Questo posto ha legalizzato l'uso di ogni tipo di droga a scopo ricreativo. Le sostanze a effetto leggero, solitamente inebriante, sono liberamente commerciate - con delle limitazioni sull'età di accesso in base a prescrizioni mediche, per non interferire con la crescita, ma senza altri vincoli. Per le droghe pesanti bisogna andare in speciali cliniche, dove si viene sottoposti a test psicofisici - piuttosto blandi - e poi si può liberamente praticare. Gli oppiacei e le droghe stordenti vengono somministrate in ambienti asettici, simili a corsie di ospedale, tanto gli utenti sono così obnubilati da non farci caso. Gli allucinogeni richiedono ambienti speciali, giardini, luoghi ariosi e sereni, dove l'utente possa esperire al meglio lo stato psicologico alterato senza rischiare di farsi del male e senza ricevere stimoli negativi. Per gli eccitanti c'è una certa possibilità di scelta: solitamente sono disponibili una palestra, una pista da ballo con musica molto forte e molto ritmata, e una stanza piena di suppellettili di basso valore, da spaccare.
L'accesso alle sostanze è massimamente libero, ma con un vincolo: ogni cittadino è schedato in base alle droghe di cui fa uso, e la sua storia di utente è pubblicamente consultabile. La motivazione ufficiale è relativa alla sicurezza: alcune sostanze sono e restano molto dannose. Alcune sono note per modificare i tratti caratteriali e i profili psicologici - spostando le personalità verso gli estremi: estrema aggressività, estrema calma, estrema felicità, estrema apatia. Molte sostanze determinano, statisticamente, il destino degli utenti: incontri un tizio che sembra sano e in controllo, poi leggi il suo menu e capisci che è questione di mesi prima che si trasformi in una presenza spiacevole. Il sistema è piuttosto efficiente nel monitorare e prevenire i danni, ma come ulteriore misura di sicurezza l'elenco delle sostanze usate è reso pubblico. Questo rende possibile pianificare tanto i rapporti umani quanto quelli lavorativi, almeno in teoria. In pratica la società divisa in fazioni, c'è chi detesta gli utenti di un particolare tipo di sostanza o, più raramente, di tutte le sostanze. C'è chi assume solo chi risponde ad un certo profilo di utente, chi frequenta solo chi usa sostanze diverse dalla propria, o uguale alla propria, e chi preferisce non sapere. Molte sostanze sono associate a particolari culti religiosi, e gli utenti cercano di rendere estremamente mistica l'esperienza. Alcuni gruppi politici - minoritari ma agguerriti - sostengono che tutti, per legge, debbano almeno una volta nella vita provare un certo tipo di sostanza (tipicamente allucinogeni, perché il popolo ha bisogno di aprire la mente). La politica è un alternarsi di figure moralizzanti, che cercano di regolamentare l'accesso alle sostanze, e libertari che riconoscono nell'uso di droghe uno dei valori fondanti della nazione. Ci sono anche periodiche campagne per liberalizzare ulteriormente l'accesso. La vita media, confrontata con una società a livello tecnologico simile, è dell'otto percento più breve. I livelli di felicità sono comparabili, o lievemente più alti. La felicità è a macchia di leopardo: in media identica, con sacche sociali fortemente sbilanciate in entrambi i sensi.
Questo posto prospera sul drago. L'enorme bestia è stata combattuta ottant'anni fa, dopo che per tempo immemore aveva sparso terrore e morte su tutta la regione. Con grande dispendio di energie e polvere da sparo, dopo giorni di battaglia, con grandi perdite, gesta eroiche e rovesciamenti di fronte, quando tutto sembrava perduto e dopo che ogni risorsa sembrava essere consumata, finalmente il drago cadde. Il popolo festeggiò e si mise subito all'opera. L'enorme mostro, infatti, non si può uccidere con le armi dei mortali, e la battaglia vinta servì solo ad abbatterlo e renderlo inoffensivo per un po'. Ma fu sufficiente: squadroni di soldati si trasformarono istantaneamente in macellai, ed iniziò lo sfruttamento.
La comunità è molto ricca, e la città è circondata da tre cerchie di mura. La prima, più esterna, serve contro briganti ed eserciti nemici. Fuori da essa si accampano in maniera disordinata mendicanti, mercanti di cianfrusaglie, viaggiatori che non possono permettersi di alloggiare in locanda, curiosi e questuanti che implorano di essere ammessi alla cripta della zanna, le cui reliquie - si dice - siano in grado di operare qualunque miracolo.
Dentro la prima cerchia di mura ho trovato botteghe, locande, l'aria pesante di troppa umanità, vicoli stretti e un po' di criminali. Il drago è molto importante nell'iconografia locale, si trova un po' dappertutto: inciso sugli architravi delle porte, dipinto sui muri e sui carretti, ricamato sulle casacche dei garzoni. Un mercante zoppo ha cercato di vendermi una corazza di scaglie della bestia, autentiche, mi ha assicurato, sebbene fossero della misura sbagliata e dall'aspetto piuttosto fragile. Deve avermi identificato come straniero e ha cercato un facile guadagno.
La seconda cerchia di mura è più controllata e non mi è stato permesso aggirarmi da solo, ma - dietro pagamento di un piccolo obolo - mi è stato assegnato un ragazzino con il duplice compito di guidarmi per le vie della città alta e di controllare che non combinassi niente di illecito. Si chiama Tolmazio ed è sovreccitato.
"Venite da molto lontano? Vi piace la città? Quanto vi fermerete? Volete vedere il drago? Volete bere del buon vino? Posso provare il vostro mantello? Mi date una moneta? Vi racconto della battaglia? Vi racconto del primo siniscalco? Volete una femmina?"
