Quando ero piccola mi dicevano che se avessi espresso un desiderio mentre soffiavo sulla candelina, il buio intorno si sarebbe acceso di promesse.
Ricordo ancora l’odore della cera fusa, la fiamma tremolante, il silenzio teso prima di spegnerla. E io che chiudevo gli occhi così stretti da farmi male alle palpebre, sperando che dentro quel buio si accendesse una promessa, una piccola scintilla che mi dicesse: “Vedrai, succederà.”
Ho creduto così tanto a quelle candeline. A quel fumo sottile che saliva in spirali lente, come se portasse via con sé i miei sogni, leggeri ma pieni di urgenza. Li guardavo salire e svanire contro il soffitto, e dentro di me sentivo che, in qualche modo, la magia avrebbe ascoltato.
Ho alzato gli occhi più in alto. Ho imparato a cercare i desideri tra quel cielo gonfio di stelle. Quante notti ho passato con il naso all’insù, la schiena fredda contro il cemento o l’erba bagnata, le mani intrecciate dietro la testa. La sabbia ruvida sotto i piedi, o la fronte appoggiata al vetro freddo di una finestra.
Aspettavo la scia bianca di una stella cadente, quel lampo breve, quel taglio di luce, e dentro quel secondo minuscolo mettevo tutta la mia speranza, tutta la fame, tutta la rabbia di chi crede ancora. Sussurravo piano, perché anche un solo rumore poteva spezzare l’incantesimo: “Ti prego, ti prego…”
Quante volte ho strappato desideri al cielo! Quante volte ho creduto che bastasse stringere i pugni sotto le coperte, trattenere il respiro, aspettare che accadesse.
Adesso non ho più candeline da soffiare, né stelle cadenti da rincorrere. Ho soltanto i miei sogni, che battono dentro le costole come un cuore in fuga. Li vedo… li sento… mi camminano addosso quando chiudo gli occhi. Hanno mani calde, labbra umide di pioggia, occhi pieni di luce.
A volte sogno così forte che li vedo prendere forma nell’aria, li potrei quasi afferrare: una stanza nuova, un abbraccio che sa di casa, la risata di qualcuno.. Li guardo crescere, brillare… e allungo una mano.. Sempre.. Sempre quella mano che cerca, graffia, afferra. Li sento spezzarsi, disfarsi come fumo sul vetro freddo. E resto lì, con il palmo aperto, vuoto, sporco di desideri mai nati.
Li inseguo a piedi scalzi dentro stanze buie, inciampo nelle mie stesse speranze, graffio le pareti con unghie stanche. Non ci sono più magie a salvarmi. Nessun soffio, nessun cielo in ascolto. Nessuna stella che scivola a farsi portatrice di miracoli.
Le mie mani, nude e stanche, lorde di sogni che non diventano mai veri, con la bocca ancora piena di preghiere non dette. Il mio cuore, che batte come un tamburo sordo quando provo a chiudere gli occhi e vedere ancora i miei sogni.
Non so smettere di vedere la nebbia farsi carne per un attimo. Non so smettere di tendere la mano. Non so chiudere quella porta dentro la testa dove i miei sogni camminano scalzi, bussano piano, mi chiamano. Non so spegnere la voce che mi dice: “Dai, ancora una volta. Prova a crederci ancora.”
Allungo di nuovo la mano.
E lascio che si spezzi ancora, la pelle, l’anima, la speranza, pur di sentire, anche solo per un attimo, che quei sogni sono vivi. Che sotto questa carne stanca, sotto queste ossa che scricchiolano, qualcosa di vero pulsa ancora.