. Ma, ora che gli è morto il padre, prende farmaci per dormire e si barcamena con fatica fra due relazioni con donne molto diverse: il primo, imperituro amore, Sylvia, e Naomi, una studentessa universitaria per cui la vita è un’unica lunga barzelletta. Ivan è un campione di scacchi ventiduenne. Si è sempre considerato uno sfigato, un paria, l’antitesi del suo disinvolto fratello maggiore. Ora, nelle prime settimane dopo la perdita del padre, incontra Margaret, una donna più grande che esce da un passato turbolento, e rapidamente e intensamente le loro vite si intrecciano. Per i due fratelli in lutto, e per le persone da loro amate, si apre un interludio, un periodo di desiderio, disperazione e nuove prospettive – l’opportunità di scoprire quante cose un’unica vita possa contenere senza per questo andare in pezzi.
La Rooney è una scrittrice giovanissima e ha già alle spalle diverse storie di successo, divisive in un certo senso ma d'altra parte la vita dei millennials lo è sempre. Divisi a metà, cresciuti con la crisi ma nel pieno dell'epoca digitale, si tengono strette le loro speranze, i loro sogni e il loro equilibrio precario. In un mondo che corre i protagonisti di "Intermezzo" faticano per trovare la loro strada. Se da un lato entrambi i fratelli sembrano persone di successo, dall'altro sono divorati dall'incertezza, il senso di colpa e l'incapacità comunicativa. Sia Peter che Ivan infatti non riescono ad esprimere sinceramente tutto quello che li divora da dentro: sconvolti entrambi dalla perdita del padre, cercano, invano, di costruire relazioni con le donne che incontrano, ma poi si lasciano prendere dalla rabbia, primo sintomo dell'incapacità vera di accettare la perdita. E poi forse è proprio questo il punto di ogni nodo, la percezione di non avere in mano niente di solido, e poi ritrovarsi circondati da una rete in grado di sostenerli sempre. Peter è un uomo che cerca di arrabattarsi tra la sua vita lavorativa e la sua vita sentimentale, diviso a metà tra il suo passato, mai dimenticato e il suo presente sempre più ingombrante. Le scelte, sempre sull'orlo di un precipizio emotivo che non lo liberano, sono rimandate ad altri momenti, Peter è il re dei procrastinatori. Abituato ad avere successo, ad essere sempre al centro della scena, non vuole accettare di avere bisogno di aiuto, non vuole arrendersi all'evidenza della sua incapacità di elaborare percorsi emotivi altri, che lo avvicinerebbero alla sua famiglia. Farsi vedere, significherebbe mostrare le sue vulnerabilità e accettare che non sempre si è forti e capaci di superare tutto. Ivan invece dell'emotività fa la sua bandiera, ma resta anche lui intrappolato nei pregiudizi che da sempre si porta dietro. Intrappolato nella sua interpretazione della realtà Ivan si rifugia nelle sue convinzioni, nei suoi bianchi e neri, l'accettazione del grigio è forse la cosa più difficile da fare, anche perché significa scendere a patti che tutti possono sbagliare, che nonostante l'impegno, la forza, la tenacia, perdere la rotta può accadere. Ivan e Peter sono il perfetto esempio di chi naviga la vita senza bussola e in un momento sfortunato vive e percepisce come andare avanti, sbandando forse, ma mai solo. Perché la famiglia, quella vera, ce la costruiamo ogni giorno.
Il particolare da non dimenticare? Una lettera di sfratto...
Sally Rooney mostra uno spaccato di vita, ne disegna le profondità e le lacune e lascia al lettore il compito di tracciare la sua visione del mondo. Nessuna risposta in questo quadro microscopico di una Dublino che osserva imparziale le azioni dei protagonisti.
This sentence, written in the middle voice, states that truth destroys foolishness. Is this true? When truth destroys foolishness, is truth necessarily altered by the encounter, influenced by the very thing it has destroyed? Does a fissure form in foolishness when it destroys truth? When my foolishness destroyed love, if I claim that that foolishness was equally undone in the process, would you call that sophistry? Voice. Your voice. The sound I have not forgotten in more than twenty years. If I said that I still loved that voice, would you slam your fist into my face again?