Mentre mi aggiro incuriosito mi rendo conto di attirare molti sguardi: sebbene il mio mezzo mi renda presentabile agli occhi dei locali la comunità è comunque piccola, e tutti si conoscono, specialmente qui nella città alta. Le case sono migliori, più ricche e meglio tenute. Non ci sono botteghe e, vengo informato, solo due locande. Dalle insegne elaborate e brillanti si capisce che sono posti decisamente più dispendiosi. Le mie attenzioni sono comunque attirate dal drago, ovviamente. Tolmazio è felice di raccontarmi che "la bestia non si può ammazzare. La battaglia ha posto fine alle sofferenze, ma solo a patto di continuare a macellare il corpo del drago, tagliare le ali - che ricrescono - strappare i denti - che rispuntano - cavare gli occhi - che riappaiono - e strappare il cuore, che lentamente riappare. È un mestiere molto duro e molto sporco e non ammette requie. Tutto avviene oltre le terze mura, che non si possono passare, portate pazienza". Ecco quindi svelata la geografia della città: la cerchia più interna di mura, dentro la città alta, contiene il corpo del drago, che a distanza di quasi un secolo è ancora vivo e fornisce carne, sangue, ossa e ingredienti preziosi. La città gestisce la risorsa con attenzione e prospera. Mi chiedo oziosamente se la bestia sia cosciente, se abbia un qualche tipo di intelletto, e come stia vivendo la tortura. Accompagnato da Tolmazio passeggiamo lungo la terza cerchia, mentre cerco inutilmente un punto da cui si possa almeno sbirciare dentro. Tutte le case attorno alle mura sono state rimosse, e non c'è punto da cui intrufolarmi. Mi chiedo se valga la pena consumare un po' di Vertigine per arrivare faccia a faccia con la bestia, ma poi un rantolo profondo scuote l'aria. Tolmazio mi sorride nervoso, dice che non bisogna farci caso. Ogni tanto succede. Non so dire se è un grido di dolore o di minaccia, ma la natura sovrumana è immanente: ne sono schiacciato, e un po' tutti con me. La bestia, sciolta, deve essere stata un avversario formidabile, l'incarnazione del caos distruttore. Me ne vado, felice di sapere che è al sicuro.
AZIONE CONSIGLIATA: non è possibile annettere il posto allo stato attuale, con questo genere di creatura al suo interno - sebbene prigioniera. Sono forzato a consigliare: distruzione. Non mi sfugge l'ironia della scelta.
Questo posto è sottoterra. La catastrofe che ha costretto la popolazione a nascondersi è raccontata nei dettagli, ma i dettagli non collimano e sono pieni di contraddizioni. Non è chiaro se i nativi siano i discendenti dei responsabili del disastro o siano solo delle povere vittime. Immagino non faccia molta differenza a questo punto.
È un posto claustrofobico, fatto di tunnel e stretti passaggi scavati in una roccia verdastra e oleosa, con l'aria stantia e un costante odore di muffa. C'è gente dappertutto, spostarsi vuol dire sfiorare e strisciare e qualche volta proprio spingere. È gente di tutte le età, vestiti di poco, tutti rachitici e bianchicci, con i denti che iniziano a cadere a quindici anni e le speranze di vita che non superano i quaranta. Vivono faticosamente, affamati di elettricità e sotto le costanti luci alogene. I mestieri più diffusi paiono essere il coltivatore di mucillagine, l'aggiustatore di cianfrusaglie e, naturalmente, il minatore.
"Questa è un'area ricca" mi dice Fark, appoggiato ad un piccone fatto attaccando un cartello stradale al manico di una chitarra "si trova di tutto, basta scavare. Guarda qua, solo stamattina guarda cosa ti ho trovato" mi mostra orgoglioso tre dinosauri di plastica "questi sono deliziosi. Due ore di ammollo nell'acquaragia, poi scolare, triturare, mescolare con sali di ammonio e lasciare riposare per un giorno. Si formano certi cristalli azzurri che non sono buoni da mangiare, anzi sono proprio velenosi: tu quelli prendi e li butti. Ma quel che resta, mmmmmmmm! Quel che resta! Una roba da superficie, te lo dico io".
L'idea di un mondo di spazi aperti è ben piantata nella mente dei nativi, e all'inizio non capivo perché. Aria fresca, luce e ampi spazi: io ne ho subito sentito la mancanza, appena arrivato, ma loro? Loro qui ci sono nati, e non hanno mai conosciuto niente di diverso. Eppure si lamentano di continuo, tutti parlano dei bei tempi andati e della catastrofe, anche se sono cose successe prima della nascita dei nonni dei loro nonni, e tutti si comportano come se si aspettassero di poter vivere in grandissimi spazi vuoti, poi naturalmente non succede e sono tutti nervosi. Ho cercato di risalire alla sorgente della nostalgia, aspettandomi di scoprire un culto dell'odio e dell'amarezza, un qualche tipo di religione basata sul ricordo e sull'impossibilità di essere felici nel presente. Al più, qualche antica cronaca, eletta a testo sacro, canonicamente male interpretata. E invece niente, non un singolo sacerdote corrucciato, non una vecchia megera infelice, niente di niente. La straordinaria omogeneità dei racconti, dei motteggi, delle lamentele e dei sogni frustrati di un'intera popolazione mi parevano dover essere accettati come tali, senza autore né ragione unificante. Stavo per chiudere la ricognizione e tornare al mio mezzo, quando li ho visti: undici bambini che giocavano.
