Warrior
“Mamma mia e che hai oggi che sei così fredda? Hai le tue cose?” chiese, trattenendo a stento una risatina per la sua battuta tanto originale.
“Io veramente…” balbettò Maia, tuffandosi dietro il bancone, paonazza. L’uomo la seguì e la guardò per un po’ affaccendarsi, con la testa nascosta nel frigo, a sistemare qualche bottiglia di succo. Quando riemerse se lo ritrovò davanti a sbarrarle il passaggio. Lei teneva lo sguardo fisso sul suo petto, in silenzio.
“Ti sei arrabbiata? Scusa dai facciamo pace, dammi un bacino.” L’uomo protese la guancia verso Maia che, colta alla sprovvista, non seppe come altro rispondere se non poggiando le sue labbra sul quel viso ispido. Si sentì improvvisamente un bambina. Una bambina di trentacinque anni.
“Allora, se non hai bisogno d’altro io andrei” disse lei, lo sguardo sempre fisso sulla maglia di lui.
“No, puoi andare.” Nella voce di lui si sentiva un certo disappunto.
“Con oggi concludo la settimana di prova.” Maia si arrischiò ad alzare lo sguardo verso di lui. Il suo viso era adesso improvvisamente serio, non c’era più traccia della giocosità di un momento prima.
“Sì, ecco questo è quanto ti devo”, pescò dalla cassa cinque banconote da cinquanta euro e gliele porse. “Ti faccio sapere se avrò bisogno di te lunedì.”
“Buonanotte, allora.” In fretta e furia prese la borsa e il cappotto e si fiondò fuori dalla porta.
Nel buio dell’una di notte, stava in piedi sotto la pensilina, saltellando da un piede all’altro per cercare di scaldarsi. Una settimana di battutine, di occhiate ammiccanti e sorrisi sornioni. Maia stava zitta perché non aveva mai lavorato in vita sua e chi altro avrebbe dato un lavoro ad una donna come lei, senza capacità? Ma non poteva fingere che fosse la disperazione a renderla tanto remissiva. Non aveva mai imparato a farsi rispettare. Non sarebbe stata in quella situazione altrimenti.
Salì sul bus, deserto se non per un uomo addormentato e una coppietta che si baciava ardentemente, avvinghiata sui sedili in fondo al mezzo. Appoggiò la testa al finestrino unto.
“Vostra Maestà!” Maia aprì gli occhi di scatto, il suo Gran Consigliere la guardava accigliato. “Sono spiacente di interrompere il Vostro riposo, ma ci è giunta notizia dalla Torre del Gorgo: il Leviatano si avvicina alle mura!”
La sirena scivolò giù dal suo baldacchino, risoluta “Voglio ogni uomo in grado di combattere alla Piana Sabbiosa, che lo intercettino lì e lo spingano verso le Porte Tychee. Sulle Porte voglio un dispiegamento massimo di arcieri.” Rapida si recò all’armeria: indossò la sua armatura, ricavata dallo scheletro di uno squalo bianco, calcò l’elmo sul capo e impugnò la sua lancia. Così spartanamente armata e senza il tempo di poter orchestrare un vero piano d’attacco, nuotò fino alle Porte, dove era determinata a finire una volta per tutte il mostro, che tanto spesso aveva minacciato il suo regno.
Alle Porte il Leviatano ruggiva inferocito. Un gigantesco serpente marino, si dimenava, impedito nei movimenti dalla stretta spaccatura di roccia in cui era confinato. La coda, impigliata sul fondale dove la fenditura era più stretta, gli impediva di nuotare verso l’alto. Lì gli arcieri, piccoli come pesciolini al suo cospetto, senza posa scagliavano frecce dalla punta avvelenata che sembravano appena scalfire la corazza coriacea del mostro; sul fondo i fanti caricavano con i loro arpioni.
Sembrava una lotta senza speranza e i suoi soldati cadevano come fantocci ad ogni colpo del corpo muscoloso della creatura, il cui capo pericolosamente si avventava contro gli arcieri. Maia, sprezzante del pericolo si portò all'altezza della testa della bestia che subito si scagliò su di lei. Le zanne, ognuna lunga quanto la coda della principessa, squarciavano le acque, cercando di trafiggerla, ma lei agile evitava ogni fendente.
“Mirate agli occhi!” Subito nubi di frecce, da tutte le direzioni, colpirono il viso del Leviatano. Non molte andarono a segno, ma abbastanza perché perdesse la vista. In preda al dolore il serpente smise di accanirsi sui soldati, emise un sibilo potente e rovesciò la testa all'indietro, le fauci spalancate. Subito Maia nuotò dentro la bocca del mostro, ora vulnerabile. Lì, nel buio, viscido puzzolente antro conficcò la sua lancia nella carne molle. Subito fu inondata da un getto di sangue caldo e vischioso, ma non si fermò. Spingendo con tutto il suo corpo lacerò la gola del Leviatano da parte a parte. Come un terremoto, la testa schiantò a terra.
“Prossima fermata, Stadio.” Maia sobbalzò sul sedile. Afferrò la borsa pronta a scendere. Il cellulare mostrava una notifica. “Ciao, guarda, non venire lunedì, per ora non ho bisogno.”

















