PRIGIONIERI DI CIÒ CHE NON CONOSCIAMO
La funzione fisiologica della paura è quella di garantire la nostra sopravvivenza: ci mette in allerta contro eventuali minacce al nostro sistema fisico e psichico, sia che si tratti di una catastrofe naturale imminente, sia che riguardi la perdita di una persona cara.
Talvolta, però, l’istinto di sopravvivenza prende il sopravvento sulla vita ed è così che la paura congela, serra e plagia la coscienza umana. Non è più un campanello d’allarme, ma una gabbia, che chiude l’uomo nelle sue insicurezze e nel timore di esporsi, di essere giudicato, di cambiare.
La parola “paura” evoca senza dubbio il timore della sofferenza. Nei suoi vari gradi, infatti, essa ferisce, deprime e talvolta isola. La sofferenza, nonostante ciò, è un passaggio necessario dell’esistenza umana poiché fortifica rendendo capaci di attraversare altre situazioni analoghe più facilmente. Ad indebolirci, invece, è l’ignoranza.
Ecco cosa occorre temere.
La psiche umana è fragile e facilmente manipolabile, e solo se viene armata di cultura e consapevolezza, potrà difendere l’uomo da soprusi esterni, nonché da sue decisioni sbagliate.
Per conoscere occorre, però, confrontarsi con idee anche molto differenti dalle proprie ed essere disposti a cambiare opinione. Istruirsi e formarsi non è un processo semplice e immediato ma richiede che si accantoni un po’ di orgoglio per aprire la propria mente a ciò che in apparenza può non piacere, ma che si rivelerà utile per imparare a discernere il bene dal male e a forgiare un proprio punto di vista.
Non solo l’ignoranza è ciò che dobbiamo temere, ma talvolta è la fonte stessa della paura.
Spesso l’uomo rifiuta di schiudersi a nuove culture e scade nella xenofobia, quando si tratta di accogliere popoli di altre nazioni nella propria patria. Il diverso fa paura, perché è ignoto e quindi potrebbe mettere in discussione la nostra sicurezza: per poterlo accettare è implicito un cambiamento di mentalità spesso ancora tanto faticoso da raggiungere. A causa della paura l’uomo preclude a se stesso la possibilità di un costruttivo e pacifico confronto di idee e dà origine a conflitti sanguinosi e ostilità durature.
Talvolta l’ignoranza non è una scelta, ma viene imposta come strumento di potere da regimi totalitari che tramite un’istruzione corrotta plagiano le coscienze e conservano il proprio governo. “L’ignoranza è forza” ¹ per il Partito che costringe il popolo a “ingoiare tutto, senza battere ciglio” ¹.
In questo caso più che mai, occorre combattere questa sottomissione che denigra la condizione umana e rappresenta uno dei maggiori soprusi all’essere umano di ieri e di oggi.
Secondo questa politica, il dittatore della Corea del Nord si assicura il consenso totale tramite una propaganda onnipresente ed un vero e proprio lavaggio del cervello che inculca nella mente del suo popolo l’immagine di se stesso come un’effettiva divinità. Le coscienze della popolazione nordcoreana vengono assopite nell’ignoranza più assoluta circa il mondo aldilà del confine, che viene descritto come luogo terribile, in confronto alla patria. Paradossalmente i cittadini vivono felici sotto la pressante dittatura, perché essi non conoscono altri stili di vita, ignorano ogni forma di democrazia e libertà, avendo sempre vissuto in un unico Paese, e senza aver mai potuto fare un confronto con altre nazioni, dato che l’espatrio, o qualsiasi comunicazione con l’estero, sono puniti con la pena capitale. L’educazione scolastica è uno dei mezzi più potenti per la creazione del consenso e indottrina fino dalla scuola materna i bambini circa la grandezza dello Stato nordcoreano e del suo esercito, ma è ben lontana dal voler coltivare le menti degli allievi e sviluppare il loro pensiero individuale.
Un popolo ignorante è un popolo facile da governare: i cittadini nordcoreani non conoscono nulla che non sia stato riferito loro dal regime e non possono, così, comprendere le condizioni disumane in cui vivono.
Cosa può rendere più inquieti dell’ipotesi che ciò in cui crediamo sia un’illusione pianificata apposta per controllare le nostre decisioni e assopire la nostra coscienza? Cosa può spaventarci più dello scoprire che il nostro pensiero che crediamo libero è in realtà frutto della manipolazione di qualche autorità superiore?
Allora impariamo a pensare, a porci domande e a mettere in discussione ciò che diamo per certo perché “nessuno che impari a pensare può tornare a obbedire come faceva prima, non per spirito ribelle, ma per l’abitudine ormai acquisita di mettere in dubbio ed esaminare ogni cosa.” ²
La conoscenza, la cultura e l’istruzione possono salvare uomini piegati da autorità demagogiche. Solo “col resistere alla stupidità si può portare innanzi la propria eredità d’uomo” ¹.
È, altresì, vero che una possibile presunzione dell’uomo di riuscire a comprendere l’intero universo si rivelerebbe essere un puro delirio di onniscienza: l’intelligenza umana è limitata, e dove si trovi il suo confine è anche ciò un mistero. Per questo motivo l’indagine scientifica evolve sempre di più, al fine di svelare ciò che ancora è oscuro.
La ricerca non è conclusa e perciò la paura dell’ignoto permane, così come quella del futuro. Si vive, infatti, nella completa inconsapevolezza di cosa possa accadere domani; come recitava Lorenzo il Magnifico, “del doman non v’è certezza”.
La stessa paura più naturale e fisiologica, quella della morte, scaturisce anch’essa dal non sapere cosa accade nel passaggio all’aldilà e nell’ipotetico regno ultraterreno. Se infatti molte religioni e credi hanno cercato e dato risposte in merito alla vita ultraterrena, quando si è vicini alla fine della vita è facile provare timore perché tutto ciò rimarrà per sempre avvolto nel mistero.
Non è, dunque, possibile pretendere di trovare risposte a tutti i nostri quesiti, ma occorre tuttavia impiegare tutte le proprie forze nell’informarsi, scoprire, indagare al fine di svelare quanto più è in potere dell’uomo conoscere, al fine di liberarsi dai falsi preconcetti che imprigionano la nostra coscienza e ostacolano il nostro pensiero.
È necessario combattere l’ignoto, al punto di temere l’ignoranza.
² Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale (2003)