Dieci si tenevano per mano e formavano un cerchio ed il cerchio aveva come perno l'undicesimo. Tutti ruotavano: il perno in un senso, il cerchio nell'altro. Dopo giorni di calore e sudore e contatti umani inevitabili la vista di tutto quello spazio mi ha causato un moto d'invidia, il bambino al centro doveva stare benissimo e freschissimo, e i suoi dieci compagni erano davvero eroici a tenere fuori la fiumana di gente. Intanto la rotazione aumentava di velocità, e con la velocità è arrivata una filastrocca, semplice me efficace nelle immagini. Traduce male, ovviamente, ma è qualcosa su come "il piccolo <nome del bambino> correva dappertutto in un posto senza muri" ed era molto felice. La narrativa dettaglia su come ci fossero aria e acqua fresche e tanto spazio per ogni famiglia. Poi devia sul tragico, entra in scena qualcosa di grosso che arriva ed insegue, il piccolo prova a scappare dappertutto ma in quel posto senza muri ma c'è dove nascondersi, la minaccia si fa sempre più incombente fino a quando, prevedibilmente, il bambino decide di rintanarsi sottoterra. A quel punto i compagni di gioco corrono verso il centro e ci si schiantano con violenza disordinata: dalla zuffa esce un vincitore, che sarà al centro al prossimo giro. Poi il gioco ricomincia.
È una teoria un po' azzardata, e non ho prove a riguardo, ma credo che sia la mitologia infantile a tenere viva la leggenda della superficie. D'altra parte non ho trovato nessuna traccia tangibile che ci sia stata una catastrofe. Per quel che ne so potrebbe proprio non esistere una superficie, ma da bambini imparano a sognarla e poi non smettono per tutta la vita.
Questo posto è invaso dalla musica. È ovunque, esce dall'aria, dalle cose, e bisogna adeguarsi. Genere e ritmo dipendono dalla zona geografica: ho visitato un villaggio in un'area di musica soave, archi e flauti dolcissimi che suonano tutto il tempo melodie eteree. Gli abitanti mi sono parsi molto rilassati e un poco spenti, ma la vegetazione è rigogliosa e anche la fauna mostra un ottimo vigore. Entrando in paese ho incrociato una mandria di mucche che lentamente attraversavano la strada: dopo mezz'ora di attesa ho capito che l'operazione sarebbe stata ancora molto lunga e mi sono avventurato attraverso i bovini. Erano in effetti piuttosto placidi.
Anni di musica dolcissima hanno condizionato la popolazione, rendendola ipersensibile ad ogni dissonanza. Ho voluto verificare la mia intuizione a pranzo, in trattoria: ho fatto cadere un bicchiere. È vero che, frantumandosi, ha prodotto un suono cristallino e angelico, ma è stato comunque sufficiente per gettare tutti i presenti nello sconforto: una coppia attempata ha ostentatamente fatto finta di non vedermi, una bambina ha iniziato a piangere silenziosamente, e l'oste è venuto prontamente a raccogliere i vetri, con le mani, uno per uno, evitando di provocare ulteriori disagi. Qui le feste devono essere eventi piuttosto castigati.
Mi allontano dal villaggio e, dopo circa un'ora di cammino, sento un
mutamento nell'aria. La musica - sempre invadente - inizia a prendere
ritmo. Più proseguo e più cresce un carattere cacofonico, fanno la loro timida comparsa i fiati, le percussioni, e quando il ritmo diviene smaccatamente sincopato è ormai chiaro che ho cambiato area: sono nel jazz, è un disastro. Gli alberi sono contorti e multicolori, mi attraversa la strada una sorta di gatto a tre code, la strada stessa pare muoversi sotto i miei piedi e come in una specie di terremoto mi tocca bilanciarmi, trovare il mio equilibrio, sincronizzarmi con il tempo, ed insomma mi ritrovo a ballare. Peggio, vengo assalito da tre briganti che ridendo e ballando mi sbattono in faccia un coltello, io me la do a gambe e loro dietro, su un interminabile assolo di sassofono, poi uno mi raggiunge e rotoliamo da una scarpata con il charleston impazzito e il rullante spazzolato, mollo qualche pugno e prendo qualche taglio e mentre suoi i compagni lassù in cima decidono che non ne vale la pena questo non mi molla e io riscappo per la campagna che si inurba: cambia musica, il ritmo è facile e la melodia è diretta, batteria e chitarra, stiamo saltando tra i vicoletti di una periferia vitale, piena di giovani innamorati e speranza nel futuro, un'auto bombata e lucidissima quasi mi investe e mi giro per affrontare finalmente il mio avversario - perché non c'è spazio per i codardi nel rock'n'roll - ma lo vedo atterrito, disgustato, incapace di accettare la schiettezza di un ritmo in quattro quarti: con un gancio lo stendo e gli sguardi sono tutti per me, le ragazze mi mandano baci schioccanti e i maschi mi sorridono, un po' compagni e un po' sfidanti. Sento l'irresistibile impulso di passarmi il pettine tra i capelli impomatati e di seguire la mia natura di ribelle, mentre sfreccio verso l'orizzonte su una decappottabile rubata. Più parco, mi accontento di una soda e mi guardo attorno: sono tutti giovani, bellissimi e in perfetta forma. Dove stanno i vecchi? Forse sono finiti in altre aree, emigrando come elefanti quando le ossa cominciano a scricchiolare, hanno cercato riparo in musiche più adatte a chi non ha più vent'anni e ha capito che era tutta una fiammata, che non è un modo serio di far andare avanti un paese.
Ecco, parlo come mio padre. Padre che non ho avuto per inciso. Cambio aria e mi trovo in un deserto spoglio, accompagnato da ritmi antichissimi di tribù estinte e riformate all'infinito: c'è il tamburo, ci sono i canti, c'è un racconto a due voci che mi parla dell'angoscia della donna in attesa del ritorno. L'animale chiede: cosa vuole il tuo uomo? E la donna risponde: portarmi carne e pelli. L'animale chiede: dove prenderà carne e pelli? E la donna risponde: tu darai la carne e le pelli. L'animale chiede: perché devo farmi ammazzare? E la donna risponde: per nutrirci e per vestirci, per fare tende e collane. L'animale chiede: cosa devo fare quando il tuo uomo viene? E la donna risponde: non lottare, metti via il corno e fatti sorprendere. L'animale chiede: cosa ne avrò in cambio? E la donna risponde: ti diremo grazie.