"Greek Lessons" è la versione inglese del libro 희랍어 시간 di Han Kang ed è stato tradotto in italiano come "L'ora di greco" per Adelphi. Vincitrice del premio Nobel 2024 Han Kang ha l'incredibile capacità di sfuggire a qualsiasi definizione, raccogliere nelle pagine che scrive un lirismo unico e soprattutto storie ingarbugliate, drammatiche, eccessive, che entrano nell'animo del lettore e lo rivoluzionano tutto. Questo libro pubblicato nel 2023, come "La Vegetariana" e "Atti umani", non fa eccezione e regala una storia intensa che non passa inosservata.
In una Seoul rovente e febbrile, una donna vestita di nero cerca di recuperare la parola che ha perso in seguito a una serie di traumi. Le era già successo una prima volta, da adolescente, e allora era stato l’insolito suono di una parola francese a scardinare il silenzio. Ora, di fronte al riaffiorare di quel mutismo, si aggrappa alla radicale estraneità del greco di Platone nella speranza di riappropriarsi della sua voce. Nell’aula semideserta di un’accademia privata, il suo silenzio incontra lo sguardo velato dell’insegnante di greco, che sta perdendo la vista e che, emigrato in Germania da ragazzo e tornato a Seoul da qualche anno, sembra occupare uno spazio liminale fra le due lingue. Tra di loro nasce un’intimità intessuta di penombra e di perdita, grazie alla quale la donna riuscirà forse a ritornare in contatto con il mondo. Scritto dopo «La vegetariana» e definito dalla stessa autrice «quasi un suo lieto fine», «L’ora di greco» si insinua − avvolto in un bozzolo di apparente semplicità − nella mente del lettore, come un «assurdo indimostrabile», una voce limpida e familiare che arriva da un altro pianeta.
La Kang dà sempre molta importanza alla parola, alle parole pronunciate, lette, comprese, condivise, incorporate nelle vite dei suoi protagonisti. Le lezioni di greco del titolo danno il via ad una riflessione molteplice, che si riflette come in una casa degli specchi negli occhi e nei gesti dei protagonisti. Se per la donna protagonista la parola non può più essere pronunciata, per il protagonista è l'unico modo per comunicare, per capire, per osservare il mondo e non perdersi nel buio della sua testa. La non comunicazione è un botta e risposta che esce dai confini dello spazio, per infilarsi direttamente nelle memorie di entrambi i protagonisti. Entrambi bruciano di fronte all'impossibilità di esprimersi davvero, entrambi vivono l'amaro del passato e del rimpianto, l'incapacità di tenersi stretta l'unica cosa per loro importante. Il loro dolore è un muro invalicabile, la perdita una presenza ingombrante e pericolosa. Lei cerca in una lingua che nessuno usa più, il greco antico di Platone e Socrate, per aderire ancora alle parole che non riesce a pronunciare nella sua lingua madre. Si sforza di afferrare il senso più importante delle consonanti e delle vocali messe insieme ma poi quando conta davvero, quando la sua voce farebbe la differenza il silenzio è disarmante. Le condizioni dei protagonisti ampliano le percezioni degli altri sensi ma allo stesso tempo indeboliscono i loro sforzi per ricordare, per avere una presenza incisiva. Il buio e il silenzio fanno da filtro verso un mondo che sembra scacciarli, fanno da barriera per le persone che amano. Il greco allora diventa sempre di più un ponte verso un mondo che sfuma, un antro interiore che si rimpicciolisce, ma incontrarsi potrebbe davvero fare la differenza per entrambi.
Il particolare da non dimenticare? Un paio d'occhiali...
La Kang scava, implacabile nell'animo umano e restituisce al lettore storie piene di solitudine, dolore e incertezza, in un vortice che non si esaurisce semplicemente con la disperazione, ma che racchiude una speranza velata che, in fondo, è quella che spinge l'uomo in avanti.
O vogliamo passare il resto della vita a sguazzare dentro un'enorme scatola di cemento?
La risposta, naturalmente, è sì. Perché per noi nuotare è più di un passatempo, è la nostra passione, la nostra consolazione, la nostra dipendenza preferita, il momento che aspettiamo più di qualunque altro. È l'unica cosa che mi fa davvero sentire viva. Ci mantiene concentrati ed equilibrati, rallenta l'invecchiamento, abbassa la pressione, migliora la resistenza, la memoria, la capacità polmonare, l'atteggiamento verso la vita in generale. Anzi, se non fosse per la piscina, probabilmente saremmo tutti morti.
