Mi sono innamorato, non della prima, dell’isola, ma della sorella, spaventosa di volontà e bellezza. Aveva mani spellate da un malanno, il solo che ho amato. Veneravo quelle dita screpolate, rosse, indolenzite, non l’ha creduto mai. Fosse stata lebbra gliel’avrei leccata per appiccicarmela alla lingua, fosse stata morte l’avrei voluta io.
Succedeva l’anno mille e novecentosessantanove, più duro e lungo dell’annata di assaggio sessantotto.
Dei giovani cominciavano a pensare a se stessi secondo biografie di rivoluzionari del primo Novecento. In molti imparavamo il pianto artificiale dei lacrimogeni, le zuffe delle cariche, i colpi e il buffo trasporto in gabbie da polli, i cellulari. Chi ero, cosa potevo dire di me: niente. Non ero di niente e di nessun luogo. Ero uno dei molti, che a volte erano pochi a contarli in un cortile di questura, in mezzo a un’indurita rappresaglia di uomini in divisa.
Ero uno, anche meno di uno.
Però amavo. Amavo la ragazza dai capelli lisci, messa di profilo in una fotografia di primavera ai fori romani, una nostra passeggiata.
Amavo la ragazza che mi aveva accolto nelle spalle larghe, come fa, con una barca, una tempesta. Mi contavo i muscoli, le ossa, com’ero poco, mi contavo gli anni, le monete: come potevo tenerla? Lei cresceva, era un’estate di fichi d’India e una catena di baci esauditi. Non avevo altro da desiderare oltre l’uscio dei baci.
Più ancora della libertà, ho aspettato il minuto bollente in cui quattro labbra sospendono il respiro e si mischiano per gustare se stesse attraverso altre due e si confondono per appartenersi.
Lei stava in casa, io in stanze in affitto, ci s’incontrava raramente soli. I baci non sono anticipo d’altre tenerezze, sono il punto più alto. Dalla loro sommità si può scendere nelle braccia, nelle spinte dei fianchi, ma è trascinamento. Solo i baci sono buoni come le guance del pesce.
Noi due avevamo l’esca sulle labbra, abboccavamo insieme.
Era inverno e stavo in una stanzetta, la prima in affitto, vicino a Villa Ada.
Avevo inchiodato al muro una camicia. Si aprivano i bottoni e dentro c’erano due fotografie, sue. Mi venne a trovare di nascosto, ero ammalato. Sbolliva addosso a me una qualche febbre spessa, prepotente.
Aprendo la porta mi sono tenuto forte alla maniglia. Mi ha preso stretto, come abbracciare inverno, brividi battenti, marmo dentro i piedi.
Non c'era riscaldamento, ma me ne sono accorto in quel momento. Il corpo era duro di freddo, mentre avrei voluto nelle vene più cioccolata che sangue. Mi tenne nel suo cappotto di pelle di montone foderato a lana. Chiuse la porta col tacco e mi spinse all’indietro verso il letto senza allentare l’abbraccio. Mi stese, poi si tolse i panni lasciandosi una veste bianca, lieve. Entrò nel buio delle coperte e mi copri tutto il corpo col suo.
Stavo sotto di lei a tremare di felicità e di freddo. Le nostre parti combinavano, una coincidenza, mano su mano, piede su piede, capelli su capelli, ombelico su ombelico, naso a fianco di naso a respirare solo con quello a bocche unite.
Non erano baci, ma combaciamento di due pezzi.
Se esiste una tecnica di resurrezione lei la stava applicando. Assorbiva il mio freddo e la mia febbre, materie grezze che impastate nel suo corpo tornavano a me sotto peso di amore. Il suo teneva sotto il mio e il mio reggeva il suo, come fa una terra con la neve. Se esiste un’alleanza tra femmina e maschio, io l’ho provata allora.
di più di ogni "per sempre".
Prima di andare rise della camicia al muro. E’ la mia crocifissione abbottonata. Non glielo dissi che dentro c’era lei. Non venne più. L’inverno ci staccava.
Era venuta per lasciarmi e invece s’era stesa a guarirmi.
Le cose migliori dell’amore accadono per caso, si capiscono dopo.