Seneca ha scritto che l'anima è appoggiata su un piano inclinato: morire è più facile che nascere, diceva, ed è doveroso approfittarne, quando è il caso. Oggi verrebbe da meravigliarsi che qualcuno abbia ancora voglia di rimanere vivo; eppure con tutte le ansie sulla sicurezza e la fissazione un po' ingenua che la vita è sacra (e non è neppure nostra), morire per un occidentale è diventato molto faticoso, e viene un po' di invidia per i cittadini di Marsiglia, colonia greca, dove chi voleva concludere la vita si presentava davanti al senato, e se le ragioni erano buone poteva accingere alla riserva di veleno statale: le buone ragioni erano la fortuna avversa, ma anche la troppa fortuna, perché anche questa faceva paura, forse anche più della cattiva. L'uomo moderno invece non ha con la morte alcun rapporto costruttivo, la trascura, ne ha soggezione; sa solo subirla e preferisce, quando viene il momento, lasciarla in mano ai professionisti. Come se la morte fosse qualcosa che viene dall'esterno, che non ci appartiene; come se la morte non fosse invece quel seme piantato fin dalla nascita nella piega più profonda dell'anima, che aspetta solo l'occasione giusta per nascere; e quando capita questa occasione (e prima o poi capita a tutti) lo si avverte chiaramente, che il germoglio è spuntato, e lo si sente crescere dentro, lentamente, giorno dopo giorno, fino a che non esce fuori e possiamo finalmente dormire la nostra prima notte di quiete. Ma si muore male, e spesso si muore due volte: la prima volta quando si varca la soglia di un ospedale o di un qualunque ricovero, e una seconda volta quando si muore fisicamente. Quella che conta però è la prima; si toglie a un uomo ogni carattere di uomo, e poi si prende questa persona ridotta a carne e le si toglie il respiro. Chi entra in ospedale viene sottratto a se stesso: può essere una situazione transitoria o definitiva, ma anche se ne esce è passato all'inferno tanto quanto Enea o Dante. Quando muore, la morte lo coglie con tutte le cerimonie esterne ben predisposte, ma senza nessuna preparazione interiore, senza nessuna voglia di morire, se non per liberarsi della vita, per stanchezza, per dolore, per ignoranza, che è la morte peggiore.
Dino Baldi - Morti favolose degli antichi, Quodlibet (2010)