Questo posto è un'accademia per l'insegnamento della Materia. La Materia non ha nessuna applicazione pratica né teorica, non dà conforto agli spiriti e non lenisce le pene del cuore. La Materia è complessa, contiene innumerevoli regole e nessuno può padroneggiarla completamente. La Materia prevede anche delle regole per espanderla, la Materia, cosicché gli studiosi della Materia si dividono tra coloro che pazientemente catalogano ogni aspetto della Materia e coloro che fanno crescere il corpus sapienziale della Materia per aumentare ulteriormente la sua estensione mastodontica.
All'accademia insegnano la Materia: gli studenti di oggi saranno coloro che domani a loro volta insegneranno la Materia ad ancora altri giovani, all'infinito. Solo coloro che non sono ritenuti degni, chi non si qualifica, chi non dimostra abbastanza dedizione alla Materia, solo gli studenti scarsi possono dedicare il loro tempo - meglio se solo una parte del loro tempo - ad una qualche aspetto pratico che permetta il sostentamento della comunità dotta: coltivare, cucinare, lavare. Chi può, studia la Materia, parla della Materia, insegna e impara la Materia. Chi non può, lavora.
Zimmermanno è professore di storia della Materia, una disciplina - mi spiega in confidenza - spesso oggetto di attacchi. "La Materia è un essere vivente, si evolve e cresce ed è importante tenere presente dove sta andando. Per capire come questa o la prossima generazione possano contribuire alla Materia bisogna ricordare il percorso fatto fin qui, per non ripetere gli errori del passato. Ma non tutti la pensano allo stesso modo." Lo incentivo, e dopo qualche resistenza si lascia andare: "Dicono che studiare la storia della Materia non sia studio della Materia, e che potrei usare meglio i miei sforzi. Dicono che non contribuisco al bene della Materia e qualcuno minaccia di chiudere il mio dipartimento. Se lo immagina? E come faccio poi, ho degli studenti, mi sono impegnato. È una pazzia, ma trovo conforto nella storia: non è la prima volta che qualcuno attacca la mia disciplina, abbiamo resistito altre volte, resisteremo anche questa. Il problema è che io devo per forza concentrarmi sui grandi studiosi del passato, grandi innovatori o grandi sapienti, e i miei esimi colleghi hanno paura di risultare da meno, specialmente se il confronto è con personalità recenti. Preferirebbero che la Materia venisse studiata per i suoi contenuti, per quello che ha da dire, vorrebbero trattarla come un insieme di conoscenze astratte, piovute dal cielo, intrinsecamente organizzate ed acquisite. Capisce anche lei, non è proprio cosa."
Ho parlato con altri professori e con alcuni studenti dell'accademia, e a valle di tutte le chiacchiere non sono riuscito a mettere a fuoco una descrizione concisa della Materia. Alcuni aspetti sembrano codificati con regole precise e la rendono simile alla matematica. Le regole sono però troppo lasche, più vicine a quelle di una grammatica, ed è possibile comporre nuovi contenuti con una certa semplicità. Sono inoltre tollerate le contraddizioni - anatema dei sistemi matematici coerenti - purché non troppo grosse, o non troppo vicine. Tutti paiono concordi nel giudicare alcuni concetti della Materia decisamente eleganti, addirittura sublimi, ma poi nessuno sa davvero spiegarmi che cosa sia quest'eleganza.
AZIONE CONSIGLIATA: annessione.
NOTA: l'interrogatorio del prigioniero è stato meno informativo di quanto sperassi. A bordo del mio mezzo non parliamo la stessa lingua - e probabilmente non l'avremmo parlata neanche nel posto dell'incontro, dove l'ho solo sentito gridare incongruamente. Anche lui aveva la linea sulla spina dorsale come il tizio della ricognizione 7, e questo mi mette su una pista interessante: l'ipotesi più probabile è che mi stessero seguendo. Ne ho avuto conferma quando gli ho mostrato il dispositivo in mio possesso, acquisito dal suo compagno: il prigioniero ha cercato di nascondere la sua reazione emotiva, ma era palese che l'oggetto non lo lasciasse indifferente. Resta quindi da capire come facciano a seguirmi: data la natura del mio viaggio e le qualità del mio mezzo sono abbastanza certo di non lasciarmi dietro una traccia. Non resta quindi che un'ipotesi: il dispositivo emette un qualche tipo di traccia, attraverso la quale mi hanno trovato.
Ho lasciato il prigioniero nel posto della ricognizione 23: il mio mezzo non poteva supportarlo in un viaggio interpostale. Sono consapevole di averlo quasi certamente mandato a morire, ma non potevo fare altrimenti. Forse il guardiano della foresta lo accoglierà, ora che è da solo.
Questo posto è una foresta di conifere, fredda, umida e inospitale. Cammino nel fango, su un sentiero largo ma invaso dalla vegetazione, che cresce dappertutto. Ci deve essere stato un temporale di recente, trovo molti rami spezzati sul cammino, ed un paio di volte veri e propri tronchi bloccano la strada. Non c'è anima viva, non ci sono animali, non ci sono insetti. Solo alberi tenaci, uno dietro l'altro, a perdita d'occhio. Il cielo è una tavola bianca che promette neve. Ogni tanto una raffica di vento spazza tutto e sento le piante frusciare. Non sono preparato a tanto freddo e rabbrividisco. Avanzare è una questione penosa, e lo faccio perché devo: vorrei fermarmi, vorrei andarmene, vorrei più di tutti un posto caldo. Ma un'ora di cammino senza incontrare anima viva non si qualifica come esplorazione, ed il mio rapporto risulterebbe carente. Sto percorrendo un sentiero, mi dico che per forza deve portare da qualche parte. Mentre proseguo in silenzio divento consapevole della realtà attorno a me: la foresta è viva e combatte le sue battaglie, gli alberi gareggiano per la luce ed il terreno, ci sono soprusi, atti di cannibalismo, infanticidi e assassini. Non ci sono mai: vendette, tradimenti, atti di pietà. La lotta fratricida degli alberi è sempre onesta e diretta, scevra da ogni considerazione morale. È lentissima, e per questo inafferrabile, ma se riportata sul mio normale piano temporale mi apparirebbe in tutta la sua cruda violenza. Mi sento fortunato, benedetto da questo incontro.
