«La cosa strana è che questo paese non ha "mai" creduto nei politici. Ci sono stati periodi di grandi simulazioni collettive, ma nessuno è mai stato davvero convinto che un governo stesse facendo qualcosa di buono. Tutti hanno sempre saputo che qui i politici erano falsi e disonesti, che facevano solo i propri interessi ed erano uguali qualunque il loro partito. Tutti hanno sempre avuto questo atteggiamento cinico e disincantato. Un ministro veniva accusato di corruzione, o un sindaco di essere mafioso, e la gente diceva e allora? Cosa c’è di nuovo? Nessuno si è mai scandalizzato veramente.» «Ma erano "tutti" così?» dice Liza guardandosi attorno nella piazza. «Quelli che si esprimevano, almeno, - dice Macno. - Quelli che sapevano che il loro paese era da sempre solo un terreno di saccheggio per clan e corporazioni e piccoli eserciti personali dediti a soprusi e vendette e minacce e rivalse, alleanze improvvise e voltafaccia, cambiamenti di campo e di idea, tradimenti e imboscate ai propri amici.» Si guarda la punta delle scarpe; dice «Poi c’era il lago immenso degli inespressi. I milioni di persone che non dicevano niente di preciso ma non erano d’accordo con nessun governo e nessuna delle alternative che fascisti e comunisti venivano a offrire nei momenti di crisi, e semplicemente avrebbero desiderato altro ma non sapevano bene cosa.» Si alza in piedi, porge la mano a Liza. Dice «I milioni di gente inespressa e triste e noiosa e onesta, che vive in famiglie che non le piacciono in case che non le piacciono in città che non le piacciono facendo lavori che non le piacciono, senza nemmeno riuscire a definire le proprie immagini mentali.»
Andrea De Carlo, Macno, Einaudi, 2000 [1ª pubblicazione Bompiani, 1984]; pp. 131-32.












