JINYOUNG OPPA

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JINYOUNG OPPA
Georgi Paravanov - Gotse
“баси гнусара”
“ебаси наглия тип”
Philippo Ransullo - Gotse
This summers transfer market left us in "Sticker Shock". Illustrated by craniodsgn for Issue 01.
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MY FANFICTION (gotzeus)
(there's the original link in the title)
Say.
You know, that sad moment when your football team loses and you don’t know who to blame the coach? the ref? or the player? then you end up blaming yourself because you think it’s a punishment from god because of something bad you’ve done in your life. (Sai, quel momento triste quando la tua squadra perde E tu non sai con chi prendertela. Il coach? L’arbitro? I giocatori? Poi alla fine incolpi te stesso, perché pensi sia una punizione di Dio per qualcosa di male che devi aver fatto.) « Parliamo de trasferimento di Gotze: sei preoccupato per lui e/o per il Dortmund?» Che razza di domanda. Certo che era preoccupato, come avrebbe potuto non esserlo? Sia per la squadra sia per Mario. Era preoccupato anche quella sera, quando una bastonata nelle costole avrebbe fatto meno male di sentir il suo amico pronunciare le parole “trasferimento” e “bayern” e “mi dispiace”. Cosa? Com’è possibile? Lui è un talento, questo è indiscutibile, ma al Bayern avrebbe trovato spazio? In mezzo a così tanti campioni sarebbe stata di sicuro molto più difficile, e lui sapeva quanto Mario si facesse eccessivamente condizionare dal numero e dalla portata delle sue prestazioni. Per il Dortmund, bhe, non è mai facile rinunciare a un campione, figuriamoci a due insieme, ma c’era di più. Loro non erano solo una squadra, erano una famiglia, erano tutti molto uniti. Erano. Prima Lewa, poi Gotze, piano piano tutto si sfaldava. Pensandoci, a Marco vennero quasi le lacrime agli occhi, ma si sforzò di sorridere. Ripensò a tutti i bei momenti trascorsi insieme, agli allenamenti, alle partite, alle esultanze, alle vittorie, alle sconfitte. Rivide tutto questo negli occhi di Mario che, con il cuore in mano, gli stava dicendo addio. «E’ un peccato che se ne vada, ma ha preso la sua decisione e non possiamo far altro che accettarla. Si può discutere sulla decisione di andare al Bayern ma, come ho detto, ognuno ha la sua visione della propria carriera. Se ha deciso così dobbiamo accettarlo.» - «Lo sapevi già da prima?» Altra domanda ovvia. Non avrebbe mai dimenticato quella sera. L’orologio del soggiorno segnava le nove e mezza, ma Marco sapeva che fossero solo le nove, al massimo nove e dieci. Mario aveva l’irritante abitudine di spostare avanti i suoi orologi, sosteneva che lui fosse sempre in ritardo ai loro “appuntamenti”. La verità è che Marco non era mai in ritardo, semplicemente passava mezz’ora in macchina per trovare parcheggio, ma quando aveva provato a spiegarlo a Mario, quest’ultimo era scoppiato a ridere. Questione chiusa, orologi avanti. Gotze 1 – Reus 0. Palla al centro. E il centro di quella sera, di quella loro serata, era il budino. Funzionava così: Marco comprava un budino, Mario si presentava a casa sua alle nove e quindici con un budino, chi avrebbe portato la varietà più strana avrebbe vinto. Cosa? Chi lo sa. Il fatto è che non vinceva mai nessuno: mangiavano il budino e poi si perdevano sul divano a giocare a Fifa13, finché Marco diceva “sulla prossima copertina ci sarai tu” e Mario “sbagliato, ci saremo io e te che esultiamo” e si perdevano ancora una volta, di solito in baci e carezze. Marco capì che qualcosa non andava quando Mario si presentò a casa sua alle nove e venti. Per giunta senza budino. Era il 20 aprile e Mario era in piedi, davanti alla porta aperta, senza budino durante la serata del budino, con il volto scuro e un giaccone altrettanto caliginoso. «Marco» disse. E lo disse in un modo che Marco non aveva mai sentito, almeno non da lui. Lo disse in un modo che lo fece quasi rabbrividire e non ebbe il coraggio di chiedere nulla: sai che sei in ritardo? dov’è il budino? te ne sei dimenticato? Dove hai comprato quella ridicola giacca? Vuoi che ti accompagni al cassonetto più vicino? Mario fece qualche passo all’interno della stanza e si fermò accanto a Reus, abbastanza vicino perché potesse leggergli la tristezza negli occhi. E i residui di un colore rosso: aveva pianto. «Devo.. ecco, dovrei dirti una cosa.» Marco credette di morire da un momento all’altro. «Non ci sono modi facili per dirla, quindi la dico e basta. Ho parlato con