I miracoli calcistici non esistono
Ci fermammo in un Autogrill vicino a Bologna, l'Opel Corsa grigia dei miei nonni era pulitissima, appena uscita dall'autolavaggio. Profumava, mio nonno l'aveva addobbata apposta per il lungo viaggio verso la Riviera. L'aveva tirata a lucido come una macchina da corsa. Ci mancava veramente poco per arrivare al mare, stavano per iniziare le due settimane di vacanza appena finita la scuola. Rispose dopo tantissimi squilli, tutti promossi. Gli chiesi quando sarebbe partito per le vacanze, mi rispose in agosto. Mi sentii in colpa: io d'estate facevo sì e no una settimana a casa, poi partivo con i miei nonni o con i miei genitori. I miei ce lo dicevano sempre, sia a me che a mia sorella, che noi eravamo fortunati e che dovevamo comportarci bene, in quei mesi, perché loro facevano tanti sacrifici per poterci mandare in vacanza per così tanto tempo. Anche quando tutti gli altri rimanevano a casa, a svegliarsi alla mattina con i rumori insistenti dei Ciao che zigzagano per i corsi, attraverso i viali e le vie in penombra.
Da Imola in poi iniziavano le indicazioni per il mare vero. I nomi sui cartelli verdi delle località che sentivo nominare in televisione. Non eravamo in alta stagione, eravamo nel classico periodo delle famiglie, o delle vacanze coi nonni. Da pensioni o da piccoli appartamenti in luoghi non da ricchi, da persone normali, da persone che lavoravano e che, come prima cosa, quando c'erano gli Europei, controllavano se nell'appartamento di cui stavano per impossessarsi per due settimane, la televisione funzionasse bene. Anche se l'Italia non vi partecipava. Sì, andava. Non c'era nemmeno bisogno di aggiustare o risintonizzare l'antenna. Era già pomeriggio, io volevo andare al mare ma il lettino e l'ombrellone erano prenotati dal giorno seguente. Dovevamo fare la spesa, e dato che la televisione funzionava bene, dovevamo guardare la prima partita dell'Europeo svedese, Svezia - Francia. Capii subito che sarebbe stato un Europeo noiosissimo, senza squadre da tifare. L'unica novità era la nazionale delle CSI, nata cinque mesi prima. Una maglietta paradossale che partecipò a quell'Europeo come unica competizione internazionale della sua esistenza. Decisi di simpatizzare per loro, anche perché ci giocava Kolyvanov. Le altre squadre del torneo erano praticamente tutte nordiche e insopportabili, vi giocavano persone sconosciute e poi erano poche, otto squarre, al cospetto di chi, come me, arrivava da un “Italia '90″ infinito e con un Diego Maradona a due passi da casa. Non c'era nessuna squadra neolatina o totalmente mediterranea al di fuori della Francia, una Francia molto fuori forma, per usare un eufemismo. Una Francia antipatica.
Quello del 1992 fu l'ultimo Campionato Europeo disputato con una fase finale a otto squadre. E fu vinto dalla nazione di Kierkegaard, il cui pensiero pare studiato apposta per descrivere questo avvenimento, che agli occhi dei tanti sembrò una vera e propria sorpresa calcistica, ma che in realtà non fu nient'altro che il frutto di una scelta. La disperazione nasce proprio dal dover essere sottoposti ad una scelta, nasce dal dubbio. La libertà umana non potrà mai essere sinonimo di liberazione e autocoscienza, sino a che l'essere umano stesso sarà sottoposto, perennemente, al dover attuare delle scelte.
Come spesso capita nelle competizioni internazionali, le semifinali sono sempre più avvincenti, rispetto alle finali. Contro i vicini di mare olandesi, le reti del pisano Larsen vengono quasi subito rimontate, e si è costretti ad andare ai rigori. Mi ricordo di aver visto la partita alla televisione, la televisione che funzionava benissimo, durante la preparazione di una cena con cotolette e pomodori. Il mare, oltre al vialone che iniziava a rinascere per lo struscio serale, iniziava a scomparire dietro la calata del sole. Ripensavo ai miei compagni di classe che erano ancora in città, e che magari andavano a giocare a calcio nei parchetti o in piscina. Sbaglia Marco Van Basten perché Schmeichel capì che fosse giunto il momento di diventare Schmeichel. Il suo omologo orange, Van Breukelen, invece, si impegna più a cercare di irritare i tiratori avversari che a parare. Mi ricordo che la trovai una cosa grottesca e inutile. Alle volte il grottesco può essere rivelatore e consigliere, ma non in quel caso. Una semifinale appena dopo i gironi eliminatori e il portiere si permette di comportarsi così. Witschge e Christofte sono gli ultimi due rigoristi, entrambi mancini.Segnano entrambi, il danese e l'olandese. Anzi prima calcia l'olandese. Il terzino sinistro danese non prende nemmeno la rincorsa e calcia semicentrale. La Danimarca vinse quell'Europeo nordico e a senso unico, ma non credo fu un avventimento così rimarcabilmente straordinario. Scelse di provarci, invece che rimanere nel dubbio se provarci o meno. Per quindici giorni ( anzi dodici, dato che le prime due partite che disputò finirono male o quasi male ) decise di non rimanere più tra gli esseri umani, disputando partite di calcio. Decise di far brillare la propria stella in quel caldo inizio estate, cessando di essere rigorosamente una squadra di giocatori di calcio, che giocavano a pallone.
Un televisore mai provato può funzionare e può non funzionare. Un bicchiere lasciato per poco nella lavastoviglie può essere riempito ancora. I sensi di colpa possono essere dissipati grazie alle ferite. Christofte provò a giocare nel Mediterraneo, in Spagna, per poco tempo. Non ebbe la capacità di resistere piùdi un anno e mezzo e poi tornò nella terra delle dieresi. Ma i miracoli calcistici non esistono.










