Star Wars
Erano le tre del pomeriggio e Maia non si era ancora alzata. Il suono del campanello la raggiunse come un’allucinazione. Si affacciò alla finestra: il citofono era rotto. Alessandro era davanti il portone, evidentemente teso, un plico di fogli in mano.
“Primo piano!” urlò lei. Presa alla sprovvista, non le venne in mente neanche di chiedergli cosa ci facesse lì.
A trovarselo lì davanti, incorniciato dalla porta, le si mozzò il fiato. Alto, scuro, il tipo che meno provava ad essere bello e più ci riusciva; indossava la maglietta di Star Wars che gli aveva regalato all'ultimo compleanno. Tolse gli occhiali da sole e le sorrise; senza aspettare un invitò si fece strada nella stanza e si mise a sedere al tavolo addossato alla parete di fronte al suo letto sfatto.
“Caffè?” un sorriso sempre più brillante in volto. Il contrasto con il loro ultimo incontro faceva sembrare tutto surreale.
“S-sì” come un automa, il cervello completamente vuoto, la donna iniziò ad affaccendarsi.
“Vedo che ti sei impigrita da quando hai lasciato casa” commentò con un sogghigno rivolto al lavandino stracolmo di piatti.
“Sì… cioè no. È il lavoro, mi lascia poco tempo per la casa” si difese lei, armeggiando con la caffettiera.
“Ah, giusto, lavori ora… e come va?”
“Mah, sai, alti e bassi. È una bella novità” rispose lei, evitando il suo sguardo.
“Ma hai abbastanza tempo per te? Sembri sciupata.” Posò una mano sulla sua che aveva incautamente appoggiato sul tavolo. Lo guardò negli occhi e fu subito presa da una fitta: sembrava sinceramente preoccupato.
“Sì, è solo tutto molto diverso ora.”
“Maia, torna a casa. Lascia che mi occupi io di te.”
Lei non rispose, ritirò la mano per controllare la caffettiera sul fuoco.
“Senti, io non so cosa tu abbia detto alla tua famiglia, ma mi è arrivata questa raccomandata dell’avvocato De Santis” una risatina di scherno sottolineò il rispetto che portava al titolo. “Lo so che non l’hai richiesto tu il divorzio. Lo so che non è quello che vuoi tu. È tua madre che cerca di controllarti! Si è sempre impicciata, ci è sempre andata contro!” Fece una pausa, abbassò il tono della voce, che si fece più calma, più calda “Ma noi siamo sempre stati più forti di lei, vero? Tu sai cosa siamo, Maia.” Le riprese la mano, mollemente abbandonata lungo il fianco.
“Mi si brucia il caffè.” Si svincolò da quella mano, grande, calda, dal palmo leggermente ruvido.
“Maia, ascoltami.” si alzò e le andò di fianco, alto com'era dominava su di lei, ma con gentilezza, il capo piegato verso di lei, a pochi centimetri dal suo viso. Il suo odore le fece venire voglia di gettarsi tra le sue braccia. “Torna a casa, per favore.” Chinò ancora un po’ la testa su di lei, le sfiorò i capelli con la fronte.
“Non voglio.” Si scostò appena, la caffettiera bollente in mano.
“Cristo, Maia!” sbottò. Ricascò pesante sulla sedia. “Ma quanto ancora vuoi portare avanti questa storia? Cosa vuoi dimostrare? Che puoi farcela da sola? Che non hai bisogno di me? Va bene, ti crediamo tutti. Sul serio, sono veramente sorpreso da questa caparbietà, ma ora basta, hai fatto la tua esperienza. Puoi dire che questo è meglio della vita che facevi con me?”
In tutta sincerità Maia non avrebbe saputo dirlo.
“Perché ti stai facendo vivo ora? Sono passati tre mesi.” Sapeva già la risposta.
“Perché volevo lasciarti spazio, no?” replicò sgarbato.
“No è che sei rimasto solo di nuovo.” Fissava Leia impugnare il blaster sul petto di lui. Immaginò di affondarvi le unghie, incapace di controllarsi.
“Ovvero?”
“Ovvero che sei stato piantato da Marta o come accidenti si chiamava. O da quella dopo di lei, non escluderei che tu non abbia avuto il tempo di trovartene altre due o tre.” Si scolò il caffè riversando la testa indietro.
“Quante volte lo dobbiamo fare questo discorso? Tu lo sai che io di queste cose non ne posso fare a meno. Ne abbiamo parlato per quindici anni, ma tu sei mia moglie. Noi siamo una famiglia. Si fanno sacrifici.”
“E li devo fare solo io?” aveva urlato.
“Eccola, la solita vittima. Non sai veramente guardare mai oltre te stessa. A me non piace essere così, ci provo ad essere diverso, per amore tuo. Cosa credi che non soffra a negare la mia natura?”
“Dio mio. Senti, cosa vuoi esattamente?”
“Te l’ho detto, voglio che torni a casa, perché ti amo, perché sei la persona che ho scelto per condividere la mia vita.”
“Insieme ad una manciata di altre donne di passaggio. Si fermassero a chiacchierare ogni tanto almeno potremmo fare amicizia. Che so… andare al cinema, fare shopping, scambiarci le rice…”
“Cazzo!” con un tintinnio di tazzine, la mano di Alessandro si abbattè sul tavolo. “Sei proprio una stronza.” Si alzò in piedi e prese un bel respiro.
“Maia, ti puoi prendere per il culo quanto ti pare. Qui nessuno è impressionato dalle tue stronzate. Non hai un soldo, non sai fare un cazzo e non stai ringiovanendo. Tu hai bisogno di me e quando avrai finito di giocare alla donna indipendente, ti aspetto a casa. Perché è questo che significa prendersi un impegno. Grazie per il caffè.”
Infilò la porta e la lasciò sola, troppo scossa anche per piangere.