"Chi sei?"
La voce mi coglie di sorpresa. È molto roca. Viene dalla mia destra, fuori dal sentiero. In mezzo agli alberi c'è un uomo, coperto di sterpi, scarmigliato, sporco, scalzo. Ha una barba molto lunga, del colore del fango, da cui spuntano rametti e aghi di pino. Indossa dei cenci indefinibili, dai cui strappi crescono germogli. I suoi occhi mi paiono enormi. Non so come ho fatto a non vederlo, ma lo stavo superando. È a pochi metri da me.
"Sono... il mio nome è Thunderwizard Totalpunch, sono un viaggiatore."
"Cosa vuoi?"
"Visitare questo posto."
L'uomo assume un'aria interrogativa e col braccio indica un ampio cerchio attorno a me.
"Sì, la foresta. Non ne avevo mai viste di così."
Mi fa un cenno affermativo con la testa, come se sapesse cosa intendo. Interessante, dato che non lo so di preciso nemmeno io.
"Quanto ti fermerai?"
"Non lo so ancora. Non ho cibo, e fa freddo, però mi piace qui."
"La foresta non sopporta la vita animale. Cercherà di ucciderti."
"Però tu vieni sopportato."
Per la prima volta sorride, obliquo, in effetti un po' inumano. "A malapena." Noto ora le unghie: scure, coperte di fango, e dal fango spuntano germogli.
"Da quanto tempo vivi qui?"
"Tempo." Scuote la testa. "La foresta conta il tempo a modo suo, e io con lei. Non so rispondere."
"Ci sono altri come te?"
"Sì. Pochi. Lontani. La foresta non ama i branchi."
Ho la sensazione che l'uomo sia genuinamente felice di poter parlare con un altro essere umano, ma anche nervoso per il fatto stesso di stare indulgendo in un comportamento così marcatamente animalesco. Forse la foresta lo tiene sotto stretta osservazione.
"Tu e i tuoi... tu e gli altri come te: cosa fate?"
"Servitori. Ubbidiamo. Proteggiamo."
"La foresta ha dei nemici?"
"A volte. Esterni."
"Esterni? Gente che viene da altre terre, da altri paesi?"
"Gente come te. Esterni."
Viaggiatori interpostali, quindi. "E cosa vogliono gli esterni?"
"Cambiamento. La foresta non ama il cambiamento. La foresta -"
Poi si interrompe e comincia a lanciare occhiate in giro, nervosamente. Non voglio inimicarmelo e provo a tacere, cercando di essere il meno animale possibile. Cala il silenzio tra di noi, e l'uomo fissa la sua attenzione su un punto lontano, da cui viene chissà quale richiamo che io non riesco a cogliere. Dopo quasi un minuto di immobilità si muove d'improvviso, salta sul sentiero ed inizia a correre nella direzione da cui provengo. Decido di seguirlo ma gli sto dietro a fatica: ha un passo inelegante, perde rami e terriccio, eppure si muove a grande velocità, e continua ad accelerare. Mi distanzia, supera una curva, poi un'altra: è sparito.
Io sono in affanno sulla strada infangata, dolorosamente consapevole di essere allo scoperto: mi aspetto dei nemici dietro ad ogni albero, invisibili come lo era lui. Corro finché riesco, poi cammino, poi mi fermo col fiatone. La foresta è tornata al silenzio primigeno. Non c'è nulla nell'aria: non odio, non ansia, non cattiveria. Le emozioni sono appannaggio animale, e anche se è scattato un allarme la foresta non si lascia turbare. O forse non vuole darlo a vedere a me. Gli alberi fanno il loro fruscio, mossi dal vento.
Continuo a camminare senza incontrare anima viva, sto tornando indietro sui miei passi, ho la sensazione che tutto questo centri con il mio arrivo in questo posto. Sono quasi al punto esatto del mio arrivo in questo posto quando trovo la battaglia, cristallizzata.
Un mezzo argenteo sta venendo stritolato da pesanti radici che spuntano dal terreno. Non riconosco la fattura, ma deve essere un trasporto.
Quattro umani sono stati strappati. Indossavano delle tute pressurizzate, tre dei caschi sono esplosi, ci sono loro pezzi dappertutto, sangue e budella scuri sparpagliati sulla terra scura.
Un quinto uomo, la tuta ancora intatta, ha le gambe completamente bloccate da viticci che spuntano dal terreno. Sta cercando convulsamente di strapparseli e scappare, mi giungono le sue imprecazioni attutite dal casco.
Davanti a lui il guardiano della foresta si sta muovendo in maniera comicamente lenta. Mezzo centimetro al secondo, sta spingendo una mano trasformata in puntale ligneo verso il cuore dell'uomo.
In terra un dispositivo per il controllo temporale, identico a quello che ho raccolto durante la ricognizione 7. Deve essere stato attivato come estrema difesa, per ripararsi dall'attacco dei nativi.
Il quinto uomo incrocia il mio sguardo ed è disperato, inizia a sbracciarsi verso la mia direzione e mi chiama e mi pare dica qualcosa. Calcolo manchi meno di un minuto prima che il guardiano lo trafigga.
