I cristiani non si distinguono dagli altri uomini né per territorio, né per lingua, né per modo di vestire. Non abitano mai città loro proprie, non si servono di un gergo particolare, né conducono uno speciale genere di vita. La loro dottrina non è dovuta ad un'intuizione geniale o alle elucubrazioni di spiriti perdono dietro a vane questioni. Essi non professano, come tanti altri, dottrine umane insegnate insegnate dall'uno o dall'altro caposcuola. Sono sparpagliati nelle città greche o barbare secondo che a ciascuno è toccato in sorte. Si conformano alle usanze sociali nel vestire, nel cibo, nel modo di comportarsi; e tuttavia nella loro maniera di vivere manifestano il meraviglioso paradosso, riconosciuto da tutti, della loro società spirituale. Abitano ciascuno nella propria patria, ma come immigrati che hanno il permesso di soggiorno. Adempiono tutti i loro doveri di cittadini eppure portano il peso della vita sociale con interiore distacco. Ogni terra straniera per loro è patria ed ogni patria terra straniera.
Tratto da: Lettera a Diogneto (testo di ignoto risalente probabilmente alla seconda metà del II secolo), a cura di M. Perrini, Brescia, La Scuola ed., 1984; p.49.













