Una vita difficile (Dino Risi, 1961)

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Una vita difficile (Dino Risi, 1961)
Quando Zavattini definisce il neorealismo come un’arte dell’incontro, incontri frammentari, effimeri, spezzati, mancati, cosa intende? Questo è vero per gli incontri di Paisà di Rossellini, o di Ladri di biciclette di De Sica. E in Umberto D. De Sica costruisce la celebre sequenza che Bazin citava come esempio, la giovane servetta che al mattino entra in cucina, compie una serie di gesti meccanici e stanchi, pulisce un po’, caccia le formiche con un getto d’acqua, prende il macinino da caffè, chiude la porta allungando la punta del piede. E i suoi occhi incrociano il proprio ventre di donna incinta: è come se nascesse tutta la miseria del mondo. Ed ecco che in una situazione comune o quotidiana, durante una serie di gesti insignificanti ma tanto piú obbedienti a schemi senso-motori semplici, ciò che di colpo sorge è una situazione ottica pura, per la quale la servetta non ha né risposta né reazione. Gli occhi, il ventre, ecco un incontro…
Gilles Deleuze
HELMUT BERGER in The Garden of Finzi-Contini (1970)
🕯️First Death Anniversary of HB🕯️
Tre squilli di un telefono.
Poco più in là, un profilo in penombra, scorge il filo di un telefono, legato a lui un cuore sospeso, appeso ad fiume di parole, di intenzioni, malinconie e qualche semplice ironia. Dall'altra parte un orecchio atteso all' ascolto, cercato pensato, voluto pronto per l'urgenza di un saluto, di un pensiero acceso come un epifania, che sconvolge il momento apatico di un proposito. E allora, compongo il numero, e aspetto, si perché nell'attesa c'è quell' allenamento alla pazienza a cui tanto aspiro.
"il mio mestiere è fatto di attese si aspetta sempre. Tutto il resto non è difficile"
e allora mi alleno, ripongo in una monetina e nella pazienza pochi secondi e ascolto tre squilli, ma chi lo ha detto che tre poi, è il numero perfetto?! Aspetto che tu abbia la mia stessa urgenza, orecchio attento, cuore sospeso, e volenterosa accoglienza, perché chiamo te per dare un po' di vento alla tua giornata, per scuotere la noia, per farti sapere che devi sapere. Per raccontarti il mio stupore bambino, il mio realismo cinico, la mia felicemente inquieta malinconia. Tre squilli ancora, e poi riattacco, magari riproverò più tardi. Ed eccolo qui, in una monetina, il mio cuore appeso, il mio pensiero sospeso, te lo racconterò appena mi risponderai.
Ladri di biciclette = Bicycle Thieves Movie poster by Ercole Brini (Italian; 1907–1989) for the 1948 film by Vittorio de Sica
Quando a Londra rubarono tutti i suoi gioielli, Sophia Loren, affranta e disperata, si sedette sul suo letto guardando il comò.
Vittorio De Sica, che le era seduto accanto, le disse:
«Donna Sofi’, non sprecare le tue lacrime. Siamo due napoletani nati nella povertà. I soldi vanno e vengono. Pensa quanti ne perdo io al casinò…».
Lei gli rispose: «che dici, Vitto’, nun aje capito. Quei gioielli erano parte di me…».
«Sofi’, stamm a sentì» le disse, «non piangere mai per qualcosa che non possa piangere per te»
L'ORO DI NAPOLI (1954) dir. Vittorio de Sica