Entro nella scena, raccolgo un bastone appuntito, mi avvicino al quinto uomo, foro la sua tuta pressurizzata, il gas esce come da un palloncino e l'uomo è terrorizzato e io infilo un dito dentro, tocco pelle su pelle e torno sul mio mezzo, portandomelo dietro.
AZIONE CONSIGLIATA: annessione, con possibilità di trattare con l'intelligenza vegetale.
NOTA: l'uomo è attualmente mio prigioniero, ho intenzione di interrogarlo prima della prossima spedizione.
Questo posto aderisce all'antica tradizione dello scaricare i peccati della comunità su un capro espiatorio. Questo stratagemma di pulizia morale è presente in molti posti, e stranamente la bestia prescelta è sempre un ovino o l'equivalente locale. Il rituale è spesso è associato a livelli di civiltà primitivi, in cui è ancora diffusa la convinzione che esista una legge morale oggettiva, e che certi comportamenti siano a priori indesiderabili. Il paradosso dell'assolutismo morale è che spesso i comportamenti vietati sono proprio quelli più desiderati - segretamente o pubblicamente. Non è chiaro se il divieto in sé sia causa (o anche solo concausa), o semplicemente operi come catalizzatore di un circolo di proibizioni, esasperazione, sotterfugi e colpe.
La peculiarità di questo posto è che la tradizione del capro espiatorio è sopravvissuta all'avanzamento culturale e tecnologico della popolazione. E' peraltro interessante come echi di tradizioni antiche, nate su una diversa impostazione della civiltà, siano ancora ben discernibili, anche se mescolate a contributi successivi. Il capro un tempo era semplicemente uno dei molti animali disponibili all'interno dell'insediamento, e fino ad un istante prima di essere scelto per il sacrificio non aveva subito nessun trattamento. Era, sostanzialmente, un normalissimo ovino, impegnato a brucare, saltare, emettere belati agghiaccianti e, quando possibile, accoppiarsi.
L'evoluzione della civiltà ha reso sempre meno presenti gli animali all'interno degli insediamenti urbani, con un progressivo distacco tra la vita rurale e cittadina. Trovando però insoddisfacente l'idea di un capro che viene importato in città apposta per la cerimonia di espiazione, si è fatta largo l'idea che l'animale debba passare un periodo più o meno lungo all'interno dell'area urbana da ripulire. Il capro viene quindi lasciato libero di girare tra case e giardini, con il divieto assoluto per tutti di toccarlo o interagire. Speciali incaricati - in parte sacerdoti, in parte messi comunali - sorvegliano l'animale notte e giorno, lo nutrono, e gli impediscono di lasciare i confini stabiliti. All'animale viene anche impiantato un dispositivo elettronico sottopelle che rende possibile seguirne gli spostamenti in tempo reale.
Fino a qui niente di eccezionale. La cosa degna di nota è la muta.
L'espiazione avviene annualmente, ed il giorno successivo alla cerimonia un nuovo capro viene portato in città e liberato, in modo da permettergli di assorbire i peccati della popolazione per un intero anno. In questo periodo, il capro cambia. Se l'area urbana è contraddistinta da crimini violenti il pelo dell'animale si farà rosso e folto, le corna diverranno grosse e appuntite e gli zoccoli affilatissimi. Il carattere dell'animale muterà di conseguenza, aumenteranno gli attacchi ai passanti, ed arrivati al giorno della cerimonia quello che in origine era un placido ovino sarà trasformato in una temibile fiera. Il capro che passerà l'anno urbano in un'area ad alta concentrazione di attività finanziarie diventerà grasso e avido, con una predilezione al saltare sui tetti delle auto più costose e, se ne avrà la possibilità, strapperà orologi e braccialetti d'oro agli incauti passanti. Il capro di un'area nota per la prostituzione e la mercificazione sessuale farà bella mostra di un membro enorme e perennemente turgido. E così via: ogni peccato ha i suoi effetti sul capro, e più forti sono i peccati più la trasformazione dell'animale è profonda.
L'evoluzione del capro è costantemente monitorata, discussa e registrata, tanto che è normale per chi viaggia consultare i capri degli anni precedenti per farsi un'idea di cosa aspettarsi dall'area visitata. La politica locale ne viene influenzata, e ogni candidato sindaco promette capri migliori - spesso paventando effetti mostruosi nel caso in cui dovesse vincere il loro rivale. Anche assicurazioni, compagnie di viaggio e ospedali ne tengono conto in sede di pianificazione. Pare che invece nessuno abbracci con convinzione l'idea di non commettere peccato e non far trasformare l'animale.
Sono giunto ad un quarto del mio viaggio di esplorazione interpostale e, come da consegne, devo stilare una breve relazione sul percorso fatto finora, riportando osservazioni e critiche su questo settore e sugli effetti della mia venuta in contatto con i 22 posti visitati fino a questo punto.
Il fatto stesso che abbia iniziato la relazione con questo breve cappello introduttivo mi rende acutamente consapevole di un cambiamento sottile ma costante nella mia personalità: riesco sempre meno ad essere neutro e distaccato e, così come capita nei miei rapporti, note e considerazioni personali si accostano al neutro resoconto dei fatti avvenuti. Il viaggio interpostale sta modellando la mia personalità, allontanandomi dal neutro-reset.
Il secondo aspetto che ho notato è una tendenza alla maggiore descrittività. Mi è sempre più faticoso tenere ben presente che a leggere questi rapporti non sarà un team di esperti con una conoscenza maggiore della mia su praticamente tutti i campi dello scibile. Sempre più, mi immagino una persona che, come me, faticherà a comprendere l'enigma dell'interposto, e che, come me, avrebbe bisogno d'aiuto. Anche per questo mi lancio in descrizioni più complete, colloquiali, un po' ridondanti a volte. Credo inoltre di aver iniziato a sentirmi solo, e di cercare di trasformare questi rapporti formali se non proprio in dialoghi, quantomeno in monologhi affettuosi.
