Im Moment höre ich dem Arcangelo Corelli zu. Was für schöne Musik! Wenn man so sagen darf, Herr Corelli ist "the good shit."
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Im Moment höre ich dem Arcangelo Corelli zu. Was für schöne Musik! Wenn man so sagen darf, Herr Corelli ist "the good shit."
Corelli :concerti grossi, on rotation this morning
Il bowling di San Sequoia si accendeva lentamente, come un animale notturno che prende confidenza con il buio. Le piste brillavano di luci al neon, le palle colorate scorrevano nei loro alloggiamenti con un rumore sordo e familiare, e l’aria era un miscuglio di zucchero, detergente e musica troppo allegra per essere innocente.
Mina era seduta davanti al bancone, lo sguardo fisso sulle mani di Arcelia, la collega incaricata di prendersi cura della "novellina", mentre si muovevano con un’abilità disinvolta, naturale. Ogni gesto sembrava trovare il proprio posto senza esitazione: lo shaker sollevato al momento giusto, il ghiaccio dosato senza guardare, il liquido che scivolava nel bicchiere come se sapesse già dove andare. Mina seguiva tutto con attenzione, cercando di imprimersi quella sicurezza addosso.
Aveva la schiena dritta, forse troppo, e le mani che non riuscivano a stare ferme. La camicia scura le aderiva come una divisa provvisoria, qualcosa che ancora non sentiva davvero sua. Era la sua prima serata di prova. Doveva essere felice. Era felice — almeno in teoria. Nella pratica, l’entusiasmo si mescolava a una tensione sottile, come se bastasse poco per farla scivolare.
Arcelia si accorse del suo silenzio concentrato e le rivolse un sorriso di sbieco. «Hai visto?» disse, appoggiando lo shaker sul bancone. «Niente di complicato. È più ritmo che forza.»
Mina annuì. «Sembra facile quando lo fai tu.»
«Perché lo diventa, a un certo punto.» Arcelia le fece cenno di avvicinarsi. «Dai, prova tu. Rifai esattamente quello che ti ho appena mostrato. Se sbagli, non succede niente.»
Mina deglutì, poi allungò le mani verso gli strumenti. Il metallo era freddo sotto le dita. Inspirò profondamente, cercando di ricordare ogni passaggio. «Va bene» disse piano, più per convincere sé stessa che l’altra.
Arcelia restò accanto a lei, senza intervenire, pronta a osservare. «Tranquilla» aggiunse. Aveva una voce morbida e sicura, il tipo di voce che fa sembrare tutto più semplice «Il bancone regge anche le prime esitazioni. All'inizio sbagliano tutti»
Mina annuì, ma le dita le scivolarono sullo shaker appena lo sollevò. Il metallo urtò il bordo del bancone con un tintinnio troppo forte. Alcuni clienti si voltarono. Lei arrossì.
«Scusa» mormorò, più a sé stessa che ad Arcelia.
Seguì le istruzioni alla lettera: ghiaccio, succo, sciroppo. Eppure qualcosa non tornava. Versò troppo, poi troppo poco. Arcelia interveniva con discrezione, correggendo senza rimproverare, ma Mina sentiva ogni errore infierire dentro di sé.
Non era solo la tensione del lavoro. Era Alessandro.
Tra un ordine e l’altro, la sua mente tornava ostinatamente a quella colazione, a quel “non adesso” detto senza guardarla. A come era uscito di casa senza aggiungere altro. Mina sbagliò a impugnare il muddler, poi dimenticò un ingrediente. Quando infilò una bottiglia nel bicchiere sbagliato, si sentì sprofondare.
«Ehi» fece Arcelia, gentile ma ferma. «Respira. Guardami.»
Mina alzò lo sguardo. Per un attimo, le luci del bowling si sfocarono. Inspirò profondamente, cercando di rimettere insieme qualcosa che non poteva condividere con la collega .
«Scusami» disse. «Ho… la testa altrove.»
Arcelia le sorrise appena. «Capita più spesso di quanto credi.»
Ripresero. Un cocktail riuscì bene. Poi un altro. Mina sentì una piccola fitta di orgoglio, subito smorzata da un pensiero improvviso: Perché Alessandro non mi ha scritto? Guardò il telefono appoggiato sotto il bancone. Nessuna notifica.
La serata passò così, a scatti. Momenti di concentrazione seguiti da brevi assenze, come se Mina non fosse mai del tutto lì. Verso la fine del turno, Arcelia le posò una mano sul braccio.
«Per essere la prima sera» disse «non sta andando male. Davvero.»
Mina annuì. «Grazie. Io… spero di imparare in fretta.»
«Lo farai» rispose Arcelia. «Ma ricordati una cosa: se porti qui dentro quello che ti pesa fuori, prima o poi cade. Come una bottiglia messa male.»
Mina sorrise, facendo ricorso a ogni piccola goccia di autocontrollo nel renderlo autentico. Guardò il bancone: le bottiglie allineate con una precisione che lei non sentiva dentro, i bicchieri ancora umidi, le luci che si riflettevano sul metallo come piccole verità distorte. Pensò ad Alessandro, a quella distanza che non faceva rumore ma occupava spazio, come l’aria prima di una caduta.
Si rimise dritta, afferrò lo shaker. Il lavoro continuava, le piste chiamavano altri drink, altre mani, altri sorrisi. Mina tornò a muoversi, a dosare, a servire — presente quanto bastava.
E mentre imparava a misurare zucchero e alcol con crescente precisione, capì che c’era qualcosa che nessuna ricetta le stava insegnando: come reggere il peso di un silenzio che, anche lì in mezzo al rumore, non smetteva di seguirla.
Arcangelo Corelli (1653-1713) - Sonata "La Folia" for Viola and Basso continuo, after Op. 5 No. 12. Performed by Richard Yongjae O'Neill, viola, and Alte Musik Köln on period instruments.
Taylor Stanley in Balanchine's Square Dance.
Photo: Paul Kolnik
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