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non ce la faccio
Inattuale (sono un’)
Quando ieri sera t'ho visto per la prima volta dopo tanto tempo e ho finanche scambiato con te parole per un totale di venti, ho finito per sentirmi male. Più che (oltre che) d'un male psicologico, si è trattato di male fisico: ho trascorso tutto il tempo restante con una fastidiosa sensazione di nodo alla bocca dello stomaco, di brividi da febbre tra braccia e spalle, di balbuzie e rossori improvvisi. Quando sono tornata a casa, ore dopo, ho sentito la necessità di andare a sfilare dalla libreria la Vita nova di Dante e di portarmela a letto per leggerla e piangerci su fino ad addormentarmi col pensiero consolatorio che non è una cosa così fuori dal comune l’aver amato o l’amare così divinamente, assolutamente, tragicamente. La tragedia non è solo quest’amore non ricambiato, quest’amore che rimane vivo nonostante gli anni innumerevoli, quest’amore anche un po’ sminuito e ridicolizzato, quest’amore infine mai concretizzato che, come quello tra Dante e Beatrice, permane come pretesto poetico: la tragedia è anche il sentire tutto ciò come tremendamente antiquato. Fossimo nel ‘200, ad esempio, senz’altro ti scriverei sonetti e ogni domenica a messa cercherei d’incrociare i tuoi occhi - ma oggi, che posso fare io che come filosofia di vita neppure ti seguo su Instagram? E quindi quando ieri dalla tua auto ti sei sporto per salutarmi, invece di dirti qualcosa del tipo “Lo vostro bel saluto e ‘l gentil sguardo/che fate quando v’encontro, m’ancide” (una descrizione estremamente precisa di quanto provavo in quel momento), mi son limitata a due paroline di cortesia che comprendevano inoltre la non necessità di spostare l’auto perché sì, ci passo, anche se hai parcheggiato di merda.
Scusa, sei di susa?
Old polaroid 😍📷
//robe vecchie dove c'è una mini Ancona con Magna Grecia :o