Il binge reading non ha senso. Io direi: a meno che non sia per doveri di studio, non divorateli, i libri. Non dovete dimostrare niente a nessuno. Io ho vissuto tranquillamente anni senza toccare un libro, leggendo solo Grazia e TuStyle, e non mi sentivo più o meno giustificata nella mia esistenza rispetto a ora. Sapevo, confusamente, che nella mia vita avrei incontrato Leopardi e Pavese, e ne rimandavo continuamente la conoscenza reale attraverso le opere, perché li consideravo due sicurezze, due capisaldi del mio destino. Razionalmente, non mi piace sostenere la tesi della reincarnazione o della conoscenza pregressa di un "programma di vita"; credo, semplicemente, che da bambini ci accadano delle cose di cui poi ci dimentichiamo, e che vanno a costituire bagaglio inconscio: sarebbe questo, in definitiva, il presunto ricordo di vite passate o conoscenze fatte in un mondo spirituale. È stato detto, da qualche anima, che l'aldilà è il mondo dell'inconscio: rivelazione e conferma di una verità o di un'illusione? Lungo discorso.
Dunque, come avrei conosciuto Leopardi e Pavese nella mia infanzia? Posso azzardare la ricostruzione delle circostanze. I miei acquistavano, quasi settimanalmente, L'Espresso. Al fondo dell'Espresso c'era la famosa rubrica di Umberto Eco, La bustina di Minerva: la leggevo per prima perché m'ingolosiva quel modo succoso, allusivo e sagace di parlare di cultura. Mi attirava, del suo autore, quell'aria di "saperla lunga". Allora, fu probabilmente durante la lettura di uno o più di questi articoli, che venne solleticata la mia curiosità sui poveri e incolpevoli Leopardi e Pavese. Probabilmente Eco, da vecchio volpone, avrà concesso ai suoi lettori qualche indiscrezione pruriginosa, velata di sadismo, sulla vita sessuale dei due scrittori, notoriamente faticosa. Bastò questa curiosità, suscitata nella mia mente di bambina/preadolescente, a gettare le basi della sensazione di una conoscenza pregressa e del mio grande interesse per loro.