Il seminario rabbinico è straordinario: rimane impresso per tutta la vita. Si rimane interdetti, silenziosi, come annichiliti da qualcosa che va al di là dell'immaginazione. Dentro c'erano cinquecentottantasette esaltati, pigiati in cinque piccole aule, tutti ebbri, completamente ebbri. Da sette ore continuavano a bere, a bere scienza, conoscenza, sapere, rivelazioni. La fronte tra le mani, premendo il naso sul Talmud, alzando ogni tanto occhi abitati da una visione, il berretto rotondo di traverso, i cernecchi arruffati, dondolandosi freneticamente avanti e indietro, da destra a sinistra, perché lo studio li infiamma a tal punto da non riuscire a rimanere immobili, mentre il loro tono di voce si fa sempre più alto, diventavano paonazzi come indovini sordi, indifferenti ai loro vicini. La si sarebbe detta un'assemblea di profeti in erba appollaiati sugli scranni dell'ispirazione!
Studiano così per sedici o diciassette ore al giorno. Che cosa imparano? Prima di tutto il Talmud a memoria, o meglio, i due Talmud, quello di Gerusalemme e quello di Babilonia. Si rimpinzano letteralmente di tutte le vecchie tradizioni rabbiniche. Ma che cos'è il Talmud? È la raccolta delle varie interpretazioni che migliaia di rabbini, da millenni, hanno fornito della legge di Mosè. È l'amore della discussione spinto alla follia. Il significato giusto o quello errato di una parola sono oggetto di controversie infinite.
Albert Londres, L’ebreo errante è arrivato, (traduzione di Pierfranco Minsenti), Bollati Boringhieri, 2000 ¹; pp. 124-25.
[Edizione originaria: Le Juif errant est arrivé, Albin Michel, Paris, 1930]