"Nuoto Libero" di Julia Otsuka edito in Italia da Bollati Boringhieri è entrato nella mia lista delle cose da leggere per un colpo fortuito, un'offerta dell'edizione digitale che mi è caduta in braccio e che non potevo lasciarmi sfuggire. Il titolo e la trama lasciavano presagire una storia interessante, un racconto non banale di un gesto che sa di semplicità come quello del nuoto e che devo dire mi ha colpito moltissimo.
Gli amanti del nuoto libero sanno che la loro amatissima piscina sotterranea è un luogo quieto, perfetto per il relax e la concentrazione, dove ciascuno gestisce il suo corpo e il suo tempo lontano dal mondo di superficie. È il loro spazio, la loro zona di conforto, la fonte di un benessere superiore. La loro è una vita appartata e felice, vasca dopo vasca, virata dopo virata. Fino al giorno in cui la comparsa di una crepa sul fondo della piscina incrina le certezze di tutti, soprattutto di Alice. Alice, madre della narratrice, soffre anche lei, in parallelo, per le crepe insanabili che minacciano la sua memoria. Senza la piscina a strutturare il suo tempo, la sua vita intera scivola nella confusione, nello scompiglio, nell'incertezza. Sua figlia la osserva, e ricostruisce per lei un passato che la memoria non trattiene più: l'infanzia, il campo di concentramento per giapponesi, il lungo matrimonio, la morte della prima figlia neonata, l'esperienza di madre nippoamericana in California. Con una scrittura essenziale e con indicibile grazia e profonda tenerezza, Julie Otsuka osserva il declino di una madre imparando a orientarsi in un rapporto difficile e insieme ad amarla come mai prima.
Ammetto che la piscina mi ha sempre destabilizzato, è un ambiente asettico che ha bisogno di diversi riti per poter essere affrontato. Non è immediato entrare in acqua, devi avere a disposizione una serie di accessori che ti schermano: gli occhialini, la cuffietta, le infradito e una certa dose di coraggio. Tuffarsi è allo stesso tempo catartico e pericoloso, liberatorio e bloccante. Andare in piscina è la risposta per molti alla mancanza del mare, per altri è la bolla in cui ritrovare il respiro, per altri il riassunto delle proprie paure. Ma difficilmente lascia indifferenti. In mezzo all'acqua c'è solo il nuotatore, che va, lungo la sua corsia, precipita a fondo o cerca di galleggiare in mezzo ad altre persone che come lui smettono le vesti di uomini d'affari, casalinghe, donne in carriera, operai, madri, padri, figli e diventano solo nuotatori più o meno professionisti, più o meno bravi, più o meno capaci di affrontare l'acqua. Ma forse è proprio questo il punto, l'acqua, questo elemento mutaforma che non ha propria individualità, ma che si plasma sul volume che la contiene, ma allo stesso tempo è capace di sfuggirne ai confini con una forza che destabilizza. I protagonisti del libro della Otsuka devono fare i conti non solo con le proprie vite ma anche e soprattutto con la piscina che frequentano, che diventa essa stessa protagonista della storia, una figura mistica che avvolge e protegge, perché fornisce un luogo sicuro. Nei sotterranei dell'edificio che la contiene, questa piscina non è solo una vasca, è la rappresentazione fisica di un bisogno, di un desiderio, di una speranza. Forse perché il nuoto libero è una forma di espressione della propria libertà senza fine. Ma non c'è solo la piscina, perché oltre l'acqua la vita va oltre, e soprattutto si interroga sui significati più reconditi, soprattutto quando vengono meno i riferimenti e le certezze. La perdita, la malattia, la mancanza di fiducia nel futuro sono solo alcune delle sfaccettature che vive Alice, la protagonista, ma è soprattutto la gestione familiare di un amore troppo grande e che non vuole sentire ragioni. Chi rimane deve per forza fare i conti con chi se ne è andato, è sempre una questione di sopravvivenza e di necessità, come fai a sopravvivere, come fai a non cedere? Spegnere i pensieri, metterli in pausa può essere una necessità
Il particolare da non dimenticare? Una crepa...
Il nuoto diventa protagonista insieme ai personaggi principali, in una storia senza tempo, in cui gli atti d'amore superano quelli egoisti e in cui il giudizio si sospende di fronte alla libertà incondizionata di una piscina, di un gruppo di nuotatori, di persone che soffrono e amano e non si fermano mai.