L’ammiraglio dei pirati
Forse avrete letto su qualche trafiletto di giornale la notizia della morte di Emanuele Severino. Ma la notizia è stata data in modo incompleto. Nell’annunciare la sua presunta morte, i giornalisti avrebbero dovuto anche spiegare che Emanuele Severino è colui che ci ha insegnato che la morte è un assurdo logico. In che senso? Posto che l’essere sia e il non-essere non sia, l’uno non può in alcun modo diventare l’altro. Dunque i cambiamenti non riguardano mai l’esistenza reale, ma soltanto la percezione che ne abbiamo. Ogni cosa che esista è per definizione eterna. Di questa tesi un po’ controintuitiva sentii parlare per la prima volta a un’età forse troppo precoce, sedici anni. Durante il primo anno di filosofia, conclusa la trattazione di Parmenide, il professore aveva aggiunto: “C’è anche chi pensa che con Parmenide la filosofia sia finita, e che ogni teoria formulata dopo di lui non abbia fondamento. È la tesi di Emanuele Severino nell’Essenza del Nichilismo”. Quelle parole mi folgorarono. Sapete come sono i maschi a sedici anni, un miscuglio di pigrizia e impulsività. Pigro e impulsivo com’ero, rimasi deliziato dall’idea che quel grande inizio della metafisica, con Parmenide che ne enunciava il principio fondante (l’essere non può non essere), fosse anche il suo gran finale. Il fatto che tutte le filosofie successive fossero solo una pantomima, divertente ma sconnessa dalla realtà delle cose come stavano, mi dava un’arma segreta per liquidare in fretta e furia ogni ulteriore seccatura e per risparmiarmi un sacco di fatiche.
In realtà, com’è noto, Severino non era rimasto a Parmenide, ma ci era ritornato. (Ritornare a Parmenide si chiamava il saggio del ‘64 per cui sarebbe stato cacciato dall’Università Cattolica). E ci era ritornato coi mezzi di trasporto pubblico del pensiero moderno. I suoi studi giovanili e la sua tesi erano stati incentrati sulla fenomenologia, in particolare su Heidegger che ne era stato il massimo campione. "Fenomenologia”, ovvero? Nella prima metà del ‘900, di fronte all’avanzata tumultuosa delle scienze matematiche, la filosofia aveva tentato di darsi nuove basi oggettive e di arrivare a nuove conclusioni certe esaminando le cose non come fatti esterni alla mente (sport in cui le scienze matematiche erano insuperabili) ma come processi interni alla mente stessa, tra i quali la stessa conoscenza scientifica veniva annoverata. Per dirla con Schopenhauer, “Non conosco il sole e la terra, ma un occhio che vede il sole e una mano che tocca la terra”. Ma è proprio su basi fenomenologiche, è proprio analizzando le cose come processi della mente soggettiva, che Severino ha potuto riaprire l’antica ferita di Parmenide. “Divenire” infatti è una categoria che non rispecchia fedelmente il susseguirsi in sequenza delle nostre immagini mentali. Quando ci sembra che “il legno diventi la cenere”, quello che la nostra mente ha concepito di fatto è un legno che smette di esistere e una cenere che esce dal nulla. Il che, nella realtà, è impossibile. Quella fuga e quella chiusura gelosa nella mente individuale, tipiche della filosofia moderna (e potrei dire borghese), con Severino hanno partorito daccapo il più potente, arcaico (e forse aristocratico) dei princìpi assoluti: l’Essere che non può non essere.
Ma mi illudevo, da adolescente, credendo che quel principio sarebbe stato un’arma difensiva. Certo, lì per lì funzionava molto bene. Il nichilismo tra i miei coetanei andava di moda più delle All Star, e l’Essenza del Nichilismo mi aiutava a non cascarci. Ogni volta che durante una serata quelli partivano con “tutto è relativo”, “siamo solo corpi meccanici”, “viviamo solo per il sesso”, “non vedo l’ora di morire”, voilà che Severino e l’illusorietà del divenire mi facevano da antidoto. In questo, senza saperlo, scimmiottavo il Severino maturo, che compiendo il passo successivo si era chiesto: “Perché allora le cose ci appaiono transitorie e non eterne?” E il motivo, per lui, era che nell’uomo è innata una volontà di dominio sulle cose, che quindi egli si raffigura come corpi circoscritti, descrivibili, misurabili, e a quel punto dominabili. “Corpi meccanici”, “viviamo per il sesso” e tutto il repertorio dell’adolescente depresso non erano altro che il menù baby del riduzionismo finalizzato al dominio.
Ma torniamo a noi: ogni cosa rassicurante, prima o poi, diventa opprimente. Con Severino ciò avvenne negli anni dell’università. Era diventato un’ossessione, un ostacolo che dovevo superare se volevo fregiarmi di esprimere un pensiero indipendente.
Era stato Kant a paragonare la filosofia alla navigazione in un mare nebbioso. Bene, Severino era il capo dei pirati. Il suo vessillo nero spuntava minaccioso dalla nebbia, e con poche cannonate lui ti colava a picco. Di fronte a quel micidiale bandito avevi due possibilità: scappare in lacrime e non attraversare quel mare, oppure provare a sloggiarlo.
La scelta più comune è sempre stata la prima. “Non è vero che il divenire è solo illusione non ci vedo non ci sento blablablablabla continuo a fare finta di niente” è stata la reazione standard. Utile per omologarsi al pensiero dominante, ottima per riscuotere successo in una società di passerine arrossate, eccellente per lucrare finanziamenti accademici. Ma fatale per qualunque seria ricerca filosofica. No, Severino andava affrontato e smentito, o come minimo integrato. Ancora oggi, quando concludo il corso di filosofia del 5° anno di liceo, riservo le ultime due lezioni a Severino e a Lévinas, l’altro corsaro suo rivale. Gli studenti devono sapere che, se vogliono fregiarsi di avere un pensiero indipendente e fondato, devono prima essersi confrontati con entrambi.
In più occasioni mi sono messo in testa di contattare il Pirata in persona. Buttavo giù piccoli scritti di metafisica immaginando lui come destinatario, almanaccavo corposi trattati dedicati a lui di cui poi non scrivevo neanche il sommario, sognavo di sottoporgli dal vivo anche solo un bigliettino con un elenco di brevi proposizioni. Ma erano, appunto, solo sogni. Nel 2015 mi è capitato persino di trascinare alcuni studenti ad un convegno alla Lateranense, dove Severino era l’ospite d’onore. Solo per scoprire, delusi, che si era sentito male e non si era mosso da Brescia.
L’incontro faccia a faccia, insomma, non c’è mai stato. Ma la sua presenza l’ho comunque sentita. E scommetto che questa sensazione non si interromperà con la morte. Da vero ammiraglio dei pirati, Severino avrà seconde e terze vite al timone della sua nave fantasma, sarà zombi o mostro marino a seconda delle fasi lunari. Continuerà a infestare le acque del pensiero occidentale, scoraggiando i marinai. Alcuni cambieranno rotta, cercandosi porti più piccoli e sicuri. Altri naufragheranno. Altri ancora passeranno indenni. Ma nessuno potrà fare a meno di raccontare la sua leggenda.













