Ci accoglie Paul, all'acquario, barba nera, capelli lunghi, la faccia infossata come se gli avessero scavato via le guance col cucchiaio. Paul si occupa di Skana per un progetto lì all'acquario. Da quello che ho capito studia i suoi comportamenti, come reagisce, cose del genere. E le fa ascoltare della musica, perché ha scoperto che Skana alla musica reagisce, come se le piacesse, come succede a noi umani, insomma. Ci porta alla vasca centrale, dove la domenica fanno i numeri con i delfini, ma al posto dei delfini oggi c'è Skana. Nera, lucida, un bestione di quasi cinque metri. Paul sta facendo dei giochi con lei, tipo riconoscere dei cartelli con linee singole, doppie, ondulate, cose così.
Skana gira in acqua, Paul cambia il cartello e lei ritorna, premendo dei pulsanti a seconda del cartello che Paul ha sistemato.
— Volevo fartelo vedere, Bob, — dice Paul. — Non è una meraviglia?
Bob sorride. — Le azzecca tutte, vero? — chiede.
Fino a ieri. Da stamattina mi dà solo risposte sbagliate —. Paul guarda Skana che gira nella vasca, lentamente, scivolando fuori e sotto l'acqua. Paul abbassa la voce. — Lo sta facendo apposta, Bob. Sta giocando, con me —. Sorride. — E sta mandando all'aria il mio esperimento. Adesso sono io il suo esperimento. Paul si avvicina a Bob, gli va proprio sotto il naso. —È per questo che mi chiedo, — gli dice, — chi sono queste creature, Bob? Che cosa sappiamo davvero di loro? Io credo molto poco, e lo sai perché? — Bob sta osservando Skana. Che sta osservando lui. — Perché siamo troppo impegnati a tenerle chiuse in gabbia.
Bob non risponde. Annuisce. Paul intanto torna ai suoi cartelli. Restiamo lì a guardare Skana per un po', e io penso che è davvero una bellezza. Chissà perché l'abbiamo chiamata «assassina»? 'Killer whale', è così che chiamiamo le orche. Forse per giustificare il fatto che le teniamo prigioniere.
È bella, vero? — dico a Bob.
Lui non risponde. Fa un passo avanti e arriva fin sul bordo della vasca, allungando una mano sull'acqua, Skana passa, sfilandogli davanti, facendosi accarezzare come un gattino. Poi si immerge e riemerge un secondo dopo protendendo fuori dall'acqua tutto il muso con la n bocca aperta. E resta lì. A guardare Bob.
Sembra che lo sfidi. Che lo inviti, dài, Bob, fammi sentire i tuoi pensieri, fammi sentire di cosa sa la tua paura.
Ma Bob non è uno che ha paura. Perciò si china e fa altrettanto, allunga la testa verso la bocca di Skana; vedo la sua nuca sparire in quella bocca; vedo i denti dell'orca sfiorargli la base del collo; vedo Skana che le basterebbe serrare le mascelle per staccargli la testa come niente. E invece non lo fa, resta così per una manciata di secondi, e poi si immerge scivolando via.
E io rimango lì, impietrito, per il resto della visita.
Sulla strada del ritorno Bob mi chiede se io abbia avuto paura. Paura è poco, vorrei dirgli, me l'ero fatta sotto. Ma dico solamente: — E tu?
Sì, — risponde. — E sai perché? Perché Skana poteva richiuderle, le mascelle, e invece no, invece mi ha lasciato andare. Non è quello che abbiamo fatto no con lei—. Mi guarda, le mani sul volante. — E questo, Tim, mi ha fatto paura.
Non rispondo. Penso a quello che mi diceva papà, quand'ero bambino, sull'aver paura, sull'essere forti. Diceva che per essere un uomo dovevi mostrare a tutti di non aver paura e di essere più forte degli altri. Diceva che lui alla mia età sfidava tutti quanti a pugno contro pugno, anche i più grandi. E mi faceva vedere le mani, e le apriva e le chiudeva come fossero due morse. E mi viene da pensare che, nonostante tutta quella forza, papà non avrebbe mai avuto il coraggio di mettere la testa nella bocca di un'orca, come aveva fatto Bob; perché, se fosse stato lui quell'orca, be', non avrebbe fatto come Skana, lui la bocca l'avrebbe richiusa.
Arriviamo al molo. Scendo dal furgone. Bob mi allunga la mano. — Ci rivediamo? — chiede.
Sì, — rispondo.
Mi sorride e poi riparte.