Infine, il mio mezzo non è attrezzato per farmi tenere un diario, e l'unico modo che ho per mettere ordine tra i miei pensieri sono i rapporti di fine esplorazione.
Ho deciso quindi, in occasione della prima milestone, di prendermi un momento e descrivere un po' tutto quello che c'è da dire su di me.
Il mio nome è Esploratore 1458. Non ho un nome proprio in quanto non ho una famiglia nè un'identità. Il mio corpo è stato stampato in un centro di produzione di massa, ma solo una volta giunto alla base di Smistamento 14 sono stato svegliato, adulto e completo. Ho passato un periodo di 2 settimane in ambiente asettico, dove ho subito controlli fisici e psicologici, e dove mi sono stati impartiti i comandi specifici per la mia missione. Avere un corpo stampato consente di standardizzare e controllare al dettaglio le mie performances. Va detto che anche il mio cervello è stato stampato, e dato che le mie conoscenze sono dettate dalla specifica configurazione neuronale prescelta, arrivo con un pacchetto di informazioni: chimica, fisica, psicologia, antropologia, geologia, viaggio interpostale, uso della Vertigine e simili. Non ho dettagli su altri viaggi di esplorazione, ma immagino di aver ricevuto il pacchetto standard. Immagino anche di non essere il primo esploratore ad essere stato mandato in missione, un po' per il mio numero, un po' perché la mia missione (88 posti, incognito, Vertigine e un mezzo a disposizione) non sembrerebbe un primo, cauto esperimento. Ne devo dedurre che tanto le mie esperienze - a parte la specificità dei luoghi visitati - quanto la mia eventuale evoluzione psicologica sia normale ed attesa. A tale riguardo, ho registrato una totale mancanza di conoscenze relative all'effetto dei viaggi interpostali su altri esploratori. Non ho mezzi per giudicare se i miei superiori hanno ritenuto l'informazione per me inutile, o se non volessero influenzare il mio punto di vista. In ogni caso, credo che il mio progressivo distacco dal neutro-reset sia un elemento previsto e normale. Giunto a tale conclusione, ho deciso di rompere ogni indugio e produrre, a ruota libera, le mie considerazioni. Al massimo ci metteranno più del previsto a leggere il mio resoconto.
La mia missione è quella di esplorare un settore dell'interposto, settore verso il quale il mio mezzo è stato puntato e, sostanzialmente, scagliato. Non conosco le coordinate del settore in cui mi trovo, credo perché se il mio mezzo venisse catturato la mia traiettoria, letta al contrario, offrirebbe importanti informazioni sul posizionamento degli avamposti dell'Impero. Mi sono invece state fornite le coordinate per compiere un percorso ad anello, diviso in quarti. Il secondo quarto, che mi appresto ad iniziare, mi porterà sempre più addentro al settore, mentre il terzo ed il quarto mi riporteranno - attraverso un altro tragitto - al punto di partenza. Lì ci sarà un rendez-vous, potrò effettuare il cambio di settore, e tornare a casa.
Una chiave di lettura superficiale vuole che io stia scrivendo tutto questo in modo da lasciare un qualche tipo di traccia nel caso io venga distrutto ed il mio mezzo disperso. In questo modo, almeno attraverso questo diario postumo, io continuerò a vivere. Io, però, rigetto tale interpretazione, non tanto per l'improbabilità del fatto - sono già stato esposto a pericoli mortali e credo che ancora ce ne saranno - quanto per un'altra consapevolezza: sono un esploratore, e una volta terminata la missione, verrò riportato al neutro-reset, o forse verrò addirittura digerito e trasformato in materia prima biologica, in modo da essere riutilizzato come toner per stampare altri esseri viventi, forse altri esploratori. In ogni caso la mia personalità, intesa come l'attuale configurazione neurale combinata a questa specifica fisicità, cesserà di esistere. Ed io non ho problemi con questo. Sono un esploratore in viaggio e sto servendo l'Impero, al termine della mia missione non potrò né dare un altro contributo (non sarò più neutrale nelle mie osservazioni) né svolgere un'altra attività, se non passando attraverso lunghi, costosi, e decisamente poco efficienti sessioni di addestramento. Ne deduco che la mia personale storia finirà con la mia missione. Eppure non cerco continuità. Verso chi, poi? Base di Smistamento 14 è la mia casa e i suoi tecnici sono la mia famiglia, ma mi è ben chiaro che il mio attaccamento affettivo è figlio di un condizionamento artificiale, forse impiantato per rendermi collaborativo in fase di test post risveglio, o forse perché il senso di nostalgia che percepisco garantirà un maggior tasso di rientro. Non lo so. E non so perché continuo a scrivere di queste cose. Tant'è.
Il mio viaggio finora mi ha portato a contatto con una realtà molto più legata alla Vertigine di quanto mi aspettassi. Ho subito dei furti, ho raccolto tracce che indicano una certa disponibilità di viaggio interpostale, e sto sviluppando il sospetto che i miei spostamenti siano quantomeno osservati, se non addirittura attesi. Alcuni rapporti fa ho riportato una considerazione sul fatto che la disponibilità di Vertigine in questo settore possa essere fatta risalire ad un qualche tipo di sorgente interna all'Impero. Che sia da imputare a predoni, traditori, od un misto tra i due, non mi è dato sapere.
