Lettera a mia madre
Cara mamma,
Quattro anni fa ascoltai per la prima volta una canzone, che mi fece subito pensare a te. Ricordo ancora quel momento: stavamo tornando da una giornata al lago, io guardavo il tuo viso addormentato grazie allo specchietto retrovisore, dal sedile posteriore. Avevo le cuffie nelle orecchie, volevo scoprire qualcosa di nuovo, e per puro caso mi imbattei in quel brano: il titolo era piuttosto esplicito, il testo ancor di più, e forse fu per quello che vidi così chiaramente il tuo volto, fra quelle note e fra quelle parole.
Quel giorno mi chiesi se avrei dovuto fartela ascoltare, ma decisi di rimandare, perché volevo che quell'ascolto venisse riservato ad un momento esclusivamente nostro. Inoltre, come ben sai, ho sempre avuto difficoltà a gestire la tua sensibilità e la tua lacrima estremamente facile, perciò non trovai mai il momento giusto.
Quell'anno, lo sai, in quel dannato 2019 toccai il fondo. Di quella sera ho immagini sfocate - e forse è meglio così, poiché non voglio ricordare -, ma il tuo viso pallido, le tue lacrime, lo sguardo terrorizzato, sono marchiati a fuoco nella mia memoria. I tanti abbandoni subiti, le mancanze di affetto e gli scherni ricevuti a scuola, di cui non ti ho mai parlato, mi hanno spinta a credere per tanti anni che nessuno mi amasse, che fossi tanto indegna di stare al mondo, che nemmeno mia madre mi volesse bene. Per diciotto anni mi sono sbagliata di grosso, e quella sera lo capii. Lo capii, ma nel modo peggiore possibile, lo capii portandoti sull'orlo del baratro, lo capii vedendo su di te il volto della sofferenza.
Lo capii facendoti del male. Quel giorno mi giurai che non ti avrei più fatta soffrire.
Sono passati tre anni, sono riuscita nel mio intento e so che continuerò a rispettare quel giuramento. Ad oggi non posso dire di averti resa fiera di me, mamma. Sono debole, rincorro ancora delle ideologie fiabesche nella speranza di poter essere felice, pur sapendo che un giorno quel castello di cartonato crollerà. Mi sto consumando. La vedo nei tuoi occhi, la preoccupazione, di quando mi chiedi se va tutto bene, che tu sei lì per lasciarmi sfogare, eppure io preferisco mostrarti un sorriso fasullo, o nei casi più estremi, rifugiarmi in un indiscutibile "non voglio parlarne, non me la sento".
So che vorresti vedermi spiegare il volo, proprio tu che mi hai sempre dimostrato quanto sia pura e meravigliosa l'indipendenza, il gusto di bastare a noi stessi. Chi meglio di te dovrebbe saperlo? Tu, che alla mia età già lavoravi a tempo pieno. Tu, che a ventitré anni avevi già in braccio una bambina, la tua, io. Tu, che alle riunioni scolastiche venivi sempre scambiata per una sorella maggiore, o ripudiata - probabilmente per invidia - dagli altri genitori per il tuo essere una giovane mamma single. Tu, che anche quando volevo spedire il mio biglietto per la festa del papà non ti mostravi né imbarazzata né mortificata, ma anzi, mi aiutavi a portare a termine la mia missione.
So che vorresti che fossi forte, forse anche più di te. Ma non lo sono, mamma. Forse in questo ho preso da papà. Un giorno lo sarò, almeno lo spero. Forse, quando avrò finalmente compreso come uscire dalla gabbia, lo sarò, e volerò via con delle ali talmente tanto robuste da poterti portare in Canada - una delle mete dei tuoi sogni.
Per ora, mi basta guardarti da lontano, e prendere appunti. Sei una donna meravigliosa, sei il mio supereroe.
La tua "piccola" per sempre.