il mio agente e.. c’è questa trattativa, questo trasferimento.. penso proprio che andrà in porto. Se così fosse, alla fine del campionato.. insomma, vado al Bayern a fine stagione». Marco morì lì. E si chiese se morire significasse sentirsi davvero così: vuoti. Non riusciva a formulare un pensiero, figuriamoci delle frasi. Le parole gli morivano nella mente ancora prima che potesse pensarle. Così continuò a guardare Mario negli occhi. Lo guardava ma non vedeva nessuno, tanto meno il suo Mario. Non se ne capacitava. Non stava davvero succedendo. Non era davvero un addio. «Sì, me lo disse qualche giorno prima. È stato onesto da parte sua, siamo molto amici e parliamo anche di cose private.» - «Hai provato a convincerlo a restare?» «Allora?» Allora? Allora?! Lo stupore di Marco divenne rabbia. Non solo aveva avuto il coraggio di fare una cosa del genere, di annunciargliela in questo modo, ma ora pretendeva qualcosa da lui? Che cosa poi? Che gli desse una pacca sulla spalla? Che gli dicesse “peccato, è stato un piacere. Grazie e arrivederci”? Che lo cacciasse fuori di casa? Che gli saltasse addosso cercando di legarlo al divano per non farlo andare via? Ma vaffanculo. «Che razza di stronzo della peggior specie!» gli urlò contro «ma che cosa ti aspetti? Che ti dia una bandierina del Bayern e ti scriva una lettera di raccomandazione?» «Mi aspetto quanto meno una reazione, e non scaldarti troppo!» «Ma ti capisci quando parli? Non scaldarmi troppo?! Hai idea della notizia che mi hai appena dato, Mario? Ne hai la minima idea!?! Come ti è venuta in mente una cosa del genere?!» «Non l’ho deciso adesso, sono settimane che ci rifletto!» «Il Bayern! Cristo, IL BAYERN, MARIO!» «Hanno fatto loro l’offerta, l’ho valutata con il mio agente e pensiamo sia la cosa giusta per me.» «La cosa giusta per te? La cosa veramente giusta è restare qui! L’hai dimenticato Mario? Siamo una famiglia! E tu ci stai abbandonando, se ne va qualcuno, per l’ennesima volta!» «E’ la cosa giusta per me» «Stronzate! Fa solo comodo alla tua carriera! Sempre una questione si soldi! Soldi, soldi soldi.. la cosa giusta per te è restare qui! È restare con i tuoi compagni! È restare con me!» Marco si fermò. Non aveva più voce. Stava quasi per piangere, lo sentiva. Si appoggiò al muro con la schiena, chiuse gli occhi e si passò una mano nei capelli. Era davvero arrabbiato, ma anche triste, dispiaciuto, amareggiato e deluso. Soprattutto deluso. Mario lo abbandonava. Come aveva fatto Lewa. Come avrebbero fatto altri. Ma lui era Mario, lui non poteva abbandonarlo. Sentì le lacrime salire, aprì gli occhi e incontrò lo sguardo di Gotze. Vi rivide la sua stessa tristezza, il suo stesso dolore, la sua stessa delusione. E a quegli occhi non resse, iniziò a piangere davvero. «Perché Mario, dimmi solo perché?» Mario gli si avvicinò, gli asciugò il viso dalle lacrime (per quanto fosse inutile, dato che Marco non dava segni di voler smettere) e lo abbracciò. Lo abbracciò così stretto da togliere il respiro a entrambi, come non aveva mai fatto in nessuna partita, in nessuna esultanza, in nessuna notte passata sul suo divano (o letto all’occorrenza) e Marco si sentì sprofondare in quell’abbraccio. Avrebbe solo voluto fermare tutto e stare così per sempre. Quasi fossero i suoi ultimi istanti di vita, Marco si vide passare la sua carriera davanti agli occhi, e in ogni immagine, in ogni ricordo, Mario c’era, c’era sempre stato. Le prime partite, i primi gol, le prime esultanze. Le prime corse insieme, i primi allenamenti passati a scherzare, i primi sguardi. Il primo cercarsi con gli occhi, le prime carezze, i primi baci, le prime notti. No. Mario non poteva abbandonarlo. «Resta con me, per favore» si ritrovò a supplicare, con una voce che non sembrava nemmeno la sua «non abbandonarmi» iniziò a singhiozzare. Lasciò andare Mario, in modo da poterlo guardare negli occhi. «Ti prego, dimmelo.» implorava. «Io ti amo, Mario. Per favore dimmi che lo fai anche tu.» era completamente spezzato. Non ottenne risposta, se non le lacrime che minacciavano di scendere anche dai suoi occhi. «Ti supplico, sono in ginocchio.» Mario strinse le labbra. Si staccò da lui e, con gli occhi bassi e quasi già rivolto in direzione del corridoio, disse: «mi dispiace.» «Certo. Ho pianto quando me l’ha detto. Gli ho parlato e ho cercato di mostrargli i lati positivi di Dortmund. Purtroppo, non ha funzionato.» E si chiuse la porta alle spalle. Marco morì, per la seconda volta, stavolta per davvero.