La mia riserva attuale di Vertigine è molto scarsa. Ho a disposizione un kit di emergenza (l'altro mi è stato rubato durante la spedizione numero 6) che contiene una riserva di Vertigine, ma il protocollo proibisce esplicitamente di farne uso prima di aver esaurito la riserva standard. Va inoltre detto che la qualità delle mie esplorazioni, da quando limito od evito del tutto l'uso di vertigine, mi pare aumentata: essendo forzato a seguire le regole dei locali i miei rapporti si arricchiscono, e posso formulare opinioni molto più precise sulla natura dei posti visitati. Ho comunque ancora abbastanza Vertigine nella riserva principale da consentirmi di evitare ogni situazione davvero pericolosa. Nel caso, ovviamente, che io mantenga sempre la mia lucidità, condizione non sempre garantita durante le mie ultime spedizioni.
Oltre alle attività legate alla Vertigine, ho riscontrato un certo antropocentrismo nei posti visitati. Quasi sempre ho incontrato una popolazione locale, ed era la popolazione, più che le intrinseche caratteristiche della geografia locale, a rendere il posto unico. Alcuni posti mi sono addirittura parsi così simili ai domini dell'impero che potrebbero passare per realtà alternative, interessanti esperimenti mentali su cosa sarebbe successo se le condizioni fossero state un po' diverse.
Come da consegne, al termine di ogni rapporto devo consigliare un'azione da intraprendere, con la consapevolezza che il mio consiglio, per quanto importante perché proveniente da chi ha esperito di prima mano il posto, non è in nessun modo vincolante. Ho riassunto i consigli dispensati finora nel seguente specchietto:
annessione: 11
annessione con remore: 3
isolamento, studio, osservazione: 3
distruzione, formula debole: 1
distruzione, formula piena: 4
I numeri significano che per circa un quarto delle situazioni consiglio all'Impero di usare la sua soverchiante potenza militare per disintegrare interi posti, giudicati non interessanti o pericolosi, e raccogliere la Vertigine prodotta dal dismembramento del tessuto della realtà. A volte si tratta di posti piccoli, o deserti, ma altre volte la popolazione nativa è ben florida. Se i miei consigli venissero seguiti questo mi renderebbe complice - se non mandante - di numerosi atti di genocidio. Questo fatto, ora che lo esamino alla fredda luce delle statistiche, non ha su di me nessun effetto. Le conseguenze morali delle mie azioni sono nella migliore delle ipotesi incomprensibili, e comunque al di là della mia portata.
Durante questo primo quarto di viaggio ho collezionato due campioni. Il primo è un congegno metallico, recuperato durante la spedizione numero 7. Riporto la descrizione, verbatim:
"è un aggeggio metallico, poggia su tre zampette ed emette un sordo ronzio da un alloggiamento ogivale che non sono ancora riuscito ad aprire. È chiaramente oltre il livello tecnologico locale."
Il congegno sembra essere in grado di alterare il campo temporale in un'area di notevoli dimensioni. A tale riguardo non ho nulla di nuovo da riportare: il suo funzionamento mi resta ignoto, e a dire la verità non sono a mio agio con l'idea di pasticciare con la temporalità durante un viaggio interpostale, per cui mi sono limitato a registrarne la completa passività.
Il secondo campione è di natura biologica e l'ho incontrato durante la spedizione numero 13. Mi rendo ora conto che nel relativo rapporto manca una descrizione, anche perché ad un'indagine superficiale tanto il campione prelevato quanto altri della sua specie si potrebbero scambiare per comuni ratti delle chiaviche, una specie ben conosciuta e adattata ai molti posti controllati dall'Impero. Su questo ratto ho però potuto condurre un'osservazione più accurata. La peculiarità che contraddistingue questa specie pare essere la capacità di rosicchiare gli avanzamenti tecnologici da un qualunque prodotto artificiale. Mi rendo conto che è una definizione poco formale, poco ortodossa, e che lascia spazio a molte ambiguità, ma ad ora non sono riuscito a fare di meglio. Il rapporto 13 riporta le mie osservazioni sugli effetti di un branco di questi ratti. Un singolo individuo opera in maniera simile, ma molto più lentamente. Notando un certo deperimento, e dopo aver inventariato le mie scarse disponibilità di materiale ridondante, ho deciso di dare in pasto all'animale uno dei molti dispositivi antincendio ad attivazione manuale di cui il mio mezzo è rifornito. La linea di pensiero qui è che rimuovere una piccolissima parte della ridondanza di un sistema di sicurezza è un prezzo tutto sommato piccolo da pagare rispetto alle possibilità di scoperta che mi sono offerte. E poi non avevo molte opzioni: il ratto stava, sostanzialmente, morendo di fame.
Apparentemente il sistema è stato di suo gradimento. Come dicevo più sopra, ora che c'è solo un ratto a rosicchiare e non un intero branco l'involuzione è lenta: vari giorni di costante lavoro mandibolare hanno portato al passaggio dal sistema antincendio K412 ad un più modesto K104. Esattamente come sia stato possibile riprodurre i dettagli di componentistica prodotta nell'Impero - e peraltro fuori produzione da decenni - non mi è chiaro. Ho comunque documentato il tutto.
Ho valutato l'idea di stoccare il ratto. La gabbia in cui l'ho confinato pare essere immune alle sue capacità, ad indicare la presenza di un qualche tipo di limite inferiore alla tecnologia su cui questa specie può intervenire. Ciò nonostante, sono consapevole che l'azione più prudente sarebbe porre fine alla sua piccola vita e riporre il corpo, imbustato, nel frigorifero, dove verrebbe conservato ad una temperatura prossima allo zero assoluto per un tempo indefinito. E sono anche consapevole che mantenerlo in vita, oltre che un pericolo, rappresenta per me una scocciatura: allo stato attuale devo costantemente provvedere al suo nutrimento. Eppure non l'ho fatto. Chi avesse letto con attenzione l'incipit di questo rapporto potrà perfettamente comprendere i miei motivi.