Analisi e comparazione nuova traduzione de Il Signore degli Anelli - I Toni
Aiutata da Valentina Marconi, la mia fida socia fissata del Signore degli Anelli e di linguistica che sopporta i miei sfoghi, ci siamo messe a leggere parte del secondo capitolo. Io ho letto i primi due finora (ci sto mettendo un secolo perché continuo a fare riferimento da una versione all’altra della traduzione E all’originale, non riesco a farne a meno).
Parliamo prima delle cose positive.
In alcuni tratti, il tono di Fatica sugli hobbit è davvero pittoresco e interessante. Mi piace che abbia mantenuto alcuni errori grammaticali del parlato che ci sono in originale (e che erano stato eliminati dalla Alliata), e mi piace che abbia abbassato un po’ il tono di parlata del popolo hobbit. Sam è veramente gradevole (a parte quando dice “questo genere di storie mi piace assai”… perché questa costruzione quando è completamente assente in ogni altro punto?), un po’ titubante, rende molto Sam.
Un punto che ho trovato molto bello è stato quando Frodo decide di partire, dicendo che anche se la Contea gli mancherà, sarà più tranquillo sapendo di avere un punto fermo dietro di lui, anche se non potesse tornarci. La versione di Fatica risulta un po’ più diretta e meno arzigogolata dell’Alliata, e ne lascia intatta l’anelito e la nostalgia che si sente già in Frodo.
Sul tono, in generale, però, riscontro diverse problematiche (non parlerò di singole scelte lessicali ora, altrimenti stareste qua quattro ore).
Nel tentativo di abbassare il livello di italiano per renderlo più fruibile e meno “alto”, è incocciato in due errori a mio parere:
Ha abbassato i toni di Bilbo e di Frodo che invece nella Contea si distinguono proprio per quelli (anche con errori grammaticali che non esistono nell’originale, per esempio “[omissis] ho trovato gli abitanti indicibilmente stupidi e ottusi, e ho pensato che un terremoto o un’invasione di draghi gli farebbe bene” vs “[omissis] I thought the inhabitants too stupid and dull for words, and have felt that an earthquake or an invasion of dragons might be good for them”: ovviamente quel GLI non è accettabile in italiano rivolto ad un sostantivo plurale, ed in inglese il pronome è correttamente al plurale, quindi non andava inserito così. Sarebbe dovuto essere “farebbe loro bene”). (Edit: mi informano che ultimamente l’utilizzo del GLI come plurale, sappiate che io sto piangendo tantissimo per questa cosa e per me rimarrà ORRIBILE).
Ha abbassato (e questo lo trovo ancora più grave) il tono di Gandalf. Mi trovo con un Gandalf che dice parole come “Bailamme”, “sciroppato” (questo l’ho trovato particolarmente fuori luogo al posto di un “I had weary days of it”) e che parla come un vecchio brontolone. Questo in particolare, se Fatica avesse letto le Lettere (ed Bompiani, “La Realtà in Trasparenza” Ed. Rusconi e Bompiani precedente), è un errore che non avrebbe dovuto fare. Nella lettera 210 (cito da “La Realtà in Trasparenza”, ed Rusconi 1° edizione 1990), quando scrive ad Ackermann riguardo l’adattamento di Zimmermann, dice al punto 3.
“Gandalf, per favore, non dovrebbe “borbottare”. Benché possa sembrare a volte irritabile, abbia senso dell’umorismo e assuma un atteggiamento paterno nei confronti degli hobbit, è una persona di grande autorità e grande dignità. La descrizione del Vol. I a pag. 290(1) non dovrebbe venir dimenticata”. Cito dallo stesso volume la nota 1 per completezza: “Gandalf era più basso di statura rispetto agli altri due, ma i suoi lunghi capelli bianchi, la fluente barba argentea e le ampie spalle lo facevano somigliare ad un saggio re delle leggende antiche. Nella sua faccia segnata dal temo, sotto le candide sopracciglia cespugliose, i suoi occhi neri sembravano carboni che potevano ardere da un momento all’altro.”
Trovo questo rendere Gandalf più “vegliardo” che “anziano” fastidioso sin dal primo capitolo: è uno degli Istari, non il primo vecchiaccio che passa, anche se ne dà l’impressione con le vesti.
Anche nella parte narrativa, lo stile passa dall’essere molto terra-terra a momenti aulici e viceversa, questo tende a tirarmi fuori dalla storia e a farmi fermare per raccapezzarmi.
È vero che la Alliata si prende diverse libertà col testo, fondendo frasi assieme, a volte parafrasando dei pezzi. Ma è anche vero che questo tende a rendere più “italiano” lo stile di scrittura. Fatica tende a seguire pedissequamente la struttura sintattica dell’originale, che è una paratassi serrata. La paratassi però non è così naturale in italiano, anzi! Questo, unito al fatto che alcune frasi tradotte si “accorciano” dà l’impressione di un testo fatto di sole principali, che abbassa ulteriormente il tono del racconto, cosa che non succede in inglese che da questo punto di vista ha una struttura naturale ben diversa.
Il proclama di Fatica nell’intervista di aprile scorso di evitare il traduttese e di essere più fedele all’originale sinceramente nei primi due capitoli non lo vedo rispettato. Tendendo a ricalcare la struttura di una lingua così diversa dall’italiano, cade proprio nell’errore principale del traduttese. Dimentica un po’, sempre a mio parere, che il lettore tipo di un libro tradotto (e necessariamente adattato) non è chi sa l’inglese, ma l’italiano che parla solo italiano.
Mi riservo di cambiare idea proseguendo nella lettura. Per ora queste sono le mie primissime impressioni, che butto giù anche come promemoria e per discuterne passo passo con voi.