Ho un pensiero che nei momenti più difficili mi aiuta: "Se ce l'hai fatti finora puoi farcela ancora".
Tommaso Labranca in Claudio Giunta, Le alternative non esistono, La vita e le opere di Tommaso Labranca, Bologna, Il Mulino, 2020, p. 10
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Ho un pensiero che nei momenti più difficili mi aiuta: "Se ce l'hai fatti finora puoi farcela ancora".
Tommaso Labranca in Claudio Giunta, Le alternative non esistono, La vita e le opere di Tommaso Labranca, Bologna, Il Mulino, 2020, p. 10
Perfezionare se stessi, rendersi più civili e intelligenti, meno molesti nei confronti del prossimo, ...
La società moderna, il popolo bue, il paese reale – lo si definisca come meglio si creda – ha pertanto assunto un atteggiamento altamente misoneista, ogni novità sembra fargli un dispetto, ama la rassicurazione, la carezza sul capo, la ninnananna prima di dormire, sfogliare lo stesso menù per poi scegliere sempre la medesima pietanza. È uno schema duro a morire, difficile da scardinare, ed è forse uno dei motivi che spingono l’artista, oggi, a proporre poche e scarne novità, comodamente installate su vecchi, funzionanti, rodati schemi. Anche il risultato è semplice e per comprenderlo dobbiamo accantonare per un attimo l’attuale accezione di trash, per rifarci unicamente al lemma di matrice labranchiana, indossare lenti diverse per osservare la spinosa realtà in maniera feroce, spietata, invece di limitarci a criticarla in modo sterile. Se per l’intellettuale milanese il trash è infatti “l’emulazione fallita di un modello alto”, una caratteristica immanente nell’individuo o nell’oggetto, trovare una risposta al busillis segnalato dal giornalista di Le Monde risulta di più facile realizzazione. Ecco alcuni, immediati, esempi. I Måneskin, oggi, sono l’emblema del trash. Il loro demiurgo, Manuel Agnelli, li ha definiti – travisando ogni realtà – i Beatles italiani. Pura fantasia. Conciati come fenomeni da baraccone, incartocciati nelle paillettes, truccati come dei Kiss di borgata, rigorosamente privi di genere definito, come modernità reclama, il giovane quartetto fa impazzire orde di ragazzini adoranti d’ambo i sessi per presunta, fluida sexyness, distraendo col piumaggio iridescente il pubblico bovino, che in tal modo non si concentra sul nihil musicale e, pensando di godere d’uno spettacolo originale, si accontenta invece d’un sottoprodotto da hard discount. Ed è così che il nuovo si sovrappone al vecchio schema, come copia carbone, con il loro disinibito frontman, un innesto fra una ballerina del Moulin Rouge, Iggy pop e il Duca Bianco, che si esibisce accessoriato di cuissardes in vernice nera dal tacco vertiginoso, giarrettiera in pelle, qualche borchia disseminata qua e là, smalto nero, calze a rete, una trasparenza sul gluteo e un capezzolo al vento. E la stampa in visibilio per questa clownesca caricatura di trasgressioni stantie, ammuffite, schiere di donne in adorazione per questo affronto alla virilità. Era molto più trasgressivo il duetto Dalla-De Gregori quando cantava “Ma come fanno i marinai a baciarsi fra di loro e a rimanere veri uomini però?”. Anche i Fab Four emulavano inizialmente altri artisti – il rock and roll di Elvis, Chuck Berry, le melodie Motown – ma hanno poi brandizzato sé stessi, rendendo iconico il loro stile, oltre che le loro canzoni, eternandole, influenzando generazioni musicali a venire, dagli Oasis – pionieri del brit-pop anni novanta-duemila – ai Queen, fino a gruppi dalle sonorità più virtuose come gli Emerson, Lake and Palmer e così via. I Måneskin, triste caricatura di band del passato, emulazione fallita, massimalista ed incongrua di vetusti modelli, possono essere definiti i primus inter pares del trash contemporaneo. Ma come? Hanno vinto Sanremo, l’Eurovision, gli MTV EMA, il premio di Canicattì. Ed è proprio così, quando la modernità ti premia significa che l’hai adulata, accarezzata, coccolata e lei ti ha tributato il suo riconoscimento, ti ha riempito di zuccherini. Nulla di più deprimente.
La moda dell’eterno ritorno
Da Estasi del pecoreccio. Perché non possiamo non dirci brianzoli – «Come si diventa Fiorello», lettera di Tommaso Labranca a Roberto Calasso tratta dall’introvabile «Estasi del pecoreccio. Perché non possiamo non dirci brianzoli».
Leggete Labranca
Non amo questo genere di post ma se posso dare un consiglio a qualche passante, Le alternative non esistono, di Claudio Giunta su Tommaso Labranca, è un libro intelligente che merita di essere letto. T-La, come lo chiamavano gli amici, (io sono colpevole di non sapere chi fosse almeno fino a qualche giorno fa), era un grande osservatore e, a parte che non posso parlare di qualcuno di cui non sapevo nulla fino a ieri solo perché ne ho letto qualcosa oggi, mi sembra una figura da riscoprire o se non altro da recuperare almeno a livello editoriale, visto che dei suoi libri non si trova più nulla o quasi. Perché? Se avessi una piccola casa editrice lavorerei su progetti di questo tipo. Recuperare gli autori andati fuori stampa immeritatamente e una collana dei 'dimenticati ingiustamente', non sarebbe un male per molti, ne sono certa.
Viaggiare fino in Patagonia con la minaccia di incontrare Jovanotti in bicicletta...