L’immagine del libro coincide per noi con quella della sua copertina e il marketing, dalle vetrine ai siti internet, è organizzato attorno ad essa. Fino al Novecento tuttavia l’aspetto esterno dei volumi era relativamente uniforme anche se si trattava di legature di pregio che, tranne per il caso dei libri liturgici, non aveva corrispondenza alcuna col contenuto. L’immagine dell’opera era così demandata al suo frontespizio. Nei secoli XVI e XVII, che videro l’affermazione del testo a stampa, gli umanisti elevando l’oggetto libro al di sopra della sfera della mera utilità richiesero per il suo accesso una struttura imponente, un portale che consentisse con le sua struttura, raffigurazioni, dedica e naturalmente titolo di accedere con la giusta disposizione d’animo all’atto quasi religioso che era, all’epoca, la lettura.
Tuttavia, “Intorno al 1635 si osserva un profondo cambiamento sia nella concezione che nell'esecuzione dei frontespizi […] Se in precedenza, nonostante l'importanza attribuita all'ornamento, essi avevano in qualche modo conservato un carattere funzionale e servivano a incorniciare la scritta con il titolo dell'opera e le informazioni ad essa relative […] ora il titolo ha soltanto un ruolo secondario, e il frontespizio diviene una vera e propria illustrazione che riassume in modo puramente iconico lo spirito dell'opera.” (Marc Fumaroli, La scuola del silenzio, Milano, Adelphi, 1995, p. 479)
L’edizione veneziana del 1663 del Cannocchiale aristotelico di Emanuele Tesauro relega in effetti, al modo degli incunaboli, il titolo all’occhiello, occupando il frontespizio con un’allegoria a piena pagina. L’occhio spirituale al quale rinvia l’incisione è rappresentato dallo specchio cilindrico che, opportunamente collocato, ristabilisce la forma normale di un’anamorfosi, riprendendo l’ “impresa” scelta già nel 1627 dal cardinale Maurizio di Savoia per l’Accademia dei Desiosi o Solinghi: uno specchio conico recante il motto Omnis in unum. Il senso era evidente: l’occhio spirituale permette all’anima di ricostruire, partendo dalla confusione delle apparenze, la visione dell’Uno. Nell’edizione successiva (1685) la forma editoriale si è già di nuovo ribaltata: l’immagine precede un frontespizio “classico”.
A quasi un secolo di distanza dalla pubblicazione del Cannocchiale, per la seconda edizione (1730) della Scienza nuova di Giambattista Vico (1668-1744), l’editore aveva invece conciliato le esigenze stampando l’icona dell’opera sul verso del frontespizio, impostato in modo canonico, alla pagina faceva seguito l’epistola dedicatoria a papa Clemente XII. Occorre precisare tuttavia che Vico, consacrando numerose pagine alla spiegazione dell’allegoria, non intendeva evidentemente solo adeguarsi a una prassi editoriale. Insoddisfatto dalla ricchezza immaginativa del linguaggio col quale aveva dato vita alla Scienza Nuova, il filosofo aveva espressamente voluto farla precedere da una “dipintura allegorica”.
L'occhio divino in alto sulla sinistra emana il raggio di luce che colpisce al petto la fanciulla dal capo alato per rifrangersi sulla statua di Omero. L'occhio racchiuso in un triangolo è a sua volta posto dentro il cerchio solare che espande luce: “fondamento religioso e fondamento epistemico della storia narrata da Vico, della storia mathematica, o storia ideale eterna, e delle storie che "corrono" in essa”. (Guido Vitiello)
L’opera di Vico è stata efficacemente accostata a quella di Edmund Husserl il quale, a difesa della tradizione filosofica aveva inteso ampliare il concetto di verità oltre quello delle scienze positive, anticipato di due secoli dal filosofo napoletano che, in polemica con Bacone e Cartesio, volle restringere la pretese del “vero” a favore di quelle del “verosimile”. L’idea di definire una matrice universale della Storia non può non richiamare lo schema delineato nella Fenomenologia dello Spirito , rispetto alla quale Vico si spinge più lontano, in quella storiografia senza scrittura che Hegel rifiutava come non-Storia, rappresentata nell’allegoria dalla grande selva sullo sfondo: "LE TENEBRE NEL FONDO DELLA DIPINTURA - scrive Vico nella spiegazione' - sono la materia di questa Scienza, incerta, informe, oscura, che si proprone nella Tavola cronologica e nelle a lei scritte Annotazioni. Il RAGGIO DI CHE LA DIVINA PROVVIDENZA ALLUMA IL PETTO DELLA METAFISICA" (la fanciulla alata) sono i principi, mediante i quali a questa materia oscura viene data forma di storia.
La tenebra, per Vico, resta tuttavia sempre presente anche nelle forme più elevate della vita politica così come la mente più raffinata è esposta al rischio di inselvatichirsi attraverso le “malnate sottigliezze” della riflessione. In termini meno barocchi (cfr. M. Olejarz, Liberal arts in Data age, “Business review”, july-august 2017) un mondo ad altezza di algoritmi, pensiero computazionale e big data, privo di filosofia, letteratura e poesia è un mondo a senso unico che costringe le menti ad affrontare tutti i problemi allo stesso modo ed è perciò incanalato nel vicolo cieco della barbarie e dell’autodistruzione. Gli “insensati bestioni” di Vico si sono trasferiti dalle selve alle megalopoli.