" Era ossessionato dalla storia politica del mondo arabo, in particolare dalla nascita del nazionalismo, che amava definire «il regalo d’addio dei colonizzatori». Svolgeva le sue ricerche di notte, nei ritagli di tempo, senza mai pubblicare una parola. Una scelta che fece della sua vocazione un hobby e un rifugio. Le pareti del suo studio a casa erano tappezzate da terra al soffitto di libri sull’Impero ottomano, sull’invasione italiana della Libia, sul mandato britannico in Palestina. Pile di volumi si ergevano sul pavimento in precarie colonne, facendo pensare alle antiche città turrite dello Yemen. Allora vedevo mio padre come un uomo convinto che il mondo non abbia bisogno di lui. Talora lo accusavo, non tanto di mancanza di coraggio ma peggio, di mancanza di fiducia.
Piú di tre anni dopo che ascoltammo insieme il racconto di Hosam Zowa, andai a studiare in Inghilterra portando con me quell’immagine ingiusta, come lo sono tutte le false impressioni, che mi ero fatto di lui. La portavo con me anche quando arrivai davanti all’ambasciata libica in St James’s Square, nel cuore di Londra, dove per la prima volta partecipai a una manifestazione politica. Ecco, mi dicevo, ora sai di non essere come lui. E qualche minuto dopo, quando cominciarono a fischiare i proiettili e si scatenò il pandemonio, pensai a mio padre, l’uomo convinto che «è quasi sempre meglio lasciare le cose come stanno», come allo sfondo placido, silenzioso e incolore dal quale la mia vita doveva distaccarsi. "
Hisham Matar, Amici di una vita, traduzione di Anna Nadotti, Torino, Einaudi, 2024, p. 24.
[Edizione originale: My Friends, Penguin Random House, 2024]













